Tra Saint-Malo e Dinard, in Bretagna, un complesso mareomotrice lungo circa 700 metri attraversa l’estuario della Rance. Da sessant’anni sfrutta una delle escursioni di marea più forti d’Europa per produrre elettricità. Inaugurata nel 1966, la centrale mareomotrice di La Rance ha una potenza installata di 240 MW e produce ogni anno una quantità di energia paragonabile ai consumi elettrici di circa 225.000 persone. È la dimostrazione che ricavare elettricità dal movimento del mare non è affatto un’idea nuova.

Ma “ocean energy” non significa una sola tecnologia. Gli impianti tidal range, come La Rance, sfruttano attraverso uno sbarramento il dislivello tra alta e bassa marea. Il tidal stream utilizza invece turbine o altri dispositivi immersi per catturare direttamente l’energia delle correnti marine. La wave energy trasforma in elettricità il movimento delle onde. A queste soluzioni si aggiungono tecnologie ancora meno diffuse che sfruttano, per esempio, le differenze di salinità o di temperatura dell’acqua. Le prospettive industriali sono molto diverse. La tecnologia utilizzata a La Rance è commercialmente matura, ma la scarsità di siti adatti e gli impatti ambientali locali ne hanno limitato la diffusione: secondo il Blue Economy Report 2025 della Commissione europea, dal 2011 nel mondo non sono entrati in sviluppo nuovi progetti basati sul tidal range. La ricerca si è quindi spostata soprattutto verso sistemi capaci di sfruttare direttamente onde e correnti senza costruire grandi sbarramenti.

È qui che il divario tra potenziale e realtà diventa evidente. Alla fine del 2024 nell’Unione Europea erano operativi appena 2,82 MW di capacità da tecnologie oceaniche emergenti, escludendo quindi gli impianti tidal range già consolidati: 1,63 MW dalle correnti di marea, 1,12 MW dalle onde e circa 70 kW dal gradiente salino. Nello stesso anno la capacità eolica offshore dell’UE aveva raggiunto, secondo i dati preliminari, 21,2 GW. Il Blue Economy Report fotografa così un settore nel quale alcune tecnologie hanno raggiunto livelli elevati di maturità, ma che continua a essere frenato da costi iniziali, incertezza tecnologica e un quadro regolatorio ancora in evoluzione.

Onde e correnti, due scommesse diverse

“L’energia dalle correnti di marea ha il vantaggio di essere perfettamente predicibile”, spiega a Materia Rinnovabile Domenico Coiro, presidente di SeaPower, società nata come spin-off dell’Università Federico II di Napoli e impegnata nello sviluppo di tecnologie per l’energia marina. Secondo Coiro, le turbine che sfruttano le correnti possono inoltre beneficiare di parte dello sviluppo tecnologico accumulato dall’industria eolica, vista la somiglianza di alcuni princìpi di funzionamento.

Il limite è la geografia. SeaPower indica nel Mediterraneo tre aree particolarmente interessanti per questo tipo di sfruttamento: lo Stretto di Messina, quello dei Dardanelli e quello di Gibilterra. La risorsa è quindi prevedibile, ma concentrata in un numero relativamente limitato di siti. Per le onde il problema è opposto. La risorsa è molto più diffusa, ma è anche variabile e deve essere catturata in un ambiente operativo particolarmente severo. Un dispositivo deve produrre abbastanza elettricità nelle condizioni normali e, allo stesso tempo, resistere agli eventi marini più estremi. Coiro individua proprio nel rischio di danneggiamento o perdita dell’impianto uno degli ostacoli ancora da superare per la wave energy.

La diversa maturità emerge anche dalla classificazione utilizzata dal Blue Economy Report. Alcune tecnologie tidal stream hanno già raggiunto il Technology Readiness Level (TRL) 9, il livello più alto della scala utilizzata per misurare la maturità di una tecnologia. È il caso delle turbine ad asse orizzontale e di alcune tecnologie tidal kite, dispositivi ancorati che si muovono nella corrente utilizzando turbine per produrre elettricità. Altre soluzioni, come le turbine ad asse verticale o gli idrofoil oscillanti, strutture simili ad ali sommerse che sfruttano la corrente attraverso un movimento alternato, si trovano invece a livelli inferiori di maturità.

Nella wave energy il quadro è altrettanto frammentato. Le colonne d’acqua oscillanti, sistemi in cui il movimento delle onde comprime e decomprime una massa d’aria che aziona una turbina, e i point absorber, dispositivi galleggianti o semi-sommersi che sfruttano il movimento verticale delle onde, hanno raggiunto TRL 9. Altre tecnologie rimangono invece tra TRL 6 e TRL 8. Alcune macchine, dunque, hanno già dimostrato di funzionare in condizioni operative reali; altre sono ancora nella fase di dimostrazione e perfezionamento.

La scala TRL però non basta per misurare una tecnologia. Una macchina può funzionare e non essere ancora un prodotto industrialmente sostenibile. Costruire un dispositivo capace di produrre elettricità e sopravvivere in mare è una cosa. Produrlo in serie, finanziarlo, installarlo, mantenerlo per anni e vendere l’energia a condizioni competitive è un’altra. Questo aspetto cambia la natura dell’ocean energy. Quanto costa davvero un megawattora prodotto dalle onde o dalle correnti? Quanto denaro pubblico è già stato investito? E quanto ne servirà ancora prima che queste tecnologie possano trovare un mercato?

 

In copertina: immagine Envato