Quanto costa trasformare una tecnologia capace di produrre elettricità dal mare in un'industria vera e propria? La risposta comincia dalle stime medie che OceanSET, iniziativa europea che coordina paesi e regioni impegnati in ricerca e innovazione sull’energia oceanica, ha elaborato per il 2022 sui sistemi più maturi, e che danno immediatamente la misura del problema economico che l’energia oceanica deve ancora risolvere.

Secondo OceanSET, i cui dati sono riportati dal Blue Economy Report 2025, il Levelized Cost of Energy (LCOE), cioè il costo medio dell’elettricità calcolato sull’intera vita dell’impianto, per sistemi completi con maturità tecnologica compresa tra TRL 7 e TRL 9 era nel 2022 di circa 200 euro/MWh per il tidal e 270 euro/MWh per il wave.

Le stime dell’International Renewable Energy Agency (IRENA) utilizzate nello stesso rapporto, riferite però al 2019 e a una gamma più ampia di tecnologie e progetti, collocavano i costi tra 110 e 480 euro/MWh per il tidal e tra 160 e 750 euro/MWh per il wave. Il confronto con l’eolico offshore dà la misura della distanza: per il 2024 il report stima per gli impianti con fondazioni fisse un LCOE di 56-102 euro/MWh in Danimarca, 62-109 in Germania, 55-120 nei Paesi Bassi e 114-170 in Francia.

Qualcosa, tuttavia, si sta muovendo. Nel Regno Unito il prezzo di riferimento assegnato nel 2024 a diversi progetti tidal è stato di 204 euro/MWh, il 33% in meno rispetto ai 303 euro/MWh dell’anno precedente. In Francia, per FloWatt, il progetto che prevede sei turbine tidal per complessivi 17 MW, il prezzo di riferimento sarà invece determinato all’interno di una fascia compresa tra 255 e 310 euro/MWh.

Il rischio si paga

Il problema non è soltanto quanto costa costruire una turbina. Operare in mare comporta costi di installazione, infrastrutture e manutenzione, ai quali si aggiunge il rischio tecnologico legato a macchine che devono funzionare per anni in un ambiente particolarmente difficile. E più aumenta il rischio percepito più diventa difficile e costoso attirare capitale privato.

“Gli investitori sono ancora molto scettici”, afferma Domenico Coiro, presidente di SeaPower, società nata come spin-off dell’Università Federico II di Napoli e impegnata nello sviluppo di tecnologie per l’energia marina. Coiro osserva che ricerca e sviluppo sono stati sostenuti almeno in parte attraverso fondi nazionali ed europei, ai quali accedono normalmente partenariati tra imprese, università e centri di ricerca, ma la concorrenza è forte: a un bando europeo dedicato a queste tecnologie possono concorrere una ventina di progetti e ottenere finanziamenti soltanto uno o due.

I dati europei mostrano quanto il sostegno pubblico sia fondamentale. Tra il 2014 e il 2022 Horizon 2020 ha finanziato 70 progetti ocean energy per 183 milioni di euro, di cui 94 milioni destinati al tidal e 89 milioni al wave. Dal 2021 Horizon Europe ha finanziato altri 15 progetti per complessivi 51 milioni.

Secondo l’International Energy Agency (IEA), nel 2022 gli investimenti pubblici europei in ricerca e sviluppo nell’ocean energy hanno raggiunto 48 milioni di euro, pari al 53% del totale mondiale. A questi si aggiungono altri strumenti europei e gli investimenti delle imprese: il sistema informativo dello Strategic Energy Technology Plan del Joint Research Centre stima in 922 milioni di euro gli investimenti effettuati dalle aziende dell’UE tra il 2010 e il 2020.

Quanti soldi pubblici servono per creare un mercato?

Per Ocean Energy Europe, l’associazione che rappresenta l’industria europea del settore, la necessità di sostegno non significa che queste tecnologie siano destinate a rimanere marginali. Al contrario, è cruciale per raggiungere una scala commerciale e ridurre progressivamente i costi, come avvenuto in precedenza per eolico e fotovoltaico.

Nelle dichiarazioni rilasciate a Materia Rinnovabile, Ocean Energy Europe indica l’accesso al capitale tra i principali ostacoli alla diffusione. Per testare e installare le tecnologie considera ancora necessari finanziamenti a fondo perduto e infrastrutture dedicate alla sperimentazione; per quelle più mature invoca invece meccanismi di sostegno ai ricavi come i Contracts for Difference (CfD), che garantiscono al produttore un prezzo di riferimento per l’elettricità, e le feed-in tariff, tariffe incentivanti riconosciute all’energia immessa in rete.

La logica industriale è nota: senza produzione in serie è difficile ottenere economie di scala; senza economie di scala i costi rimangono alti; con costi e rischi elevati il capitale privato resta prudente. La domanda è inevitabile e scomoda: quanto sostegno pubblico servirà ancora prima che queste tecnologie possano essere commercialmente sostenibili?

