Il divieto di acquistare con fondi europei gli inverter prodotti in Cina rischia di rallentare la corsa alle rinnovabili nell’Europa centrale e orientale, dove molti progetti dipendono da sussidi. Gli inverter sono il cervello di ogni impianto solare, eolico e di accumulo perché consentono di convertire la corrente continua in corrente alternata, rendendo l’elettricità utilizzabile e sicura. Ma, come per gran parte della componentistica green tech, Pechino domina il mercato globale anche degli inverter: nel 2025 le aziende cinesi, guidate da Huawei e Sungrow, hanno rappresentato oltre l'80% delle spedizioni verso l'Europa.
Se le aziende energetiche operative nei paesi più ricchi d’Europa però possono contare spesso su capitali privati o nazionali per acquistarli, i progetti di energia rinnovabile nelle regioni centrali e orientali dipendono spesso da sovvenzioni e prestiti erogati da istituti come la European Investment Bank e la European Bank for Reconstruction and Development. Fondi che dopo le restrizioni imposte da Bruxelles lo scorso maggio non possono più essere usati per acquistare inverter fabbricati in Cina, uno dei paesi considerati a rischio per la sicurezza delle reti elettriche UE.
La società di consulenza Wood Mackenzie stima che, tra il 2026 e il 2030, il divieto potrebbe impattare su circa il 14% dei progetti solari europei per un totale di 28 gigawatt di capacità fotovoltaica e il 12% delle installazioni di sistemi di accumulo energetico. Romania, Repubblica Ceca e Grecia figurano tra i mercati più colpiti, ma anche dai Paesi Baltici, Bulgaria, Polonia, Ungheria, Slovacchia e Croazia trapela molta preoccupazione.
I timori legati alla cybersecurity
In una lettera indirizzata alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen del 7 luglio, 36 aziende e investitori della Central and Eastern European Clean Energy Industry Alliance hanno avvertito che limitare gli inverter cinesi ostacolerebbe l'espansione del solare e dell'eolico nella regione. “Riconosciamo che la sicurezza informatica delle infrastrutture critiche rappresenta una preoccupazione legittima e urgente, ma siamo seriamente preoccupati. Il divieto rischia di rallentare e in alcuni mercati addirittura di arrestare la transizione energetica dell'intera regione”, si legge nel documento.
A maggio Bruxelles ha vietato l’acquisto di inverter con fondi europei, temendo che fornitori di paesi considerati poco affidabili, come la Cina, possano utilizzarli per destabilizzare la rete elettrica europea. I dispositivi, aggiornabili da remoto, potrebbero infatti offrire una sorta di “porta di servizio” attraverso cui si potrebbe interferire con i sistemi elettrici, fino eventualmente a disattivarli.
Ma, secondo Central and Eastern European Clean Energy Industry Alliance, gli inverter e i PCS (Power Conversion System, i convertitori che gestiscono carica e scarica delle batterie inclusi nelle restrizioni) sono dispositivi hardware a rischio, a prescindere dalla loro provenienza.
La valutazione dei rischi di sicurezza informatica costituisce già un requisito obbligatorio imposto dai rispettivi gestori di rete e dal Codice di rete sulla sicurezza informatica per il settore delle infrastrutture elettriche. Insomma, non ci sarebbe bisogno di un divieto basato sulla provenienza dei dispositivi, ma di rafforzare ulteriormente i protocolli di sicurezza informatica.
Gli impatti sulla filiera
Secondo l'analisi di Wood Mackenzie, il sovrapprezzo da pagare per gli inverter Made in Europe è considerevole. Ma l'impatto complessivo sui costi totali di un impianto fotovoltaico o eolico è più contenuto, attestandosi in una fascia compresa tra il 2% e l'8%. Gli effetti della misura rischiano di ricadere però anche su impianti di larga scala in Nord Africa, Medio Oriente e nella regione del Caspio qualora ricevessero finanziamenti da istituzioni europee.
Essendo a effetto immediato, il blocco sta facendo correre ai ripari gli sviluppatori di progetti, obbligati a sospendere e riformulare i contratti di fornitura e sostituire l'hardware di provenienza cinese con dispositivi fatti da aziende europee o quelle di partner affidabili, come Giappone e Stati Uniti. Motivo per cui le tempistiche di installazione degli impianti stanno subendo slittamenti dai sei ai dodici mesi. La situazione coinvolge centinaia di progetti, non solo dell’Est Europa: circa il 20% degli impianti solari nell'UE beneficia del sostegno della European Investment Bank. Tra questi c’è anche l’azienda Solaria, che ha vinto un bando da 1,7 miliardi di euro per la realizzazione di 120 impianti solari tra Spagna, Italia e Portogallo.
Ma non tutti pensano che il divieto rallenterà troppo la transizione energetica europea. Secondo la European Solar Manufacturing Company, l’associazione che riunisce i produttori di pannelli fotovoltaici d’Europa inclusi gli inverter, non c’è alcuno svantaggio strutturale ad acquistare inverter "occidentali". La capacità produttiva europea, che si attesta intorno ai 104 gigawatt in corrente alternata, potrebbe già soddisfare la domanda europea. Inoltre, è disponibile una capacità superiore a 120 GWac dal Nord America e altri paesi asiatici. “La capacità c'è, i produttori ci sono e nell'Europa dell'Est sono presenti da quindici anni”, ha dichiarato Christoph Podewils, segretario generale della European Solar Manufacturing Company.
Resta da vedere se il phase out degli inverter cinesi sarà rapido e indolore, oppure Bruxelles dovrà tornare sui propri passi cancellando il divieto ed escogitando altre misure per proteggere la rete elettrica europea.
In copertina: immagine Envato
