A Piverone, tra le colline moreniche del Canavese in provincia di Torino, c’è un impianto che trasforma reflui zootecnici e biomasse vegetali in gas. Lo gestisce la società agricola Bagnod, una famiglia che fa formaggi e salumi dal 1946 e che ha deciso di affiancare alla stalla un digestore. Produce 400 standard metri cubi all’ora di biometano, circa 3,5 milioni di metri cubi l’anno, quanto basta a coprire il fabbisogno di gas di 3.500 famiglie, e taglia del 90 per cento le emissioni di anidride carbonica rispetto al fossile che sostituisce. È costato 6 milioni, è stato inaugurato a fine 2024 con il ministro dell’Ambiente al taglio del nastro, ed è il primo impianto di biometano agricolo in Italia realizzato con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. 

Primo, e a lungo quasi l’unico. La misura del Piano sul biometano ha ammesso 549 progetti in cinque aste. A marzo 2026, secondo i dati che il Gestore dei servizi energetici, la società pubblica che amministra gli incentivi, ha presentato a un convegno di settore, 323 avevano comunicato l’avvio dei lavori e soltanto 46 risultavano in esercizio. L’impianto di Piverone è la fotografia di quello che il comparto energia del Piano voleva diventare. I numeri accanto dicono quanto poco di quel disegno, a pochi giorni dalla scadenza europea, sia già diventato realtà. 

Energia e PNRR: cosa dicono i numeri 

Nel PNRR l’energia non ha un indirizzo unico. Le rinnovabili, le reti, l’idrogeno e il biometano sono sparpagliati su due contenitori. Il primo è la componente energetica della missione “rivoluzione verde e transizione ecologica”, presente fin dall’inizio. Il secondo è la missione REPowerEU, il capitolo che l’Unione ha imposto dopo l’invasione russa dell’Ucraina per affrancare l’Europa dal gas di Mosca, aggiunto al Piano italiano con la revisione approvata a Bruxelles l’8 dicembre 2023. Da sola questa missione vale 11,18 miliardi, di cui 2,75 a fondo perduto e 8,4 di prestiti.  

Il servizio studi della Camera colloca gli investimenti propriamente energetici, cioè rinnovabili, reti e idrogeno, intorno ai 19 miliardi. È una stima che cambia a seconda di cosa si decide di contare: il grosso della missione REPowerEU, 9,3 miliardi, è in realtà destinato all’efficienza e al piano Transizione 5.0, cioè al credito d’imposta per le imprese che digitalizzano risparmiando energia, e quella cifra entra o esce dal perimetro a seconda della definizione. Vale la pena dirlo subito, perché sul comparto energia del Piano i numeri tondi vanno quasi sempre maneggiati con le pinze. 

Dentro questo quadro le singole linee hanno taglie molto diverse. Il biometano, il gas rinnovabile ricavato da scarti agricoli e rifiuti organici, è partito da 1,7 miliardi, saliti a 2,3 e poi assestati a 2,23. Le comunità energetiche rinnovabili, i collettivi di cittadini, imprese ed enti che si scambiano l’energia prodotta in loco, avevano 2,2 miliardi. L’agrivoltaico, i pannelli che convivono con le colture senza togliere terra all’agricoltura, poco più di un miliardo. Poi le reti intelligenti, la resilienza delle linee elettriche agli eventi climatici estremi, e una dotazione da 3,9 miliardi per le tecnologie a zero emissioni e le filiere industriali. Sulla carta, un comparto robusto. 

La realtà dei cantieri: dal biometano alle CER 

Poi c’è la realtà dei cantieri, ed è qui che il Piano ha cambiato pelle. Nella sesta e ultima revisione, concordata con la Commissione e approvata a novembre 2025, alcuni obiettivi fisici sono diventati traguardi amministrativi. Il caso più chiaro è proprio il biometano. L’impegno originario era produrre 2,3 miliardi di metri cubi di nuova capacità entro giugno 2026, un bersaglio che gli operatori sapevano da tempo di non poter centrare. È stato sostituito con un altro: che il Gestore firmi entro il 30 giugno 2026 gli atti d’obbligo con le imprese assegnatarie, fino a esaurire le risorse. Le cinque aste hanno selezionato progetti per oltre 2 miliardi di metri cubi, vicini al traguardo iniziale ma non identici. Lo stesso ministero dell’Ambiente ha ammesso che, chiudendo tutti i cantieri finanziati, si arriverà a circa 2 miliardi, non ai 2,3 promessi. La costruzione degli impianti, intanto, slitta di ventiquattro mesi dalla firma, di fatto al 2028. 