Dalla macchina alla fabbrica

Ocean Energy Europe ritiene che quel momento possa essere più vicino di quanto suggeriscano i pochi megawatt oggi operativi e definisce il settore “sulla soglia dell’industrializzazione”, indicando una pipeline europea di 196 MW di impianti wave e tidal distribuiti in 16 progetti sostenuti pubblicamente, con installazioni previste nei prossimi quattro anni. Dal 2010, aggiunge l’associazione, nel mondo sono stati installati 43 MW di tidal stream e 27 MW di wave energy.

È proprio la scala dei progetti in arrivo a rappresentare la novità. FloWatt dovrebbe raggiungere 17 MW con sei turbine. NH1, sviluppato da Proteus Marine Renewables, punta a quattro turbine tidal da 3 MW per complessivi 12 MW nel 2027. Nelle Isole Faroe, Minesto pianifica invece uno sviluppo fino a 200 MW distribuito su sette siti. Ocean Energy Europe indica inoltre CorPower Ocean tra le aziende wave più avanzate: secondo l’associazione, la società punta alla fase commerciale delle proprie wave farm dal 2027 e ha ottenuto da DNV un Prototype Certificate per il proprio Wave Energy Converter.

E il Mediterraneo?

Il Mediterraneo difficilmente diventerà uno dei grandi poli europei del tidal. SeaPower individua soltanto pochi siti particolarmente favorevoli alle correnti, mentre Ocean Energy Europe colloca soprattutto in Francia e Regno Unito il maggiore potenziale europeo di questa tecnologia. Per il wave, l’associazione indica anche Irlanda, Portogallo, Spagna e Norvegia. Ma produrre elettricità non è l’unico modo per partecipare alla nascita di un settore industriale.

Secondo Ocean Energy Europe, la supply chain dell’ocean energy si estende già attraverso 17 paesi europei, con componentistica elettrica specializzata prodotta anche in Germania e Austria. È in questa prospettiva che assume interesse l’esperienza italiana. SeaPower lavora al Marine Energy Combined System (MECS), una microrete sviluppata con l’Università Mediterranea di Reggio Calabria, ed Elettra SRL, che integra energia da correnti marine, solare ed eolico.

Nel laboratorio Renew-MEL dell’università calabrese è stato inoltre realizzato un dispositivo Gemstar da 1 kW di potenza di picco, poi testato in mare e integrato nella microrete. Un kilowatt è infinitesimale rispetto alle dimensioni del sistema elettrico, ma è proprio questa distanza a raccontare la sfida. Per l'Italia e il Mediterraneo il valore dell'ocean energy potrebbe risiedere non soltanto nei megawatt prodotti localmente, ma nelle competenze ingegneristiche, nella componentistica, nei sistemi di controllo e nell'integrazione con altre tecnologie energetiche che un eventuale mercato europeo potrebbe richiedere.

Le tempistiche

Il semplice confronto tra LCOE non racconta tutto. In un sistema elettrico con quote crescenti di fotovoltaico ed eolico, il valore di una fonte dipende anche dal momento in cui produce elettricità. Per Ocean Energy Europe questa è la carta più interessante a favore del settore. L’associazione sottolinea che il tidal stream è prevedibile e sostiene che wave e tidal possano produrre in momenti diversi rispetto a solare ed eolico, contribuendo al bilanciamento del sistema. Arriva inoltre a sostenere che questa caratteristica possa ridurre il ricorso a costose soluzioni di flessibilità. Le dichiarazioni fornite a Materia Rinnovabile, tuttavia, non quantificano economicamente questo beneficio.

Ocean Energy Europe cita anche proiezioni IRENA secondo le quali, una volta raggiunti 2 GW di capacità cumulativa, l’LCOE potrebbe scendere a circa 140 dollari/MWh per il tidal stream e 120 dollari/MWh per il wave. Sulla base di una propria valutazione delle risorse, sostiene inoltre che l’ocean energy avrebbe un potenziale teorico equivalente al 21% della domanda elettrica europea. Sono stime sul potenziale e sull’evoluzione futura dei costi, non una fotografia del mercato attuale.

SeaPower mantiene una previsione più prudente. Nei prossimi dieci anni Coiro considera realistico che l’energia dalle correnti di marea raggiunga una scala industriale tale da contribuire, nelle sue parole, “in piccola parte” al mix energetico europeo. Per le onde ritiene necessario più tempo, almeno fino a quando non emergerà una tecnologia capace di combinare un buon rapporto tra produzione e investimento con un rischio sufficientemente basso di perdere gli impianti in mare.

I prossimi quattro anni saranno quindi il banco di prova. Se i 196 MW annunciati dall'industria saranno effettivamente installati, se le nuove farm dimostreranno affidabilità, se i costi continueranno a scendere e soprattutto se la generazione successiva di progetti richiederà meno sostegno pubblico, l'ocean energy potrà finalmente cominciare a uscire dalla lunga fase di sperimentazione.

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In copertina: immagine Envato