Maria Chiara Pastore insegna al Dipartimento di architettura e studi urbani del Politecnico di Milano e coordina, all’interno dello Spoke 5 del National Biodiversity Future Center, la ricerca sulla biodiversità degli ambienti urbani e periurbani. Nell’aprile 2026 ha curato, insieme ad Annarita Lapenna, Luca Lazzarini, Israa Mahmoud, Monica Sandulli e Francesca Zanotto, le linee guida per i Piani urbani della natura, pubblicate da CNR Edizioni in accesso aperto. Il documento accompagna le amministrazioni comunali nel passaggio da uno strumento già noto, il Piano del verde, a uno strumento più ampio che la Commissione europea chiama, dal dicembre 2024, Piano urbano della natura.

La pubblicazione arriva in una fase di transizione per la normativa europea. Il Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura, entrato in vigore nell’agosto 2024, impone agli stati membri di non ridurre, entro il 2030, la superficie di verde urbano e la copertura arborea delle città, e di farle poi crescere. Il piano nazionale con cui l’Italia dovrà tradurre questo obiettivo è in corso di redazione. La proposta italiana dovrà arrivare alla Commissione europea entro il 1° settembre di quest’anno. Abbiamo chiesto a Maria Chiara Pastore di ricostruire lo stato di questo processo e di spiegare la logica delle Linee guida.

 

A che punto è l’Italia nel recepimento del regolamento, in particolare per gli ecosistemi urbani?

Il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, insieme al Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e con il supporto tecnico e scientifico dell’ISPRA, sta redigendo il Piano nazionale di ripristino. La consultazione pubblica sulla bozza si è svolta tra la fine di aprile e la fine di giugno sulla piattaforma ParteciPa. Entro il 1° settembre la proposta italiana dovrà arrivare alla Commissione europea, che avrà sei mesi di tempo per formulare osservazioni. La versione definitiva è attesa per il primo settembre 2027. Per gli ecosistemi urbani, che il regolamento individua in un elenco di circa 2.760 comuni, valgono due indicatori. Fino al 2030 vige l’obbligo di non perdere superficie verde né copertura arborea. Dal 2031 questi valori dovranno invece crescere.

Quali sono le criticità pratiche di questo obbligo?

Il nodo principale è come si misura la perdita. Il riferimento oggi sono le immagini satellitari del programma Copernicus, con una risoluzione di dieci metri per dieci, quindi piuttosto grossolana. Resta poi da chiarire cosa debba prevalere, se il diritto edificatorio già acquisito su un’area negli ultimi decenni oppure lo stato reale dell’area fotografato oggi. È una questione urbanistica di grande portata, che riguarda il verde pubblico e quello privato allo stesso modo, indipendentemente dalla proprietà. Un esempio concreto sono le grandi aree ferroviarie dismesse oggi in trasformazione nelle città, superfici molto estese e ancora in parte verdi, il cui destino nei prossimi anni si giocherà proprio a ridosso della soglia temporale in cui si fissa la fotografia di riferimento.

Ci sono strategie che le amministrazioni possono già adottare per proteggere le aree verdi esistenti?

Una possibilità riguarda il riconoscimento giuridico. Nel lavoro che facciamo con Forestami, dal 2020 chiediamo l’inserimento delle aree rimboschite con le caratteristiche adatte nel Piano di indirizzo forestale regionale. Un’area che rientra nel piano viene riconosciuta come bosco e diventa molto più difficile da tagliare o riconvertire, anche a fronte di un cambio di amministrazione. È un modo per rendere permanente ciò che si è costruito, utile a chiunque negli ultimi anni abbia realizzato interventi di forestazione urbana.

Da dove nasce il progetto delle linee guida?

Il punto di partenza è la Strategia europea per la biodiversità al 2030, che nel 2020 raccomandava a tutti i comuni sopra i ventimila abitanti di dotarsi di un ambizioso piano del verde. Nel 2021 la Commissione europea ha pubblicato un breve documento di indirizzo per orientare la redazione di questi piani. Nel dicembre 2024 la Commissione ha aggiornato il documento e ne ha cambiato la denominazione, da Urban Greening Plan a Urban Nature Plan, piano urbano della natura. Il nostro lavoro nasce all’interno dello Spoke 5 del National Biodiversity Future Center, dedicato alla biodiversità degli ambienti urbani e periurbani. Abbiamo assunto quell’evoluzione concettuale e provato a costruire uno strumento che aiutasse i comuni italiani a compiere lo stesso passaggio.

