
Giuseppe Sala insegna al Dipartimento di scienze e tecnologie aerospaziali del Politecnico di Milano e presiede il Comitato tecnico-scientifico di BEX - Beyond Exploration, l'expo-conference sulla space economy che debutta alla Fiera di Rimini dal 23 al 25 settembre 2026, promossa da Italian Exhibition Group con la Regione Emilia-Romagna. Lo abbiamo raggiunto in Valle d'Aosta per farci raccontare premesse e obiettivi della manifestazione.
Di eventi sullo spazio ce ne sono a centinaia. Che cosa aggiunge BEX?
Da questo punto di vista la missione Artemis è indicativa. Gli statunitensi tornano sulla Luna, primo lancio quest'anno, poi il 2028. È un cambio di paradigma: la Luna non è più una meta da raggiungere una volta ogni tanto. Non basta arrivare, bisogna starci. Quindi serve energia, servono cargo per il trasporto, rover per l'esplorazione, telecomunicazioni, manutenzione, robotica, logistica, ridondanza. Serve una filiera industriale che garantisca capacità di trasporto e presenza stabile. Il che coinvolge settori fino a ora considerati avulsi dallo spazio: alimentazione, abbigliamento, medicina, farmacologia, fisiologia, wellness. Sono settori già ben sviluppati, andati molto avanti per soddisfare requisiti terrestri, senza sapere che un bel giorno lo spazio avrebbe avuto bisogno di loro. E viceversa lo spazio ha delle esigenze e magari non è del tutto consapevole che quei settori sono già in grado di soddisfarle. Si tratta di creare una consapevolezza reciproca sul fatto che c'è chi può risolvere i problemi.
Rimini ospita anche Ecomondo. Che peso ha la sostenibilità in questo settore?
La space economy oggi vale circa 600-700 miliardi di dollari e da qui al 2030 si prevede una crescita del 10-12% all'anno, superiore a tutti gli altri comparti industriali. In questo momento ci sono circa 25.000 satelliti in orbita e se ne lanciano migliaia ogni anno. Questo crea il problema dei detriti, che è un problema di sostenibilità ambientale: non più “ambientale” come lo intendiamo noi, ma di “ambiente spazio”. Quei detriti vanno recuperati perché sono pericolosi, e possono anche essere riutilizzati. C'è poi la questione energetica. Il Saturno V del progetto Apollo, fatto 100 il peso complessivo, era per il 95% carburante: il mezzo di trasporto meno efficiente che si possa pensare. Bisogna ragionare su fonti alternative, si guarda sempre più al nucleare, e sulle fonti energetiche che troviamo nello spazio. Basti pensare alle vele spaziali: si muovono grazie alla spinta della luce, in assenza di resistenza aerodinamica. Un oggetto di grandi dimensioni spinto semplicemente dai fotoni. Quanto di più compatibile ambientalmente si possa immaginare.
Su questo terreno l'Europa rischia di restare indietro?
Al momento non c'è un gap scientifico e tecnologico. Siamo allineati a Stati Uniti e Cina su tutto ciò che serve, dai lanciatori ai satelliti alle stazioni orbitanti. SpaceX ha cambiato completamente il paradigma. La NASA ormai viene considerata un dinosauro, è rimasta con un approccio degli anni Sessanta e Settanta: posizione monopolistica, costi molto elevati. Musk in pochissimi anni ha tagliato drasticamente il costo della messa in orbita dei payload, e ormai il 70% dei satelliti in orbita è privato. La Cina ha un'impostazione statalista, programmi a lunghissima scadenza che rispetta in maniera svizzera, e investe ciò che serve investire. La criticità per l'Europa è un'altra: la capacità di attrarre investimenti privati. Le idee ci sono, per quantità e per validità, a livello di studenti e giovani laureati. Il punto è che nello spazio le startup sono spesso manifatturiere. Quando una piccola società sviluppa un lanciatore nuovo, servono soldi e ne servono tanti. Serve il coraggio di una struttura finanziaria che gli Stati Uniti hanno, la capacità di finanziare anche a rischio. In Europa siamo più cauti, più banchieri che venture capitalist. Quella che gli economisti chiamano la “valle della morte”, il tratto che va da quando fiorisce l'idea a quando si comincia a fatturare, richiede un tessuto finanziario che abbia il fegato per supportare.
