Quasi due terzi delle imprese italiane si dichiarano pronte a pubblicare le informazioni richieste dalla nuova direttiva europea CSRD. A rivelarlo è il sondaggio condotto da PwC, una multinazionale che fornisce servizi di consulenza alle imprese. Si tratta, in percentuali, del 66% delle imprese italiane intervistate e del 63% di quelle a livello globale. Il sondaggio ha coinvolto oltre 500 persone in ruoli dirigenziali di imprese provenienti da 38 paesi diversi, di cui più di 50 in Italia. Tra le aziende rappresentate, il 60% ha sede nell’Unione Europea. I settori più presenti sono: l'industria manifatturiera (25%), i servizi finanziari (21%), la tecnologia, i media e le telecomunicazioni (18%), i consumi e la vendita al dettaglio (14%), l'energia, i servizi pubblici e le risorse (13%) e la sanità (7%).

Direttiva CSRD: cos’è e a chi si applica

La direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) è una normativa volta a migliorare e standardizzare le modalità di riportare le informazioni sulla sostenibilità delle aziende. L’obiettivo è equiparare il reporting di sostenibilità a quello finanziario, rendendo le imprese più trasparenti relativamente ai propri impatti sociali e ambientali, tramite l’obbligo di fornire informazioni sugli impatti, i rischi e le opportunità legate alla sostenibilità lungo le loro catene del valore. La standardizzazione, inoltre, facilita la comparabilità dei dati tra le aziende.

Per fare ciò, la direttiva è sostenuta dagli ESRS, European Sustainability Reporting Standards, che stabiliscono gli standard di reporting sulla sostenibilità, al fine di fornire un quadro uniforme per la rendicontazione delle informazioni non finanziare, comprese quelle relative ad aspetti ambientali, sociali e di governance (ESG). Inoltre, la CSRD utilizza la "doppia materialità", un concetto poco familiare a molte aziende, che comprende sia l'effetto finanziario delle questioni di sostenibilità sull'azienda, espresso in rischi e opportunità – la cosiddetta "materialità finanziaria” – sia gli impatti dell'azienda sull'ambiente e sulla società, nota come "materialità d'impatto".

I risultati del sondaggio

La nuova direttiva europea impatterà significativamente su circa 50.000 imprese nel mondo e oltre 4.000 in Italia. Tra tutti i rappresentanti delle imprese intervistate, il 57% dichiara che presenterà per la prima volta un'istanza di CSRD nell'esercizio finanziario 2025, sulla base dei dati dell'anno fiscale 2024.

La maggioranza delle imprese, il 79% con sede al di fuori dell'UE e il 74% con sede all'interno dell'UE, ha inoltre affermato che la preparazione alla rendicontazione secondo la nuova direttiva ha spinto e sta tuttora spingendo le imprese a integrare la sostenibilità nelle decisioni strategiche di business in misura maggiore rispetto al passato. Affermano anche che beneficeranno largamente della CSRD, attraverso la mitigazione dei rischi collegati ad aspetti di sostenibilità (48% a livello globale e fino a 58% in Italia), le migliori prestazioni dal punto di vista ambientale (51%a livello globale e 54% in Italia) e il miglioramento dell'interazione con gli stakeholder (49% sia a livello globale sia in Italia).

Tra gli altri benefici della normativa che le imprese si aspettano, troviamo la crescita del fatturato (28% a livello globale e 34% nel nostro Paese) e il risparmio sui costi (26% a livello globale e 34% in Italia). L'aspettativa di benefici finanziari è maggiore per le imprese più vicine alla loro scadenza di reporting.

Una cauta fiducia

Secondo il sondaggio, sembra che l’impressione delle imprese relativamente alla CSRD sia generalmente ottimista. Non mancano però alcuni ostacoli relativi alla sua attuazione pratica: "L’indagine rileva una crescente integrazione strategica della sostenibilità nelle operazioni aziendali, con la Corporate Sustainability Reporting Directive che viene sempre più percepita come un'opportunità in grado di generare valore sia in termini ambientali, sociali e di governance, che di business”, ha dichiarato Francesco Ferrara, ESG Leader PwC Italia.  “Nonostante le aziende manifestino fiducia nella propria preparazione alla rendicontazione CSRD, permangono comunque sfide rilevanti legate all'acquisizione e alla gestione di dati qualitativi lungo l'intera catena del valore.”

Tra le principali preoccupazioni, troviamo infatti la complessità nel reperire informazioni dalla catena del valore (57% a livello globale e 68% in Italia), seguita dalla disponibilità e dalla qualità dei dati (59% a livello globale e 50% nel nostro Paese) e dalla difficoltà di rispettare le scadenze predisposte.

Tecnologia e CSRD

A sei mesi dalla predisposizione della rendicontazione di sostenibilità, solo un quinto delle imprese che saranno obbligate a rendicontare nel loro anno finanziario 2025 ha validato la disponibilità e la completezza dei dati per le loro rendicontazioni a livello globale, mentre in Italia questa percentuale scende sotto il 10%. Oltre a ciò, meno del 60% delle aziende a livello globale ha coinvolto la propria funzione tecnologica, anche se nel nostro paese la percentuale raggiunge il 69%. Tuttavia, in Italia sono state coinvolte meno le funzioni legali (63% a livello globale e 50% in Italia) e fiscali (47% a livello globale e 38% in Italia).

Dal punto di vista tecnologico, lo strumento più usato (da tre quarti delle imprese sia a livello italiano sia globale) sono i fogli di calcolo. Meno diffusi gli ERP (Enterprise Resource Planning), che toccano una soglia del 30% sia globalmente che nel contesto italiano. In Italia vi è un maggior impiego di software dedicati alla gestione dei dati di sostenibilità (41%) rispetto al resto del mondo (27%). Di conseguenza, un numero maggiore di imprese utilizza un archivio centralizzato di dati sulla sostenibilità (ad esempio, un data leak), il 38% a livello italiano rispetto al 26% a livello globale. Infine, l'intelligenza artificiale è ancora poco sfruttata dalle imprese (20% a livello globale, una percentuale che cala al 16% in Italia).

Le sfide all’implementazione della normativa

Gli ostacoli all’implementazione sono particolarmente rilevanti per le imprese che devono presentare il bilancio nel 2025 (72% a livello globale e 68% in Italia). Meno della metà di queste ultime ha infatti completato le attività necessarie, come la conferma delle opzioni di reporting (39% a livello globale e 35% in Italia), la valutazione della doppia rilevanza (38% a livello globale e solo il 22% in Italia) e la validazione della disponibilità dei dati (20% a livello globale e solo l’8% in Italia).

La fiducia delle imprese risulta invece più alta su temi già normalmente oggetto di rendicontazione, come la forza lavoro (75% sia a livello globale, sia in Italia), la condotta aziendale (75% e meno in Italia, 66%) e il cambiamento climatico (60% e solo il 53% in Italia). Tale sicurezza cala relativamente ai requisiti di reporting su temi meno familiari, come la biodiversità (35% a livello globale e 34% in Italia), l'inquinamento (43% a livello globale e 44% in Italia) e i lavoratori della catena del valore (44% a livello globale, 38% per le imprese italiane).

 

Immagine: Envato

 

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