Che differenza c’è tra piano del verde e piano urbano della natura?

Il piano del verde, così come definito dalle linee guida nazionali del 2017, riguarda soprattutto la componente vegetale, quindi alberature e superfici verdi. Il piano urbano della natura ha una dimensione più inclusiva, che comprende anche la fauna e gli altri esseri viventi, oltre alle loro interazioni con i sistemi urbani. È uno strumento più centrato sulla biodiversità nel suo complesso, non solo sul verde inteso come componente vegetazionale.

È uno strumento obbligatorio?

Oggi no, è volontario. La Strategia europea lo definisce come una raccomandazione, non come un obbligo di legge. È un punto su cui c’è discussione aperta. La bozza del Piano nazionale di ripristino conteneva già un riferimento alla possibilità di renderlo obbligatorio, almeno per gli ecosistemi urbani. Penso che, in una fase transitoria, i piani urbani della natura possano diventare lo strumento con cui i comuni costruiscono la conoscenza di base necessaria per rispettare gli obiettivi del regolamento. Se un’amministrazione non sa cosa ha sul proprio territorio, dove si trova e perché è rilevante, difficilmente riuscirà a farlo entrare nella pianificazione urbanistica ordinaria. In questa fase il piano urbano della natura può funzionare da accompagnamento. Ma auspico che nel tempo la dimensione naturale diventi parte strutturale del piano urbanistico, come è già accaduto per altri strumenti settoriali. Penso ai piani di adattamento climatico, che oggi vengono considerati in sede di redazione del piano urbanistico proprio perché esistono già.

Come è strutturato il documento e a chi si rivolge?

È diviso in due parti. Le prime pagine spiegano che cosa sono i piani urbani della natura e il quadro normativo internazionale, europeo e nazionale in cui si inseriscono, e sono pensate per essere comprensibili a chiunque, un cittadino, un amministratore, un tecnico comunale. La seconda parte è operativa e accompagna passo per passo la costruzione del piano, dalla preparazione all’elaborazione fino all’attuazione e al monitoraggio. Ogni scheda propone domande guida, raccomandazioni sintetiche e approfondimenti, oltre a casi studio. Le risorse finali rimandano alla bibliografia e ai piani del verde già approvati in Italia, così che un comune che comincia da zero possa vedere come hanno fatto altri, per esempio consultando direttamente chi ha già scritto un piano a Bolzano o a Trento.

Con quale metodo avete costruito le linee guida?

Abbiamo condotto interviste qualitative in otto città (Torino, Trento, Bologna, Livorno, Campobasso, Avellino, Bari e Cagliari), scelte per differenza geografica e dimensionale, non per il fatto di avere già un piano del verde. Bari, per esempio, non ce l’ha, e ci interessava capire perché e quali fossero le difficoltà percepite. Abbiamo poi organizzato quattro focus group con amministrazioni pubbliche, associazioni del terzo settore, progettisti di piani del verde e progettisti di interventi urbani di grande scala, perché spesso sono proprio questi ultimi progetti a fare da leva per costruire capacità e dati che poi confluiscono nel piano. Più di cinquanta persone hanno partecipato alla revisione del testo. Per l’inquadramento quantitativo ci siamo appoggiati ai dati ISTAT: in Italia i comuni sopra i ventimila abitanti sono 510, circa il 6% del totale, ma vi risiede oltre il 53% della popolazione. Abbiamo inoltre scelto di raccogliere soprattutto casi studio italiani (Avellino, Lignano Sabbiadoro, Padova, Brescia) invece di rimandare sempre agli stessi esempi internazionali, perché volevamo che i comuni italiani si riconoscessero in altri comuni italiani, di dimensioni comparabili.

Nel documento la partecipazione non è un capitolo a sé, ma un tema trasversale. Perché questa scelta?