A BEX ci sarà spazio anche per il quadro normativo. Perché è un tema urgente?
Non esiste una legge spaziale mondiale, come quella che derivò dalla Convenzione di Chicago del 1944 per l'aeronautica. Allora tutti i paesi, Cina e Unione Sovietica comprese, si misero d'accordo e costituirono l'ICAO, un'organizzazione come l'ONU che a differenza dell'ONU funziona. Nello spazio questo ancora non esiste. Ci sono le leggi nazionali, c'è lo European Space Act, però siamo ancora al punto che uno arriva, mette la bandiera, e quel pezzo di territorio è suo. Chi si affaccia a questo settore deve sapere in che ambito legislativo si muove, quali normative, quali certificazioni, quali modalità assicurative. A BEX ci saranno aree tematiche dedicate, con compagnie assicurative ed enti di certificazione. Uno può dire: ho una bell'idea che funziona, però per metterla su un satellite a quali norme devo riferirmi?
Da ingegnere, qual è il tema meno noto che le sta più a cuore?
Mi piace parlare delle cose che si fanno. C'è un aspetto che nel mondo dello spazio si chiama ISRU, in situ resource utilization, ed è un passo imprescindibile: non possiamo pensare di andare in giro per lo spazio portandoci dietro tutto quello che serve. La regolite, la sabbia lunare dove è rimasta l'impronta dello scarpone di Armstrong, è l'unica cosa che si trova arrivando lì. Non è dissimile da sabbie che troviamo sulla Terra, ossido di silicio con minerali dispersi. In Italia esiste un impianto pilota che dalla regolite produce acqua. Con un reattore delle dimensioni di un frigorifero si separano i componenti metallici dalla sabbia silicea, dall'ossigeno recuperato si produce l’acqua che serve per irrigare le coltivazioni in serra sul suolo lunare tramite tecniche di agricoltura di precisione. La parte metallica, grazie al processo di additive manufacturing, viene utilizzata per realizzare degli shelter abitativi, in grado di proteggere gli astronauti dal pericolo delle radiazioni, molto elevato in caso di lunghe permanenze. Da un materiale apparentemente poco utile si ricava ciò che serve per il sostentamento alimentare e per l'abitazione.
Come immagina l'evoluzione di BEX?
Deve evolversi in maniera naturale. Nei mezzi di trasporto c'è sempre stata una continuità progettuale e tecnologica: le prime automobili furono costruite da chi fino ad allora aveva prodotto carrozze e infatti ne mutuavano la forma. Il primo aeroplano fu costruito dai fratelli Wright che producevano biciclette e non a caso la trasmissione del Wright Flyer adottava tecniche e materiali derivati dal settore di provenienza dei due pionieri. Guardi l'aeronautica: all'inizio il problema progettuale era focalizzato sull'hardware (struttura, aerodinamica, propulsione) poi, via via che il sistema è diventato sempre più prestante e complesso sono stati necessariamente integrati moltissimi altri settori tecnologici contigui: l’elettronica, l’avionica, il controllo, la trasmissione, la comunicazione, l’intelligenza artificiale. Oggi la parte hardware è minoritaria per criticità e costo rispetto all'avionica, che a sua volta lo è rispetto al “sistema-di-sistemi” costituito dall’insieme del trasporto aereo e delle infrastrutture terrestri. Mi aspetto che a BEX accada lo stesso: BEX integrerà progressivamente i settori a cui già si rivolge e altri ancora nel futuro in maniera naturale, semplicemente perché lo spazio, passando dalla fase pionieristica a quella sistematica, lo richiederà.
In copertina: Giuseppe Sala
