Sono molti i luoghi in Europa contaminati da aziende che, sebbene talvolta siano state “condannate” alla bonifica, non procedono poi al risarcimento dei danni causati alla salute dei residenti. In questa inchiesta-reportage raccontiamo tre luoghi che conosciamo da vicino − o che abitiamo − e che hanno avviato il percorso giuridico per vedersi riconosciuto il principio “chi inquina paga”. Tra Italia, Belgio e Francia abbiamo provato a farci raccontare dalle persone coinvolte cosa significa vivere accanto a un sito inquinato e perché la normativa europea non le tuteli.

C’è chi non lo sapeva. Ma c’è anche chi, quando lo ha scoperto, ha subìto uno shock. “Quello che ci sconvolse fu capire che nessuno ce l’aveva mai detto”, racconta Guido Menapace sulla Caffaro, azienda che ha inquinato i quartieri di Brescia e migliaia di ettari agricoli con PCB, diossine, mercurio, cromo e altri contaminanti persistenti. Anche Toon Penen, che vive vicino alla 3M nella campagna fiamminga, ricorda ancora con un sussulto quando è venuto a sapere che da sempre la fabbrica vicino alla quale vive sprigionava PFAS. A Zwijndrecht, “è scoppiata una specie di bomba. È stato incredibile scoprire che il governo fosse stato così carente rispetto alle informazioni che circolavano e che abbia cercato di minimizzare la situazione”. Dopo le notizie ufficiali, il responsabile, per le comunità che vivono accanto ai grandi siti contaminati d’Europa, diviene spesso noto. Si trova nelle sentenze, nelle consulenze tecniche, negli atti giudiziari. C’è una domanda però che fatica a trovare una risposta: chi paga davvero il conto dei danni subìti?

Il principio europeo del “chi inquina paga” è un pilastro in materia di diritto ambientale ma, spesso, si infrange contro il tempo. Prima contro gli anni trascorsi senza intervenire, poi contro quelli passati senza risarcire. Quando nel 2001 esplose il caso Caffaro, diventò evidente ciò che a Fiumicello, quartiere a sud-ovest di Brescia, qualcuno denunciava già da tempo.

“Quando ero bambino la bicicletta nuova si arrugginì nel giro di pochi giorni. C’erano fughe di cloro e corrodeva tutto”, ricorda Maurizio Margaroli, allora presidente della circoscrizione. Tra il 1998 e il 2001, insieme ad alcuni tecnici e cittadini, presentò esposti alla Procura, raccolse campioni di polveri, sollecitò controlli di ARPA e regione. “Abbiamo fatto analizzare le polveri raccolte nell'arco di un mese e vi garantisco che quegli esami erano spaventosi”.

Quando il caso arrivò sui giornali nazionali, emerse uno dei più gravi disastri industriali italiani. “Per lungo tempo si è cercato di negare o sottovalutare il caso”, osserva Marino Ruzzenenti, lo storico dell’ambiente che contribuì a portare alla luce l’inchiesta nel 2001. Molti residenti, come Menapace, hanno continuato a vivere su terreni contaminati senza conoscerne nemmeno il livello di inquinamento. Nel 2006 scoprì che alle figlie era stato vietato giocare nel cortile della scuola perché il terreno era contaminato. Da quella scoperta nacquero richieste di accesso agli atti, assemblee pubbliche, presìdi e occupazioni che durarono anni prima dell’avvio delle prime bonifiche.

Oggi i lavori nell’area industriale proseguono e nuove tecniche vengono sperimentate per affrontare una contaminazione che interessa decine di ettari, ma i terreni privati restano in gran parte da risanare e nessuno dei residenti ha ottenuto un risarcimento per i danni subìti. “‘Chi inquina paga’ non esiste”, afferma amaramente Margaroli. “Perché chi ha subìto l’inquinamento non è stato risarcito e probabilmente non lo sarà mai.”

Foto di Stefano Nicoli

Le comunità si sono fatte avanti quando è stato necessario anche per i propri figli, come Menapace ma anche come i residenti che vivono tutt’oggi nella “zona rossa” di Zwijndrecht, alle porte di Anversa, in Belgio, ovvero quella più contaminata e adiacente al colosso statunitense della multinazionale 3M. Nel 2022, il governo fiammingo ha firmato un accordo da 571 milioni di euro per bonificarla ma non un euro è stato stanziato per i residenti o per i danni causati dai PFAS ai danni della loro salute. La speranza di Penen è che i responsabili “un giorno vengano condannati, poiché quel che è accaduto è un disastro di proporzioni enormi”, e denuncia che gli scavi per la bonifica “che stanno effettuando ora sono una follia”.