Perché riguarda tutte le fasi del piano, dalla costruzione del quadro conoscitivo fino al monitoraggio. È anche uno dei nodi meno risolti, non solo per i piani della natura. Nelle interviste con le associazioni del terzo settore è emerso spesso un problema di partecipazione svolta più per adempimento che per reale volontà di costruire un percorso condiviso. Sono proprio gli aspetti comunicativi e partecipativi, più di quelli tecnici, a determinare se un piano viene poi riconosciuto e utilizzato nel tempo dalla cittadinanza.

Il piano urbano della natura dovrebbe restare uno strumento comunale o avrebbe più senso a una scala sovraordinata?

Dopo tre anni di lavoro penso che la scala comunale sia quella corretta, almeno in questa fase. Se un’amministrazione non ha alcuna conoscenza della dimensione naturale del proprio territorio, è difficile che questa entri nella pianificazione urbanistica. Serve un accompagnamento, e il piano urbano della natura può svolgere questa funzione. Se un comune ha appena approvato il piano del verde, il piano urbanistico successivo dovrà tenerne conto, e viceversa. È vero che la natura non conosce i confini amministrativi comunali, ma è anche vero che serve un ambito di applicazione chiaro, e il Regolamento individua proprio quello comunale come riferimento per gli ecosistemi urbani. La scala sovraordinata resta necessaria, ma per altri strumenti: penso ai piani regionali, ai piani delle città metropolitane o ai piani dei parchi.

Come sta circolando il documento tra le amministrazioni?

È stato presentato ufficialmente a Roma a luglio. In quell’occasione il presidente di NBFC, Luigi Fiorentino, ha annunciato un accordo con ANCI per la promozione dello strumento presso i comuni, che aveva peraltro già partecipato al processo di revisione. Lo abbiamo presentato anche al Comitato per lo sviluppo del verde pubblico. L’intenzione è proseguire il confronto sul territorio, anche a livello regionale, e continuare ad aggiornare il documento sulla base dei suggerimenti che arriveranno, come già avviene per i piani del verde. Al momento della pubblicazione avevamo mappato diciotto piani del verde approvati, concentrati soprattutto nelle regioni del centro nord, con le eccezioni di Avellino e Cagliari, oltre a un gruppo di città capoluogo che sta lavorando allo strumento, tra cui Milano e Roma. È una mappa destinata a cambiare rapidamente, tanto più se il Piano nazionale di ripristino renderà lo strumento non più soltanto raccomandato.

Come si posiziona l’Italia rispetto ad altri paesi europei su questo fronte?

La Germania ha realizzato un documento con la stessa funzione, redatto dalla Federal Agency for Nature Conservation, che abbiamo usato come riferimento ed è citato nelle nostre risorse. In Francia esiste una guida sulla pianificazione sostenibile del territorio, a cura dei ministeri competenti, a cui ci siamo ispirati soprattutto per l’impostazione grafica e la struttura dei contenuti. Diversi progetti di ricerca europei, in alcuni casi con la partecipazione del Politecnico di Milano, lavorano sullo stesso tema insieme a città come Parigi e Barcellona, ed esistono anche reti di città su base volontaria nate per scambiarsi competenze su questi argomenti. Sono stata invitata anche a un panel di esperti a Bonn, dedicato al rapporto tra dati sugli ecosistemi urbani e pianificazione. È un ambito su cui, dopo anni in cui se ne parlava pochissimo, si sta lavorando molto in tutta Europa.

In futuro i piani urbani della natura e i piani di adattamento climatico dovrebbero confluire in un unico strumento?

Probabilmente sì, ma credo sia un passaggio successivo. Se oggi mancano ancora i dati sulla natura e una piena integrazione tra clima e biodiversità nella pianificazione urbanistica ordinaria, conviene prima costruire i singoli pezzi e poi farli confluire, piuttosto che partire da uno strumento unico che rischierebbe di restare, a sua volta, uno strumento settoriale come un altro. Il piano urbanistico dovrebbe essere il contenitore finale sia dell’adattamento climatico sia della natura. Probabilmente ci arriveremo per gradi.

 

In copertina: immagine Envato