
Olio di oliva, di semi, di mais. Lo usiamo per cucinare, per friggere, per conservare il tonno o i funghi, e poi lo scoliamo nello scarico del lavandino, come fosse acqua. Spesso neanche ci sfiora l’idea che l’olio alimentare disperso nell’ambiente non solo possa avere gravi impatti, ma costituisca anche un imperdonabile spreco di una risorsa preziosa.
Con il doppio obiettivo di prevenire sia il danno che lo spreco nasceva dunque in Italia, oltre venticinque anni fa, CONOE, il Consorzio nazionale di raccolta e trattamento degli oli e dei grassi vegetali e animali esausti. Se la raccolta, cresciuta di anno in anno, punta ora a migliorare i risultati intercettando i flussi di questa particolare tipologia di rifiuto che ancora sfuggono, oggi il CONOE è pronto a un ulteriore salto di qualità, proponendosi come soggetto in grado di fornire al mercato le materie prime biologiche rigenerate per una serie di prodotti, come biocarburanti, biolubrificanti, tinture e biopolimeri. Ce lo hanno raccontato il direttore generale Francesco Mancini e la direttrice operativa Barbara Gatto.
Tutto l’olio esausto raccolto in Italia (e quello ancora da raccogliere)
Partiamo dai numeri del CONOE. I dati aggiornati al 2025 fotografano un trend di crescita, con oltre 82.000 tonnellate di oli vegetali esausti (UCO, used cooking oil) raccolte, principalmente dalle attività di ristorazione e dalle imprese del settore alimentare. “A queste va aggiunta la raccolta al di fuori dell’ambito del Consorzio ovvero quella del rifiuto domestico gestita direttamente dai comuni, che ammonta oggi a circa 15.000 tonnellate di oli esausti”, precisa Barbara Gatto. “Nel complesso tutta la filiera raccoglie oltre 120.000 tonnellate di rifiuto, in crescita rispetto alle 110.000 del 2024.”
Il margine di miglioramento è tuttavia ancora molto ampio, visto che, secondo le stime del Consorzio, il totale degli oli alimentari esausti prodotti ogni anno in Italia ammonta a circa 300.000 tonnellate. “Facendo una semplice differenza, mancano circa 180.000 tonnellate che non vengono intercettate, e sono praticamente tutte derivanti dalle cucine domestiche”, continua Gatto. “Purtroppo questi oli esausti vengono ancora sversati il più delle volte nei lavandini delle nostre case, con un impatto ambientale ancora troppo sottovalutato rispetto ad altre tipologie di rifiuto.”
Se mancano consapevolezza e conoscenza da parte dei cittadini, tuttavia, spesso manca anche una rete di punti raccolta diffusi che dovrebbe essere implementata dai comuni, per rendere più agevole al cittadino il conferimento di tale rifiuto. “Su questo il CONOE lavora da diversi anni, con progetti sviluppati in sinergia con gli enti locali per migliorare sia la comunicazione al cittadino che la rete di raccolta.”
Le filiere del riciclo
Ma una volta recuperato da cucine e laboratori dell’industria alimentare, dove va a finire l’olio esausto? “Il riutilizzo delle basi di oli vegetali conta già oggi su almeno due filiere molto sviluppate”, ci dice Francesco Mancini. “Innanzitutto quella dei biocarburanti, che assorbe oltre il 90% delle 120.000 tonnellate raccolte in Italia. Tra il 6 e il 7% degli oli esausti raccolti viene utilizzato come base per la produzione di biolubrificanti, e la parte residua entra nei settori della chimica verde, come ad esempio la filiera dei coloranti per l’industria conciaria, dove diventa base per le tinture. C’è poi una frazione residuale che viene impiegata per usi più tradizionali, come la produzione di cere e saponi. Infine, un utilizzo ancora di frontiera è la produzione di biopolimeri per le microplastiche vegetali destinate all’industria dei cosmetici.”
Nuove frontiere per il Consorzio
A fronte di tutte queste filiere del riutilizzo, nuove o già consolidate, cresce dunque la richiesta di basi vegetali rigenerate e di conseguenza, spiega Mancini, cresce l'interesse a potenziare i servizi di raccolta e a cercare le matrici di oli vegetali non solo nelle cucine: “I nostri raccoglitori non si accontentano più di recuperare olio esausto dalla ristorazione, ma stanno ora studiando da quali altre tipologie di rifiuti è possibile estrarre basi di acidi grassi da poter rigenerare”. Sono quindi nati diversi progetti per il recupero di tali basi dai biolubrificanti esausti (che sono a loro volta prodotti a partire da oli vegetali esausti rigenerati) o per intercettare gli acidi grassi finiti negli impianti di trattamento dei reflui urbani.
“Queste attività fino a oggi non erano di interesse diretto del Consorzio, nato a suo tempo con la precisa esigenza di intercettare gli oli esausti provenienti dalle cucine della ristorazione”, precisa Mancini. “Ma oggi questo perimetro va allargandosi, dal momento che i nostri raccoglitori e i nostri impianti di rigenerazione hanno una domanda crescente di questi materiali e quindi non li vanno a cercare solamente in uscita dalle attività di ristorazione.”
Non solo a monte (con la raccolta), ma anche a valle (con il riciclo), il ruolo del CONOE, e in generale quello di tutti i sistemi consortili, sarebbe pronto a questo punto a un’evoluzione. “Se fino a oggi i sistemi EPR erano stati concepiti con l'obiettivo principale di non disperdere il rifiuto e avviarlo al recupero, noi stiamo cercando di fare un passo ulteriore nella direzione del riciclo effettivo”, spiega Mancini. “Il recupero è il ‘minimo sindacale’, ma oggi i sistemi EPR dovrebbero anche preoccuparsi di garantire dei mercati di sbocco ai rifiuti di propria competenza una volta rigenerati, assicurandosi che quegli utilizzi siano realmente sostenibili sia da un punto di vista economico che ambientale. Diciamo quindi che i tempi sono maturi perché il ruolo del Consorzio, e dei consorzi in genere, venga interpretato in maniera più estensiva nell’ambito della bioeconomia rigenerativa.”
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In copertina: immagine Envato
