
Il Global Reporting Initiative (GRI) ha da poco pubblicato il draft di un nuovo standard di rendicontazione relativo alle tematiche di inquinamento dell’aria (rilasciando congiuntamente anche uno standard per l’inquinamento del suolo e per gli incidenti critici). È un documento di interesse nel mondo del reporting di sostenibilità, per diversi motivi.
Innanzitutto, non bisogna dimenticare che gli standard di rendicontazione sono documenti che offrono alle organizzazioni che intendono pubblicare bilanci di sostenibilità le linee guida rispetto al tipo di informazioni da raccogliere. Questi documenti sono il risultato di profondi lavori di review di pubblicazioni di settore e offrono quindi riferimenti aggiornati e allineati ai trend internazionali, oltre che “masticabili” dalle aziende.
Finora il GRI non aveva dedicato uno standard ad hoc per l’inquinamento dell’aria, considerato un sottoinsieme del GRI relativo ai cambiamenti climatici. Finalmente trova centralità. In questo standard vengono trattati, dunque, inquinanti con effetto locale come ossidi di azoto e zolfo, COV, monossido di carbonio, particolato, eccetera.
Viene colmata una mancanza, dunque. E lo si fa anche in ritardo, poiché sono numerosissime le iniziative di vario tipo che richiamano l’importanza di queste forme di inquinamento: basti citare le direttive europee sulla qualità dell’aria e sulle emissioni industriali, oltre ai numerosi richiami dell’OMS rispetto alle morti premature da inquinamento atmosferico.
Questo nuovo standard permette quindi alle aziende che lo adotteranno di avere una linea guida per pubblicare informazioni relativamente alle loro modalità di gestione dell’impatto connesso alle emissioni di inquinanti atmosferici. Ma che cosa prevede nello specifico?
Come primo punto, viene richiesta la descrizione delle politiche aziendali inerenti al tema, che devono essere naturalmente volte alla riduzione delle emissioni. Viene anche domandato di indicare la presenza di emissioni significative nella catena del valore aziendale e ciò è un elemento di importante novità: benché l’informativa sulla catena del valore sia esclusivamente qualitativa, essa è un’ulteriore spinta alle imprese a interessarsi di ciò che accade al di fuori del perimetro aziendale.
Tra gli altri punti di interesse, si registra anche la richiesta di specificare la presenza di iniziative di riduzione delle emissioni di inquinanti atmosferici congiunte a quelle di mitigazione dei cambiamenti climatici. In pratica, si chiede di indicare se le iniziative intraprese per la transizione ecologica consentono di abbattere sia la CO2 che altri inquinanti atmosferici.
In questo modo, vengono esplicitati punti di sinergia: per esempio, ridurre i consumi di energia consente di ridurre sia le emissioni di CO2 sia quelle di altri inquinanti. È dunque un modo per rimarcare il fatto che nella transizione ecologica ci sono numerosi punti di contatto, fatto che rende meno oneroso l’impegno in favore dello sviluppo sostenibile.
In questo draft ci sono, però, dei punti ancora da risolvere. Il GRI ha un forte approccio strategico e ciò è evidente nelle richieste di definire obiettivi e percorsi di abbattimento degli inquinanti. Ed è qui che si annidano alcune fragilità.
Viene infatti domandato di individuare un base year value, ovvero un anno il cui valore di emissione per il singolo inquinante deve essere tenuto come riferimento per impostare un percorso di riduzione, stabilendo un apposito target (il valore può essere sia in termini di peso che di KPI).
Nella teoria, nulla da eccepire, tanto più che l’impostazione di questo approccio è attentamente dettagliata nel GRI. Ciò lo rende un supporto certamente utile per aziende le cui emissioni sono associate a fonti mobili come le realtà che gestiscono trasporto pubblico o che sono attive nel settore della distribuzione e che possono ogni anno constatare la progressione verso il target. Invece, per aziende le cui emissioni non possono essere monitorate né calcolate in maniera continuativa, ma che sono oggetto di analisi periodica per i punti di emissione individuati dalle autorizzazioni ambientali, il percorso pare decisamente più complicato, proprio perché la periodicità del calcolo delle emissioni non consente di individuare in maniera affidabile né un valore base né un obiettivo a cui tendere. Una possibile soluzione potrebbe essere l’individuazione di un KPI da elaborare rispetto al limite normativo imposto tramite l’autorizzazione ambientale ottenuta, ma non vi è riferimento specifico nello standard.
I termini con cui impostare correttamente un percorso di riduzione delle emissioni devono essere dunque oggetto di ulteriori specifiche. Si tratta di aspetti importanti, che si spera verranno risolti con la consultazione pubblica che si chiuderà a giugno. In ogni caso, la pubblicazione di questo draft è un passo importante, che allarga e perfeziona le possibilità di rendicontazione volontaria utilizzando gli standard GRI.
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In copertina: immagine Envato
