Tra circolarità dichiarata e salubrità ai margini, il settore dei rivestimenti e degli arredi non ha ancora chiuso i conti con ciò che produce e con l'aria che lascia nelle nostre case. Oggi la materia è ovunque nel racconto del design: nelle fiere, nei cataloghi, nelle campagne di comunicazione. Era ora. Ma raccontare la materia non equivale a risponderne: di cosa contiene, di dove finisce, di cosa rilascia nell'aria delle nostre case non si parla ancora abbastanza perché gli acquirenti non lo chiedono ancora abbastanza e, di conseguenza, non si fa ancora abbastanza.

Il momento non aiuta. Stiamo solo sull’Italia. Secondo FederlegnoArredo, nel 2025 la produzione italiana di mobili è cresciuta appena dello 0,9%, sostenuta dal mercato interno (+2,7%), mentre l'export, oltre metà del fatturato, ha perso lo 0,8%. In una fase così la sostenibilità rischia di diventare la prima voce comprimibile.

Sulla circolarità le buone pratiche esistono, ma sono principalmente prove di prodotto, non di sistema. La circolarità vera, al contrario, è questione di filiera: mobili pensati per essere smontati, ricambi, riparazione, ritiro e rigenerazione. Allungare la vita dell'oggetto, con modularità e riparabilità, conta più di quanto riciclato contenga. Finché il fine vita resta un'ipotesi e non un servizio, la percentuale di riciclato in catalogo misura l'intenzione, non il risultato.

Sulla salubrità la situazione è ancora più sbilanciata. Si parla molto di benessere, molto meno di emissioni di composti organici volatili e formaldeide da pannelli, colle e vernici. Eppure, ricordano gli studi del Joint Research Centre della Commissione europea, si trascorre al chiuso circa il 90% del tempo e le concentrazioni interne di molti inquinanti sono spesso più alte di quelle esterne. Il benessere non è un'estetica: è una prestazione misurabile.

Il quadro normativo potrebbe cambiare le cose, a dispetto di una nuova fase di disattenzione della politica e della cultura comune per la sostenibilità. Dallo scorso 27 settembre si applicano, anche in Italia, le regole della direttiva 2024/825 contro le dichiarazioni ambientali generiche e ingannevoli. Ma la volontà di cambiare non può derivare solo da una legge calata dall'alto: deve nascere da un ragionamento dal basso, che tenga insieme etica e impresa. Il passaggio è dalle dichiarazioni ai dati verificati: il racconto ambientale non si aggiunge più a prodotto finito, va progettato fin dall'inizio, conoscendo la filiera. Vale per le affermazioni ambientali e, con prove pertinenti, anche per le promesse di salubrità. E chiedere evidenze tutela le imprese serie dalla concorrenza di chi vanta benefici non dimostrati.

Chi saprà documentare l'aria che i suoi prodotti lasciano in casa, oltre al destino che li attende a fine vita, avrà un vantaggio competitivo vero. Il design dovrebbe smettere di premiare solo l'oggetto più bello (senza nulla voler togliere alla bellezza, che deve restare un valore da preservare), ma dovrebbe cominciare a premiare quello meglio documentato, oltre che funzionale all’uso e progettato con logiche di durabilità. Le competenze, le capacità e le possibilità operative ci sono. Ora bisogna renderne conto.

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In copertina: immagine Envato