La legislazione ambientale dell'UE, nel tempo, si è concentrata principalmente sul garantire che gli inquinatori finanzino la prevenzione e il risanamento dei danni ambientali, fondi che spesso coprono solo le aree private su cui sorgono le fabbriche senza considerare gli spazi pubblici. Ma non solo: per i residenti che vivono con le conseguenze della contaminazione − problemi di salute, calo del valore degli immobili e anni di incertezza finanziaria − ottenere un risarcimento spesso significa dover affrontare anni di contenzioso, quasi mai con successo. In primis perché − come riconosciuto dall’UE − il principio è stato pensato per risarcire il solo danno ambientale. E poi perché stabilire con certezza la correlazione tra inquinamento e salute non è affatto semplice né tantomeno rapido.

Tuttavia, lo sconvolgimento e la bolla di silenzio si legano anche a un'altra storia: quella di chi vive nel quartiere della Madrague di Marsiglia. Lì l'Association Santé Littoral Sud (ASLS) si batte dal 2009 contro l'inquinamento da metalli pesanti prodotti dalla fabbrica Legré-Mante. François, membro dell’ASLS e lavoratore storico della Legré-Mante ricorda come i lavoratori siano venuti a conoscenza dell'inquinamento solo tre anni dopo la chiusura della fabbrica: “La proprietà avrebbe dovuto avvertirci dei rischi, farci indossare le protezioni, vietare le coltivazioni”.

L’area oggi è al centro di un maxi piano immobiliare di proprietà del fondo Ginkgo che dal 2024, ovvero dopo la pronuncia del tribunale amministrativo che ha accertato la contaminazione dei terreni, è obbligato a effettuare la bonifica. Il Parco nazionale dei Calanchi sta assumendo la forma di un cantiere statale, per questo e altri lavori in corso di bonifica. Peraltro, come osserva François, “se i residenti volessero vendere le loro proprietà inquinate, dovrebbero pagare circa 4.000 euro per bonificare appena 50 cm quadrati di terra”. Dopo che l’ASLS ha richiesto un risarcimento che è stato respinto − per assenza di nesso causale al danno ecologico ma accolto per il danno morale nella forma di un euro simbolico perché secondo il tribunale non ha giustificato sufficientemente l'importo da loro richiesto − François e altri si sono uniti a una denuncia contro ignoti per aver messo in pericolo la salute altrui.

Le carenze del principio europeo sono state riconosciute non solo da cittadini come Guido, Toon e François ma anche dalla Corte dei Conti europea, la quale, nel 2021, ha concluso che il principio viene ancora applicato in modo incoerente. Due anni più tardi, riconoscendo queste lacune, la Commissione europea ha avviato una verifica completa del principio, esaminando come viene implementato in 76 leggi e strumenti di finanziamento dell'UE che riguardano le principali politiche ambientali, dalle emissioni industriali e l'uso dell'acqua alla deforestazione e all'impermeabilizzazione del suolo. Ciononostante, la pubblicazione della revisione, originariamente prevista per il 2025, non è ancora avvenuta.

I ritardi permangono, e anche i dubbi. Una volta pubblicata, è improbabile che la "verifica di idoneità" risponda alla domanda centrale relativa ai punti critici di contaminazione in Europa, ovvero: cosa succede alle persone colpite. Non a caso, l'ambito di applicazione che prevede la verifica, in corso da parte dell’esecutivo europeo, comprende: i costi associati alla prevenzione e al controllo dell'inquinamento, agli obblighi amministrativi e al risarcimento dei danni ambientali, coprendo attività quali le emissioni industriali, l'impermeabilizzazione del suolo, la deforestazione e il prelievo idrico. Nient’altro. Infatti, quando il principio non basta, molte comunità cercano giustizia altrove.

Foto di Simone De La Feld

Sempre più spesso la strada porta alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Più che stabilire la responsabilità dell’azienda inquinante, i giudici della CEDU valutano se lo stato abbia fatto tutto il possibile per prevenire il danno, monitorare l’inquinamento, informare i cittadini e garantire rimedi effettivi.

Ci possono essere però anche altre strade da percorrere. Una di queste è quella scelta dagli avvocati della ONG ClientEarth che hanno recentemente presentato un reclamo al Comitato europeo dei diritti sociali. “Il Belgio sta violando il diritto alla tutela della salute garantito dalla Carta sociale europea”, denunciano. “L'inefficienza sistemica del governo ha causato danni alla salute pubblica e all'ambiente, colpendo in modo sproporzionato i bambini.”

Sebbene il Comitato europeo dei diritti sociali non possa imporre sanzioni, le sue decisioni hanno un peso politico e giuridico significativo e hanno indotto governi europei a modificare leggi e politiche pubbliche. “L’anno prossimo sapremo se il nostro reclamo è ammissibile”, concludono gli avvocati. “Se lo è, allora saremo ascoltati in tribunale. Ci aspettiamo quindi un risultato forse tra due o tre anni.” Nel frattempo, il costo dell’inquinamento resta sulle spalle di chi vive quei territori.

 

Questa inchiesta-reportage è stata realizzata grazie al supporto del Journalismfund Europe

 

In copertina: foto di Maïté Baldi