Lo stesso meccanismo vale per l’agrivoltaico e per le comunità energetiche, trasformate in programmi di sovvenzione affidati al Gestore, che subentra al ministero nei rapporti con i beneficiari. Sulle comunità energetiche la revisione ha inciso sulle cifre, e qui i numeri vanno maneggiati con cura. Il traguardo fisico della misura, fissato dalle pagine ufficiali del ministero dell’Ambiente e del Gestore in almeno 1.730 megawatt di nuova capacità, non è cambiato. A scendere è stata la dotazione, da 2,2 miliardi a 795,5 milioni, ricalibrata sulla difficoltà di rispettare la scadenza del 30 giugno 2026. Il 21 novembre 2025, con una nota del ministero rilanciata su LinkedIn dal presidente del Gestore Paolo Arrigoni, quel traguardo è stato dato per superato: al 20 novembre risultavano domande per 1.759,7 megawatt, pari a 772,5 milioni di euro. Conviene però leggere il dato per quello che è. Non sono megawatt installati, ma la potenza cumulata dei progetti presentati, e in pochi giorni le richieste hanno sfondato la dotazione residua, lasciando decine di milioni di domande fuori budget. Per inciso, il rapporto della Corte dei conti dedicato alla misura indicava un bersaglio diverso, almeno 2.000 megawatt per 2.500 gigawattora l’anno, una cifra che non collima con i 1.730 del ministero. Il target, insomma, è stato centrato sulle domande, non sui tetti. 

Sull’idrogeno il bilancio è più secco. La misura che doveva usarlo per decarbonizzare i settori industriali più ostici, le produzioni cosiddette hard-to-abate, è stata cancellata: la Commissione ha giudicato inammissibile il settore delle raffinerie, i progetti residui non bastavano a raggiungere il target, e 640 milioni sono finiti anch’essi sul biometano. Per non lasciare scoperti i progetti pilota già avviati, da Sarlux al Politecnico di Milano, è dovuto intervenire il bilancio nazionale. Restano in piedi la produzione di idrogeno rinnovabile nelle aree industriali abbandonate, con almeno dodici impianti attesi, e il sostegno alla filiera. Sulle reti, un bando da 393 milioni punta a elettrificare i consumi di altri 230mila abitanti, dentro un obiettivo complessivo di 1,73 milioni. 

La logica del risultato e quella della spesa  

Qui bisogna tenere separate due grandezze che il dibattito confonde di continuo, e scegliere con cura le fonti, perché non dicono la stessa cosa. Da un lato ci sono gli incassi dall’Europa, che seguono la logica del risultato e non della spesa: il meccanismo paga il raggiungimento di obiettivi, non i soldi usciti dalle casse. Su questo fronte l’Italia ha incassato la nona rata il 4 giugno 2026, arrivando a 166 miliardi, l’85 per cento della dotazione, con 416 obiettivi conseguiti, attorno al 73 per cento del totale secondo la Struttura di missione del governo, anche se la documentazione parlamentare in qualche passaggio scrive 72. 

Dall’altro lato c’è la spesa effettivamente messa a terra, ed è molto più indietro. La Corte dei conti resta la bussola più affidabile, e nelle ultime settimane ha depositato due documenti distinti che conviene non confondere. Le Sezioni riunite, con la relazione semestrale approvata il 27 maggio 2026 e fondata sui dati della Ragioneria aggiornati a marzo, certificano una spesa di 113,5 miliardi a fine febbraio, in forte accelerazione rispetto agli 83 miliardi dell’agosto 2025, ma ancora poco sopra il 58 per cento del totale. La Sezione di controllo sulla gestione, in un secondo e più analitico rapporto su 34 misure, ha osservato un’area pari a 87,78 miliardi e confermato il giudizio a due velocità: avanti la digitalizzazione, indietro le infrastrutture fisiche. Il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti, a fine maggio, ha offerto la cifra più alta e più recente, circa 120 miliardi di spesa certificata al 30 aprile. 

