Mercoledì 17 giugno l’European Economic and Social Committee (EESC), l’organo consultivo dell'Unione europea che rappresenta la società civile, ha adottato il documento “Circular economy and responsible resource consumption within planetary boundaries”, una lista di 10 principi che Bruxelles dovrebbe tenere in considerazione per la tanto attesa nuova legge sull'economia circolare, il Circular Economy Act.
Secondo il comitato EESC è necessario un quadro normativo più completo, coerente e vincolante: le singole iniziative contribuiscono a frammentare il mercato dei prodotti circolari. Il termine "ACT" dovrebbe tradire infatti un approccio sistemico e integrato che garantisca certezza giuridica e allinei gli incentivi tra i diversi settori.
“La legge sull'economia circolare dovrebbe rafforzare la competitività e la resilienza europea accelerando la transizione da un'economia lineare (del produci-usa-getta)”, ha dichiarato in plenaria a Bruxelles il vice presidente dell’EESC Cillian Lohan. “In concreto, proponiamo che la legge consolidi i mercati europei delle materie prime secondarie e integri l’utilizzo delle risorse come priorità in tutte le politiche. La circolarità deve diventare un principio trasversale”.
Come rendere i prodotti circolari attraenti?
Finora il tallone d’Achille della transizione circolare europea è stata l’assenza di domanda, di un mercato unico e coerente per materiali riciclati. Lo abbiamo visto con la crisi e la chiusura di tanti impianti di riciclo della plastica. Un’azienda di trasformazione, per esempio, non può riprogettare gli imballaggi in base al polimero riciclato se la qualità e la disponibilità del polimero variano. Oppure, un fornitore del settore automobilistico non può passare all'alluminio o alla plastica riciclati senza una validazione delle prestazioni meccaniche.
Su questo punto il comitato raccomanda che la circolarità deve essere concepita come uno strumento di politica industriale, rendendo la riparazione, il riutilizzo, la rigenerazione e le materie prime secondarie economicamente attraenti, anziché semplicemente legalmente possibili. L'Europa ha bisogno di segnali di mercato più chiari, di un vero e proprio mercato unico per i prodotti circolari e di un migliore accesso ai finanziamenti, in particolare per le PMI e gli attori dell'economia sociale.
“Anche i sistemi di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) andrebbero riformati, in modo che supportino modelli di business circolari lungo l'intero ciclo di vita dei prodotti, non solo il riciclo”, commenta via mail una portavoce di EESC. “Con tariffe eco-modulate i produttori verserebbero contributi calcolati a seconda delle prestazioni ambientali dei loro prodotti, sulla base ad esempio di durabilità, riparabilità, riciclabilità”. Questi incentivi trasformerebbero l’EPR da uno strumento di gestione rifiuti a motore di prevenzione, riutilizzo, riparazione e valorizzazione dei rifiuti.
Tra le 10 raccomandazioni viene data particolare importanza a tracciabilità, certificazione, etichettatura armonizzata e standard tecnici comuni: elementi che trasmettono maggiore fiducia tra gli operatori.
La transizione giusta
Per EESC non si può garantire una transizione giusta senza coinvolgere società civile, cooperative e imprese sociali. “La legge avrà successo solo se i cittadini ne comprenderanno i vantaggi, se creerà posti di lavoro di qualità e se proteggerà il nostro pianeta per le generazioni future. In Europa non mancano le idee, ciò di cui abbiamo bisogno sono le giuste condizioni economiche per svilupparle”, ha affermato il presidente dell’EESC Séamus Boland. Per allineare priorità, testare indicatori e trovare soluzioni condivise Boland ha elogiato la piattaforma European Circular Economy Stakeholder Platform (ECESP). Un luogo di dialogo che riunisce imprese, istituzioni, parti sociali e organizzazioni della società civile e che l’anno prossimo compirà il suo decimo anniversario.
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