Per ogni dollaro investito per proteggere, ripristinare e rigenerare la natura, il sistema economico globale ne destina oltre trenta ad attività che la danneggiano. È uno dei dati più significativi che emerge dallo State of Finance for Nature 2026, il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), che evidenzia il forte squilibrio tra le risorse dedicate alla tutela del capitale naturale e quelle che, al contrario, contribuiscono al suo degrado.
Secondo il rapporto, nel 2023 i flussi finanziari direttamente dannosi per la natura hanno raggiunto i 7.300 miliardi di dollari. Gli investimenti in Nature-based Solutions − soluzioni basate sulla natura volte a proteggere, ripristinare e rafforzare gli ecosistemi − si sono invece fermati a 220 miliardi di dollari.
Questi numeri mostrano con chiarezza che la biodiversità non è più solo un tema ambientale, ma anche un fattore economico e finanziario. Il degrado del capitale naturale può infatti avere impatti diretti sulle filiere, sulla continuità operativa delle imprese, sui costi delle materie prime, sulla disponibilità di risorse idriche e perfino sulle coperture assicurative.
Gli effetti di questo squilibrio sono già visibili lungo molte catene del valore: siccità, degrado del suolo e perdita di biodiversità contribuiscono ad aumentare la volatilità delle materie prime e i rischi operativi in numerosi settori. La natura può essere considerata una vera e propria infrastruttura produttiva: secondo la Banca centrale europea, il 72% delle imprese attive nell'Eurozona dipende direttamente da almeno un servizio ecosistemico, e il 75% dei prestiti bancari è concesso a settori che beneficiano di questi servizi. Eppure, molti settori rilevanti per i mercati continuano a esercitare pressioni significative sugli ecosistemi da cui dipendono. L’agroalimentare, ad esempio, è tra i settori con il maggiore impatto sulla biodiversità: contribuisce alle minacce che riguardano l'86% delle specie a rischio di estinzione. Anche altri comparti, come quello farmaceutico, mostrano una forte dipendenza dal capitale naturale, in particolare dai princìpi attivi di origine naturale, ma possono al tempo stesso generare impatti rilevanti, ad esempio attraverso l’alterazione degli equilibri idrici dovuta agli scarti industriali.
Ridurre questo squilibrio richiede un cambio di passo. L'UNEP stima che entro il 2030 serviranno 571 miliardi di dollari all’anno per finanziare soluzioni basate sulla natura; attualmente, però, il contributo del capitale privato resta ancora limitato e rappresenta appena l’11% degli investimenti complessivi. Anche rispetto agli obiettivi internazionali fissati dalla COP15 sulla biodiversità − tra cui la protezione del 30% delle terre e dei mari entro il 2030 − i progressi restano insufficienti. Secondo il Protected Planet Report 2024, le aree terrestri protette coprono oggi il 17,6% della superficie globale, mentre quelle marine si fermano all’8,4%.
In questo contesto, integrare il capitale naturale nei processi di investimento diventa sempre più importante anche per l’analisi del rischio. Per Etica SGR, evitare impatti negativi sulla biodiversità significa applicare processi di analisi e selezione degli emittenti basati su una metodologia proprietaria, che include criteri di esclusione e di valutazione positiva legati anche alla tutela degli ecosistemi. Annualmente valutiamo l’esposizione dei portafogli ai rischi derivanti dalla perdita di biodiversità e gli impatti generati sulla natura, prendendo in considerazione i principali fattori diretti di perdita della biodiversità individuati dall’IPBES: cambiamento dell’uso del suolo, cambiamento climatico, inquinamento, uso e sfruttamento delle risorse naturali e diffusione di specie invasive. A questa attività si affianca il dialogo con gli emittenti più esposti ai rischi legati alla biodiversità, con l’obiettivo di comprendere quali azioni siano state avviate per ridurre gli impatti negativi sugli ecosistemi e favorire quelli positivi.
Ribilanciare i portafogli integrando la natura significa, quindi, riconoscere che la biodiversità è anche un fattore economico. Proteggerla non vuol dire sottrarre risorse all’economia, ma preservare le condizioni che rendono possibili produttività, resilienza e valore nel lungo periodo. Per gli investitori, la questione non è più se la natura debba entrare nelle decisioni di portafoglio, ma quanto rischio sia già presente senza essere ancora pienamente misurato.
In copertina: immagine Envato
