Da Yerevan - Sabato 31 ottobre si è chiusa la COP17, la conferenza delle parti per l’implementazione dell’Accordo Globale sulla Biodiversità, la roadmap globale al 2030 per proteggere la natura e i servizi ecosistemici di cui l’economia umana beneficia.
Completamente ignorata dai media (la sala stampa è stata quasi tutto il tempo vuota) e dalla politica (nessun capo di stato presente, meno di 10.000 accreditati in totale), il negoziato ha tuttavia permesso di completare la prima “Global Review” dei progressi verso l’inversione della tendenza alla perdita di biodiversità entro il 2030 e accelerare sull’azione e lo stanziamento di adeguate risorse finanziarie.

Passi avanti e passi indietro

Il documento finale della Global Review contiene una risposta condivisa alle preoccupazioni circa la revisione degli impegni dei paesi membri. Preoccupa in particolare il fatto che, sebbene più del 90% dei paesi abbia un NBSAP (piano nazionale per la biodiversità), meno della metà siano nella giusta direzione, in particolar modo nella tutela degli oceani. Il documento definisce una serie di priorità d’azione fino al 2030 e i settori in cui sarà necessario accelerare i progressi. Tra questi figurano la lotta alle sovvenzioni e agli incentivi dannosi per la natura, l’aumento del sostegno finanziario, scientifico e tecnico ai paesi in via di sviluppo, l’allineamento dei bilanci nazionali e delle decisioni economiche con il KMGBF (Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework) e il rafforzamento dei meccanismi di attuazione, monitoraggio, rendicontazione e revisione.

“Nel corso di queste due settimane abbiamo dimostrato che è possibile superare le divergenze, che gli impegni possono trasformarsi in decisioni e che la cooperazione può dare risultati concreti”, ha affermato il presidente della COP 17, Hambardzum Matevosyan. “Con l’adozione del documento dimostriamo la nostra determinazione collettiva a rispondere a una delle sfide più urgenti del nostro tempo. Il documento definisce le priorità per l’azione collettiva, dall’attuazione dei piani nazionali e dalla mobilitazione delle risorse finanziarie al rafforzamento della ricerca scientifica, del monitoraggio e della partecipazione di tutti i settori della società”.

Se il risultato del negoziato offre una flebile speranza per il raggiungimento dei 23 target al 2030 del Global Biodiversity framework, è sempre più chiaro che, con il contesto politico attuale e l’assenza di uno sforzo reale da parte del mondo delle imprese, l’Accordo di Montreal-Kunming è destinato a fallire, a meno che non si riformi l’architettura stessa del negoziato, unificando rapidamente le tre convenzioni quadro ONU di clima, biodiversità, desertificazione, includendo anche UN Water e quella sulla plastica. Numerosi delegati hanno chiesto di intervenire in questo senso, in particolare il ministro dell’Ambiente di Panama, Juan Carlos Navarro, un ambientalista di lunga data, ha affermato che il processo della COP era stato “concepito per fallire”, sostenendo che le decisioni dovrebbero essere prese a maggioranza, poiché il processo basato sul consenso consente a “un solo idiota” di impedire il raggiungimento di un accordo. “Gran parte di ciò che sta accadendo qui alla COP non è altro che un mucchio di sciocchezze, bei discorsi e chiacchiere!”, ha dichiarato Navarro all’AFP, ribadendo che le Nazioni Unite dovrebbero ospitare ogni anno una sola "COP-ambiente" per affrontare in un'unica occasione le questioni relative al clima, alla biodiversità, alla plastica e ad altri temi. “Questo mi fa davvero ribollire il sangue, perché mentre noi perdiamo tempo, Roma brucia”, ha commentato.
Le richieste di Navarro sono state vane: assente nel testo finale qualsiasi riferimento alle altre convenzioni, un passo indietro anche rispetto a COP16, spinti da chi teme in riduzioni di poltrone, di finanziamenti internazionali, o di eccessivo peso dei negoziati.

Finanza

Come in ogni negoziato, la finanza ha dettato l’agenda. I delegati hanno sottolineato il calo dei livelli di aiuti e una possibile forte riduzione del 27% dei finanziamenti destinati all’ambiente per il periodo 2026-2030. Siamo lontanissimi dai 20 miliardi di dollari movimentati dai paesi sviluppati al 2025 (poco più di 1,8 mld) per sostenere le nazioni biodiverse meno sviluppate; per non parlare dei 200 miliardi al 2030 da tutti i paesi firmatari. Uno dei punti che hanno più infiammato il dibattito è stata la richiesta di vari paesi sviluppati di ampliare l’elenco delle nazioni chiamate a fornire finanziamenti: un messaggio rivolto a paesi come Cina, Arabia Saudita, Emirati, India, economie che ormai possono permettersi di movimentare risorse.

