A Lacchiarella, ventimila abitanti scarsi a sud di Milano, il 12 luglio scorso un centinaio di persone si è ritrovato davanti al comune con pentole e fischietti. Lo slogan era “Facciamo rumore”. Il bersaglio un progetto chiamato Apto Campus, candidato a diventare il più grande data center d'Italia in mezzo a campi coltivati. Secondo i comitati, una volta acceso alzerebbe la temperatura della zona di cinque gradi. Il sindaco ha detto no, il progetto resta sul tavolo, e quella piazza rumorosa è oggi il volto più riconoscibile di una tensione che attraversa la pianura padana.
I comitati hanno già trovato il nome per il territorio che difendono. Chiamano “Silicon Valley italiana” il triangolo tra Lacchiarella, Siziano e Zibido San Giacomo, e lo dicono con l'amarezza di chi vede arrivare capannoni pieni di server dove fino a ieri c'erano risaie. Il paragone è più fondato di quanto sembri. È qui, nel raggio di pochi chilometri intorno a Milano, che si sta concentrando una delle infrastrutture più energivore del capitalismo digitale.
Un’industria senza mappa
Chiunque provi a raccontare i data center italiani si scontra subito con un ostacolo elementare: i numeri non tornano. Le fonti più citate parlano di circa 205 impianti attivi per una capacità intorno ai 600 megawatt, ma altre stime indicano una potenza nominale installata di 414 megawatt, perché si misurano grandezze diverse con lo stesso vocabolario. Un censimento pubblico e ufficiale non esiste, e la richiesta di una mappatura trasparente è diventata essa stessa una posta in gioco politica. Vale la pena dirlo apertamente: qualunque cifra in questo articolo va letta come ordine di grandezza, non come dato notarile.
Su una cosa però le fonti concordano. Il baricentro è la Lombardia, e dentro la Lombardia è Milano. L'area metropolitana concentra circa il 68% della potenza nazionale e punta a superare il gigawatt entro il 2028, quando dovrebbe arrivare a ospitare tre quarti dell'intera capacità italiana. Roma segue a distanza con una ventina di impianti, Torino con undici. Tutto il resto del paese si divide le briciole.
La partita vera si gioca sul futuro. Le proiezioni parlano di 83 nuovi progetti e 25 miliardi di euro di investimenti tra il 2026 e il 2028. I quattordici impianti hyperscale che hanno già firmato il contratto di connessione con Terna valgono da soli 1,53 gigawatt e stanno tutti in Lombardia: 500 megawatt a Bertonico nel lodigiano, 240 a Magenta, 180 a Bollate. Oltre l'80% dei progetti si concentra al Nord, e quasi venti gigawatt di richieste riguardano il solo milanese.
La sete e la corrente
Il conto ambientale si legge su due voci: l'elettricità e l'acqua. Sulla corrente il divario tra ciò che viene chiesto e ciò che verrà costruito è vertiginoso. Le domande di connessione depositate a Terna hanno superato i cinquanta gigawatt a metà 2025, partendo da una trentina a fine 2024, con oltre trecento iniziative in coda. Alcune stime arrivano a citare 66 gigawatt. Sono richieste in larga parte speculative, un rumore di fondo che gli analisti ridimensionano a due o tre gigawatt effettivamente realizzabili entro il 2030. Oggi i data center pesano circa il 2% della domanda elettrica nazionale, quota destinata a salire tra il 7 e il 13% entro il 2035. Un singolo impianto hyperscale assorbe in continuo tra cento e duecento megawatt, quanto un intero quartiere urbano.
L'acqua è il fronte meno visibile e più insidioso. Serve a raffreddare le sale server, e i sistemi evaporativi possono arrivare a consumarne milioni di litri al giorno per un campus da cento megawatt. Gli impianti di nuova generazione a raffreddamento liquido o a ricircolo abbattono questi valori, ma la variabilità resta ampia: il parametro di efficienza idrica oscilla a livello globale tra 0,36 e 0,48 litri per kilowattora. In una pianura che pesca dalle Alpi e che negli ultimi anni ha conosciuto siccità severe, sottrarre acqua per raffreddare i server tocca un nervo scoperto. A questo si aggiunge il consumo di suolo agricolo, che è la ragione più immediata e concreta per cui la cittadinanza scende in piazza.
