La “rivoluzione dei fenicotteri”, forse, sta cambiando l’Albania. Al centro della mobilitazione c’è il delta del Vjosa, l’isoletta di Saseno e la laguna di Narta: un mosaico di dune, zone umide e isole per adesso incontaminate che ospitano fenicotteri, foche monache, tartarughe e decine di specie di uccelli. Qui, dopo gli incredibili e distruttivi emendamenti voluti alla legge sulle aree protette nel 2024 dal governo “socialista” del premier Edi Rama, è stata spianata la strada a ogni sorta di progetto di urbanizzazione dentro gli habitat naturali protetti.
Uno dei piani più controversi è legato a un consorzio riconducibile al fondo Affinity Partners di Jared Kushner. Le ruspe per il momento si sono fermate grazie alla protesta di piazza, ma il progetto è ancora potenzialmente attivo. E forse si aspetta solo il momento giusto per riaprire alla chetichella il cantiere. Ne parliamo con Besjana Guri, vincitrice del Goldman Environmental Prize per l’Europa 2025, fondatrice e direttrice esecutiva di LUMI Center, una organizzazione non governativa che sin dall’inizio ha animato le manifestazioni.
Qual è la situazione sul terreno, al di là delle manifestazioni, che stanno continuando ogni giorno?
Nel delta adesso i lavori sono fermi. All’inizio avevano recintato l’area di cantiere e portato dei macchinari e delle ruspe: dopo le prime proteste la recinzione è stata rimossa e i mezzi non operano più. È una buona notizia dal campo. Però, dal punto di vista legale, nulla è cambiato: il progetto è ancora in itinere, non abbiamo visto nessun atto formale di cancellazione. Per questo la nostra battaglia continua. La pressione internazionale è cresciuta, il che è positivo: abbiamo ottenuto il sostegno di alcuni eurodeputati, qualcuno è venuto anche in piazza. Ci sono stati segnali di appoggio alla nostra causa, ma non basta. E dei danni sono stati già provocati…
Quali?
Nelle due o tre settimane in cui le ruspe hanno lavorato sono state aperte piste di accesso sulla sabbia, distrutte porzioni di dune e ripulita la vegetazione in alcuni punti. Insomma, un impatto c’è stato, anche se limitato rispetto a quello che porterebbe l’intero progetto, che cambierebbe completamente il paesaggio: l’obiettivo è urbanizzare un’area naturale. Ed è quello che vogliamo evitare.
Il coinvolgimento di investitori vicinissimi a Donald Trump è un bel problema per voi del movimento: sappiamo che il premier albanese Rama è molto attento a questo tipo di rapporti personali con i leader politici più potenti.
Sì, purtroppo sì. Sappiamo quanto sia potente la parte degli investitori e quanto il nostro governo tenga alle relazioni con gli Stati Uniti. Ma dal punto di vista ambientale, per la nostra battaglia, non importa chi sia l’investitore: il problema è che questo non è il posto giusto dove costruire. La nostra opposizione sarebbe stata la stessa contro chiunque. È vero però che questa connessione ha aumentato l’attenzione dei media e della comunità internazionale: ha lati negativi, ma anche positivi. E può essere una situazione difficile anche per il nostro primo ministro, stretto com’è tra la forza degli investitori e la protesta della sua gente e delle organizzazioni internazionali.
Rama sta cercando di accelerare l’ingresso dell’Albania nell’UE. Ma l’Europa ha normative forti a difesa della natura, e la pressione su di lui sarà notevole…
Direi proprio di sì. Per la prima volta vediamo risoluzioni del Parlamento europeo molto chiare, non diplomatiche, che non chiedono mediazioni: chiedono di fermare subito i progetti che violano la tutela delle aree protette, e di cambiare la legge. Da come l’abbiamo capita noi, il governo vorrebbe adempiere, ma solo all’ultimo minuto, nel 2027, a giochi fatti. E soprattutto a resort completato. Dal 2024 gli emendamenti hanno aperto la strada al cemento in qualunque area protetta del paese: combinati con gli effetti liberalizzatori della legge sugli “investitori strategici”, il risultato è devastante. Bruxelles ha capito il gioco del rinvio: si prende tempo con la revisione normativa e nel frattempo si costruisce. Ma la pressione europea rende questo trucco meno praticabile.
In molti in Albania vedono nello sviluppo costiero incontrollato (all’italiana, si potrebbe dire) una scorciatoia per la crescita e per il benessere, nazionale e personale. Che ne pensa?
Non è facile, davvero, convincere le persone che siamo fortunati ad avere ancora spiagge e tratti di costa intatti. Forse dopo le nostre proteste la gente è un po’ più consapevole, ma in generale la propaganda spinge in un’altra direzione: “Dobbiamo svilupparci, i paesi europei sono già sviluppati, perché non possiamo farlo anche noi?”. Quello che dovremmo fare, invece, è imparare dagli errori degli altri. Abbiamo davanti tanti cattivi esempi che non serve replicare, sia all’estero che in casa nostra. Avevamo aree bellissime e incontaminate, con grandi pinete costiere, dove oggi è tutto cemento, grattacieli e caos. Luoghi dove gli albanesi non vogliono più andare in vacanza. E adesso si invade perfino l’area protetta: è ancora più pericoloso. Nel Mediterraneo i grandi delta naturali intatti sono rimasti pochissimi: il Vjosa è uno di questi. Dovremmo pensarci in termini di prossime generazioni. E poi: perché mai servirebbero hotel a cinque stelle in una zona umida o nel cuore di un’area naturale tutelata fluviale o montana? È una contraddizione in termini. Per questo uno dei nostri obiettivi principali, insieme allo stop del progetto, è l’abrogazione degli emendamenti del 2024: tutela della natura e sviluppo in quelle aree non possono convivere, bisogna scegliere.
Si può dire che la protesta a difesa della natura ha assunto anche un significato politico?
È nata come protesta civile, di cittadini, e vuole restare indipendente dai partiti. Negli ultimi trent’anni i due principali, quello socialista e quello democratico, hanno agito spesso allo stesso modo: corruzione, informalità, legami tra potere e criminalità. La gente non si fida più. In piazza molti chiedono le dimissioni del primo ministro e del capo dell’opposizione: vogliono un nuovo corso, con volti giovani e competenti, un’altra cultura di governo. La natura è un bene comune che unisce.
Questa ondata potrebbe tradursi nella nascita anche in Albania di un partito politico affine ai Verdi europei?
È presto per dirlo. Oggi la priorità è cambiare le leggi e fermare i progetti. C’è chi parla di un governo tecnico, di una transizione democratica diversa, ma al momento non vedo azioni concrete per creare un partito.
Come vi organizzate? C’è un calendario stabilito per le manifestazioni?
No, assolutamente. Siamo in piazza dal primo giorno, ogni giorno. Non c’è un programma fisso: l’unico appuntamento è vederci il giorno dopo, nello stesso posto, alla stessa ora. C’è un nucleo di persone sempre presenti, molti altri possono partecipare alle iniziative solo nel weekend. E poi c’è la diaspora albanese in Europa, dall’Italia alla Germania al Regno Unito. Ovunque ci siano albanesi, molti sostengono questa causa. È un’energia incredibile, un’esperienza per tutti noi assolutamente unica. Onestamente, non avremmo mai pensato che la protesta sarebbe diventata così massiccia. È anche un sacrificio: ogni pomeriggio fino a tardi in strada, con famiglie e lavoro da gestire. Ma non molliamo, non vogliamo mollare. Vogliamo vincere.
In copertina: Besjana Guri © Goldman Environmental Prize