Niente da fare. Le Parti hanno esclusivamente concordato che i paesi non donatori che desiderano contribuire possono “manifestare il proprio interesse” prima della COP18, che si terrà nel 2028 a Quito, in Ecuador. Intanto però si è deciso di dare forma a un nuovo meccanismo finanziario permanente per proteggere la natura dopo il 2030, che sarà definito nel prossimo negoziato. Un piccolo passo avanti verso una struttura chiave per tutelare gli interessi di imprese e comunità. Le motivazioni le ha ricordate Guido Broekhoven, direttore globale per le politiche multilaterali del WWF International: “La biodiversità non riguarda solo la fauna selvatica, ma anche i sistemi che sostengono le nostre vite e le nostre economie. La natura ci fornisce il cibo che arriva sulle nostre tavole, l’acqua pulita che esce dai nostri rubinetti, l’impollinazione delle colture e i suoli sani che sono alla base della sicurezza alimentare globale”

Sussidi ambientalmente dannosi per la natura

“Sia all’interno che all’esterno delle sale negoziali, la COP17 ha registrato uno slancio eccezionale sulla riforma degli incentivi e dei sussidi. Ora vediamo che tale slancio è stato riconosciuto nella decisione sulla revisione globale, in quanto le Parti si sono impegnate ad accelerare i lavori per la riforma degli incentivi”, ha commentato Eva Zabey, CEO di Business for Nature. “Questo risultato multilaterale si affianca a impegni più ampi volti ad accelerare l’azione in materia di riforma degli incentivi, anche attraverso il lancio della coalizione di governi ‘Friends of Target 18’ e una lettera aperta firmata da oltre 130 imprese e istituzioni finanziarie”.

Indubbiamente la decisione ha riportato in cima all’agenda politica la necessità di catalogare e eliminare i sussidi ambientalmente dannosi, tema approfondito nei giorni scorsi da questa testata. I paesi hanno quattro anni per cercare di ridurre gli oltre 500 miliardi di dollari di risorse pubbliche che finanziano direttamente la distruzione della biodiversità..

Oceani e biodiversità marina

Sebbene i negoziati si siano tenuti in un paese senza sbocchi verso il mare, mari e oceani hanno animato discussioni e side event. Secondo Pauli Merriman, Interim Senior Director of Oceans di WWF International “Non stiamo procedendo abbastanza rapidamente per mantenere la promessa del Quadro globale per la biodiversità, e il divario nell’attuazione è particolarmente evidente per quanto riguarda gli oceani. Attualmente, solo circa il 10% degli oceani è protetto e conservato, e gli impegni nazionali esistenti ci porterebbero appena al 12% entro il 2030, ben al di sotto dell’obiettivo del 30%. Anche i progressi nella lotta alla pesca non sostenibile – uno dei principali fattori alla base della perdita di biodiversità marina – sono disomogenei, mentre i finanziamenti per la conservazione degli oceani rimangono una frazione di quanto necessario”. Il documento siglato a Yerevan a COP17 dovrà fungere da catalizzatore per un’azione accelerata, trasformando le promesse sulla carta in misure concrete di protezione nell’ambiente acquatico attraverso una conservazione efficace ed equa, finanziamenti a lungo termine e accessibili e una cooperazione internazionale più forte. Tuttavia, nonostante la pressione, non si sono fatti riferimenti all’accordo sulla biodiversità al di fuori delle giurisdizioni nazionali (il “Trattato sull’alto mare”), né sono state lanciate iniziative specifiche.

Il premio all’Italia per la rigenerazione della natura urbana

Una delle note di colore della COP17 è stata l’assegnazione da parte le Nazioni Unite del World Restoration Flagship award, al progetto di riforestazione metropolitana ForestaMi, unico progetto europeo premiato. Nato nel 2018 da una ricerca del Politecnico di Milano e ideato da Stefano Boeri, il programma di forestazione della Città metropolitana di Milano punta a piantare tre milioni di alberi per riportare la natura in città. Il risultato nasce da una rete che unisce istituzioni, Comuni, comunità locali, imprese e team multidisciplinari. Maria Chiara Pastore, direttrice scientifica di Forestami e docente del Politecnico di Milano, ha commentato a Materia Rinnovabile: “Questo riconoscimento dà visibilità a un lavoro che parte da una domanda concreta: come rendere le nostre città più capaci di accogliere e sostenere la natura? Con ForestaMi lavoriamo per diffondere una nuova cultura della natura in città, affinché sia riconosciuta come una componente fondamentale della progettazione e trasformazione delle metropoli moderne”.

Verso COP18, ma soprattutto verso una nuova epoca multilaterale

Cosa resta dunque del negoziato armeno? Astrid Schomaker, segretaria esecutiva della Convenzione sulla diversità biologica, commenta così: “Sappiamo cosa deve cambiare. Non possiamo proteggere la natura continuando a finanziarne la distruzione. Le risorse devono arrivare ai paesi e alle comunità che ne hanno bisogno. E la biodiversità deve diventare parte integrante delle decisioni economiche quotidiane. In definitiva, la prova del nove non è ciò che i governi hanno concordato a Yerevan, ma ciò che cambieranno una volta tornati a casa”.

Serve quindi tornare a fare pressione politica sui temi di tutela della natura, spesso fuori dalle manifestazioni degli studenti e relegate alle associazioni che si occupano di conservazione. Nonostante crescano le reti di imprese che comprendono la doppia materialità legata alla natura (gli impatti generati e quelli subiti dalla perdita di biodiversità), come anche dimostrato dalle decine di side-event pienissimi su temi come rendicontazione, biodiversity credits, rigenerazione sistemica, serve che la natura entri nei board aziendali in maniera ancora più pervasiva, soprattutto nei settori più esposti alla perdita dei servizi ecosistemici.

Infine ci sono i negoziati sulla natura, Dopo un decennio di politiche populiste e MAGA, la speranza è che nei prossimi due anni il mondo possa invertire la rotta e ritornare sui passi del decennio precedente, tornando a rafforzare il multilateralismo e i negoziati sulla natura con un nuovo grande framework post-2030. Per ottenere davvero i risultati che la scienza indica come sempre più necessari su clima, biodiversità, inquinamento e acqua, prima del punto di non ritorno.


Immagine: Vijayalakshmi Nidugondi, Unsplash