In orbita nulla viene buttato via. Ogni grammo di materiale caricato prima del lancio ha un peso, un costo e una seconda vita già pianificata. Sulla Stazione spaziale internazionale gran parte dell'acqua, compreso il vapore della respirazione, viene recuperata e resa di nuovo potabile. Una stazione spaziale è il sistema chiuso più rigoroso che l'ingegneria umana abbia costruito, un luogo dove vivere entro risorse finite è una condizione di sopravvivenza prima ancora di essere una scelta. È economia circolare portata al suo limite fisico, molto prima che la circolarità diventasse una parola d'ordine industriale.

Chi lavora sulla transizione ecologica riconosce in quella disciplina un problema familiare. In un ambiente del genere lo scarto vale come un errore di progetto: ogni oggetto nasce pensando a come verrà recuperato e rimesso in uso, perché portare a bordo un ricambio costa quanto lanciarlo. È lo stesso principio che l'economia circolare prova a portare nelle fabbriche e nelle città, dove però la pressione a rispettarlo è più debole e i margini di spreco restano larghi.

Da anni, a capo della divisione Green & Technology di IEG, con Ecomondo e KEY, osservo interi comparti misurarsi con la stessa domanda: come tenere in equilibrio produzione, consumo e rigenerazione delle risorse dentro i confini che il pianeta ci impone. Lo spazio affronta quella domanda in forma estrema e per questo ha qualcosa da insegnare a chi la affronta a terra.

C'è poi un secondo versante, meno evocativo e più operativo. La sostenibilità, per smettere di essere un'intenzione, ha bisogno di dati verificabili e quei dati oggi arrivano in larga parte dall'orbita. I satelliti misurano le emissioni, seguono lo stato dei suoli e delle acque, verificano la resa dei raccolti. Un'azienda agricola che regola irrigazione e trattamenti sulla base delle immagini satellitari taglia consumi e sprechi in modo documentabile. La stessa capacità di misura serve alle imprese chiamate a rendicontare i propri impatti ambientali secondo gli obblighi europei. In questo passaggio, l'osservazione della Terra smette di essere un supporto tecnico e diventa infrastruttura della transizione: è ciò che rende la sostenibilità misurabile, comparabile e quindi credibile.

Questi due mondi, quello spaziale e quello dell'industria terrestre, si stanno avvicinando più in fretta di quanto il dibattito pubblico registri. A muoversi ora sono soprattutto le imprese dei settori tradizionali, dai trasporti all'agricoltura, che adottano i servizi spaziali come clienti finali e li integrano nei propri prodotti e processi. Il World Economic Forum stima che l'economia spaziale globale passerà dai 630 miliardi di dollari del 2023 a 1800 miliardi entro il 2035, con un ritmo di crescita superiore a quello del PIL mondiale. Gran parte di quel valore si genera a terra, nell'agricoltura, nell'energia, nella logistica, nella gestione dell'acqua. In Italia il fenomeno è già leggibile: secondo l'Osservatorio Space Economy del Politecnico di Milano, il 43% delle imprese della filiera spaziale integra la propria attività con comparti industriali adiacenti, dall'aviazione al metalmeccanico all'automotive. La convergenza, insomma, è un dato di fatto prima di essere una previsione.

Vale la pena leggere questi segnali insieme. La transizione ecologica e l'economia spaziale rispondono, da direzioni opposte, alla stessa domanda: come far funzionare un sistema a risorse finite senza consumarlo. Nel punto in cui le due logiche si incontrano, si aprono margini di innovazione che nessuno dei due campi raggiungerebbe da solo. Per un'impresa terrestre significa progettare prodotti più durevoli ed efficienti, capaci di restare competitivi quando le materie prime scarseggiano. Le competenze maturate dall'industria spaziale sull'efficienza dei materiali e sul riuso possono accelerare i processi circolari a terra, mentre la domanda dei settori terrestri offre allo spazio un mercato reale, ancorato a bisogni concreti. È la scommessa da cui nasce BEX, l'expo-conference che a settembre portiamo a Rimini.

Per decenni lo spazio ha rappresentato l'altrove, la frontiera da raggiungere. La space economy che sta emergendo racconta una storia più utile, quella di uno strumento per capire e governare meglio il pianeta che già abitiamo, con la stessa attenzione che si riserva a una risorsa che non si può rimpiazzare.

 

In copertina: immagine Envato