Il 12 e 13 maggio 2026, il Centro congressi di Riva del Garda ha ospitato REbuild, appuntamento di riferimento in Italia per l’innovazione sostenibile nel real estate, quest’anno dedicato al tema “Housing Remix. Nuove soluzioni per l’abitare”. L’edizione 2026 ha riunito sullo stesso palco istituzioni, finanza, industria delle costruzioni e ricerca in oltre venti sessioni tra conferenze, workshop e momenti di networking, con l’obiettivo di leggere la casa sempre più come infrastruttura di benessere collettivo.
Al centro del confronto, alcuni dei nodi più urgenti del settore: emergenza abitativa, transizione energetica, rigenerazione urbana e nuovi modelli insediativi. Temi che oggi si collocano sempre più al crocevia tra politiche pubbliche e mercato, in un momento in cui la questione dell’housing sta assumendo un peso crescente anche nell’agenda europea. Il dibattito non si è pertanto fermato alla direttiva europea sulla prestazione energetica degli edifici (EPBD), la cosiddetta Direttiva case green, che chiede agli stati membri di accelerare la riqualificazione del patrimonio esistente. Su questo fronte, l’Italia è già coinvolta in una prima procedura di infrazione, a conferma delle difficoltà nell’allinearsi al quadro regolatorio europeo.
Uno dei temi centrali emersi a REbuild 2026 è stato infatti il coordinamento delle politiche pubbliche. Da un lato il Piano europeo per l’edilizia abitativa a prezzi accessibili, annunciato dalla Commissione nel dicembre 2025, che punta ad ampliare l’offerta di alloggi accessibili, mobilitare investimenti pubblici e privati e rimuovere alcuni ostacoli regolatori per il social e l’affordable housing. Dall’altro il Piano casa nazionale varato dal Governo con il decreto-legge 66 del 7 maggio 2026.
Politiche pubbliche, dall’Europa ai territori: il riuso del patrimonio come regola di metodo
La questione centrale riguarda il modo in cui tenere insieme questi diversi livelli di intervento, da quello europeo a quello locale, dei vari piani casa, che dovranno poi tradursi concretamente nei territori, dalle città metropolitane fino alle aree interne.
“Troppo spesso, quando affrontiamo il tema della casa, pensiamo che possa essere risolto meccanicamente attraverso la costruzione di nuovi edifici: condomini, villette, interventi di natura residenziale”, spiega a Materia Rinnovabile Ezio Micelli, presidente del Comitato scientifico di REbuild, docente della Università IUAV di Venezia, nonché unico membro italiano dell’Advisory Board della Commissione europea per la redazione del Piano europeo per l’abitazione accessibile.
“Questo è sicuramente vero per alcune aree metropolitane che oggi sono oggettivamente in sofferenza, con uno stock abitativo non adeguato rispetto a una crescita insediativa che negli ultimi anni è stata molto significativa. Per molti altri territori, però, la risposta al tema della casa può arrivare da una riflessione più articolata sul modo in cui organizziamo collettivamente le nostre regioni e i nostri territori.”
L’alternativa che Micelli propone è un principio di riuso su scala territoriale e non solo in chiave di economia circolare su singoli interventi: intervenire sul patrimonio esistente, sulle aree marginali e sulle città medie, lavorando su servizi, connessioni e mobilità, invece di aggiungere nuove periferie a un paese che conta già quasi dieci milioni di unità immobiliari non utilizzate. “Questo vale alla scala macro, ad esempio nel rapporto tra Milano e il suo hinterland. Non è detto che si debba costruire un numero infinito di case intorno a Milano: forse bisogna collegare meglio Bergamo con Milano, Pavia con Milano. Bisogna immaginare sistemi di interconnessione metropolitana più ricchi e funzionali, così che, anche in base alle preferenze individuali, si possa scegliere di vivere in una città o in un’altra, senza essere costretti a vivere in periferie che magari non si apprezzano e che vengono subìte come scelta insediativa.”
Lo stesso può avvenire alla scala micro. “È stato citato il caso di Trento: non è detto che si debba costruire un’enorme periferia”, continua Micelli. “Forse bisogna riconnettere meglio Trento ai territori circostanti. Anche qui il tema dei servizi e della mobilità diventa decisivo, perché non è necessario che tutti vivano nel centro urbano. Ma allo stesso tempo non si può dire ai territori marginali e abbandonati che non avranno un presidio scolastico o sanitario e che la qualità della vita sarà sempre meno qualitativamente significativa.”
Per rendere concreto il modello, Micelli richiama esperienze già funzionanti, come quella dei Paesi Bassi, con la sua rete di città medie perfettamente interconnesse, o la Svizzera, nonostante la complessità del territorio alpino, che mostrano come sistemi urbani diffusi possano funzionare in modo integrato ed efficiente. “Perché non immaginare che anche le città italiane possano evolvere in questa direzione? Ciò non significa negare la tendenza globale verso la concentrazione urbana − tutti i dati delle Nazioni Unite lo confermano − ma interrogarsi sul modo in cui organizziamo questa concentrazione. Riprendendo il tema delle ‘cento città italiane’, dei molti stili di vita e delle tante polarità municipali, forse proprio qui possiamo costruire una nostra idea di crescita delle polarità metropolitane”, conclude Micelli.
Salute, salubrità, materiali: l’edificio sempre più come organismo dinamico
Se l’urgenza della transizione energetica impone edifici più efficienti, a REbuild 2026 è emerso con forza che il vero salto di qualità passa anche dalla salubrità degli spazi. Gli interventi dedicati alla casa come ecosistema di benessere ha messo al centro la qualità dell’aria, il comfort interno, i materiali e i servizi di prossimità, fino a legare in modo esplicito progetti edilizi, medicina ambientale e nuovi modelli di assistenza. In questo quadro si inserisce anche il protocollo siglato sul palco da ANACI, Croce Rossa Italiana e SIMAS, che punta a trasformare i condomìni in primi presìdi sanitari di prossimità tramite la telemedicina, cioè trasformandoli in spazi capaci di proteggere attivamente la salute e ridurre l’isolamento dei soggetti fragili.
Marco Caffi, direttore operativo di Green Building Council Italia, ha proposto un ulteriore cambio di paradigma intorno all’edificio: “Gli edifici, da sempre considerati elementi immobili e statici nel tempo, oggi vengono sempre più interpretati come elementi dinamici. Prima dal punto di vista della fruibilità, poi sotto il profilo energetico: l’approccio dinamico è diventato progressivamente centrale”, dichiara Caffi a Materia Rinnovabile. L’orizzonte è quello di una circolarità concreta, che porta “a concepire l’edificio come un sistema capace di comporsi e scomporsi nel tempo; quindi, come un elemento dinamico che si adatta alle esigenze e che, proprio per questo, diventa più duraturo”.
Più che nel singolo neomateriale, l’innovazione risiede così nella capacità di usare in modo diverso materiali consolidati – “i materiali restano gli stessi, acciaio, calcestruzzo, legno, ma ciò che cambia è il modo in cui vengono assemblati e impiegati nell’edificio” – progettando giunzioni e sistemi costruttivi che permettano trasformazioni, smontaggi e riusi. “Questo rappresenta un cambio di paradigma, soprattutto dal punto di vista progettuale”, conclude Caffi, ricordando che la vera sfida si vince con l’innovazione lungo tutta la filiera, ma prima di tutto con un nuovo modo di pensare gli edifici: non più oggetti statici da “chiudere” una volta per tutte, bensì “organismi” che, nel corso della loro vita utile, possano adattarsi e rigenerarsi.
In copertina: foto REbuild