Un movimento a mosaico
Il fronte del dissenso si sta disegnando come una costellazione. Dalla protesta di Travagliato, nel bresciano, dove il 23 luglio la contestazione è entrata dentro il municipio, fino alla cosiddetta Rho Valley, passando per Magenta, Bollate, Siziano, Zibido San Giacomo, Opera, Linate. Nel Pavese una ventina di progetti tra Pavia e Milano ha fatto nascere una rete di comitati già pronti a presentare ricorsi. È una presenza diffusa e capillare, radicata in ogni comune toccato dai cantieri, che parla la lingua dei territori e conosce ogni particella catastale in gioco.
Questa diffusione puntiforme è la forza del movimento e, insieme, il suo cantiere aperto. Ogni comitato presidia il proprio pezzo di pianura, ma manca ancora un coordinamento nazionale paragonabile a quello che negli anni ha tenuto insieme i No Tav o le battaglie contro gli inceneritori. Le realtà si parlano, si scambiano informazioni, condividono lo stesso vocabolario fatto di suolo, acqua ed energia. Costruire un tavolo comune, capace di trasformare cento piazze locali in una voce sola davanti a regione e governo, è il passo che manca e che diversi attivisti indicano come prossimo obiettivo.
Qualche alleanza istituzionale intanto si affaccia. Legambiente Lombardia e CGIL Lombardia hanno chiesto insieme di vincolare i nuovi impianti al riuso di aree dismesse, così da fermare l'erosione dei campi. In Lombardia e in Piemonte sono in discussione proposte di legge regionali. La richiesta che accomuna comitati, associazioni e amministratori è una sola: una moratoria sulle autorizzazioni e una valutazione degli effetti cumulativi, perché a preoccupare non è il singolo capannone ma la loro somma su un territorio già saturo.
Bruxelles entra in campo
Mentre in Italia si discute di mappatura, l'Unione Europea ha cominciato a scrivere le regole. La direttiva sull'efficienza energetica del 2023 e il regolamento delegato 2024/1364 hanno istituito un database europeo dei data center: dal maggio 2026 gli impianti con potenza informatica pari o superiore a 500 kilowatt devono comunicare consumi energetici, efficienza nell'uso della potenza e dell'acqua, quota di rinnovabili e recupero del calore di scarto. È il primo obbligo di trasparenza con un perimetro continentale.
Il passo successivo è già in cantiere. Il 2 luglio 2026 la Commissione ha pubblicato la bozza rivista di un regolamento delegato che introduce uno schema obbligatorio di rating della sostenibilità e un'etichetta elettronica per i data center europei, con adozione prevista entro l'anno. La logica ricalca quella delle etichette energetiche degli elettrodomestici: misurare, classificare, rendere confrontabile. Sopra a tutto si colloca il Cloud and AI Development Act, la proposta adottata dalla Commissione il 3 giugno 2026, che punta a triplicare la capacità di calcolo europea nel giro di cinque o sette anni. Il testo lega però le procedure semplificate e i sostegni pubblici al rispetto di criteri di efficienza energetica, efficienza idrica e circolarità. La direzione, almeno sulla carta, è quella di crescere ponendo condizioni ambientali.
La fotografia si può riassumere così: un'infrastruttura concentrata quasi tutta su Milano, un'ondata di progetti molto più grande di quanto verrà davvero costruito, consumi di corrente e di acqua che diventano il collo di bottiglia reale e una protesta ancora locale ma in espansione, distribuita lungo il quadrante sud e ovest del capoluogo e nel bresciano. Sopra, un'Europa che sta finalmente provando a mettere paletti misurabili.
Il tema non è se i data center servano. Servono, e la richiesta di calcolo continuerà a salire. La questione è a quali condizioni, con quali contropartite per i territori e con quale trasparenza sui consumi. Su questo il movimento delle piazze padane e i regolatori di Bruxelles, per strade diverse, stanno ponendo la stessa domanda.
In copertina: foto di Fauzan Saari, Unsplash