Tre numeri diversi, dunque: 101 miliardi nella relazione del governo a novembre, 113 nella Corte a febbraio, 120 secondo il ministro ad aprile. Non si contraddicono, perché misurano cose diverse in date diverse, spesa rendicontata, spesa sostenuta, spesa certificata. Conviene dirlo, invece di scegliere il dato che fa più comodo.

Il punto più scomodo 

Per l’energia il punto più scomodo lo segnala proprio la Corte. Una parte consistente della spesa è destinata a uscire dal recinto temporale del Piano: secondo le stime delle stesse amministrazioni, circa 24,2 miliardi riferiti a 66 misure, quasi il 40 per cento della dotazione di quelle misure, scivoleranno oltre il 2026. E il fenomeno riguarda soprattutto gli strumenti finanziari e gli incentivi alle imprese, cioè esattamente la forma in cui sono stati messi in sicurezza biometano, agrivoltaico e comunità energetiche. La missione REPowerEU, annota la Corte, è tra quelle che corrono di più sulla spesa, ma anche tra quelle che più la rinviano. Tradotto: i soldi sono impegnati, gli impianti verranno dopo. 

Sul versante delle regole il comparto ha già incassato i passaggi più pesanti. Il Testo unico sulle rinnovabili, che raccoglie in un solo corpo le norme per costruire gli impianti e introduce il principio della domanda unica, è tra le riforme certificate con l’ottava rata. Lo sportello unico digitale per le autorizzazioni rientra nella nona. Restano in agenda la sforbiciata ai sussidi dannosi per l’ambiente e la copertura del rischio finanziario sui contratti di acquisto di lungo periodo dell’energia rinnovabile. Il decreto legge del febbraio 2026, convertito ad aprile, ha intanto prolungato fino al 31 dicembre 2029 la struttura del ministero che gestisce il Piano, un orizzonte che combacia con quello degli strumenti finanziari e dice da solo quanto sarà lunga la coda. 

La prossima e ultima verifica europea  

La prossima e ultima verifica europea è una sola, e vale per gli investimenti e per le riforme insieme, perché ogni rata lega a sé un blocco unico di traguardi. È la decima e ultima tranche, da 28,4 miliardi, agganciata a 159 obiettivi. Il calendario ha tre date. Il 30 giugno 2026 vanno chiusi fisicamente molti interventi e, per l’energia, firmati gli atti del Gestore su biometano, agrivoltaico e comunità. Il 31 agosto è la scadenza che la Commissione ha definito non negoziabile per completare tutte le misure e caricare la documentazione sul sistema della Ragioneria: dopo quella soglia ciò che non è dimostrato non viene riconosciuto, e i fondi collegati si perdono. Il 30 settembre vanno presentate tutte le richieste di pagamento; i versamenti finali di Bruxelles sono attesi entro fine anno. Foti ha già messo le mani avanti, più di settanta dei 159 obiettivi entro giugno, il resto entro agosto. 

Resta la distanza tra le due immagini. Da un lato l’impianto di Piverone, dove il gas rinnovabile è già un fatto, misurabile in metri cubi immessi e in famiglie servite. Dall’altro un comparto da quasi venti miliardi che, all’ultimo miglio, ha tenuto la scadenza europea spostandola: il 30 giugno l’Italia porta a casa delle firme, gli impianti si conteranno tra il 2027 e il 2029. La Corte dei conti lo dice nel suo linguaggio, raccomandando di non guardare solo ai soldi spesi ma ai benefici concreti per chi quei soldi dovrebbero raggiungerli. Tra i 549 progetti ammessi e i 46 già accesi corre, per ora, tutta la differenza. 


In copertina: foto Pixabay