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A un anno dalla presentazione della Strategia europea per la resilienza idrica, l’ultimo rapporto Europe’s Water in Figures 2026 di EurEau, la federazione europea dei gestori dei servizi idrici che riunisce oggi 38 associazioni nazionali in 33 paesi, offre una fotografia dettagliata del ruolo dell’acqua potabile e dei servizi fognari nella vita quotidiana di oltre 550 milioni di europei.

Il lavoro statistico, basato sui dati forniti dai membri EurEau e su estrapolazioni sviluppate da Fondazione Utilitatis, mostra un settore al tempo stesso robusto e fragile: connessione quasi universale, ma infrastrutture sotto‑investite, tariffe che restano basse rispetto alla complessità crescente dei servizi, una crisi di competenze e un enorme potenziale di riuso ancora bloccato.

Connessione quasi universale, ma vulnerabile

L’Europa registra uno dei più alti livelli di accesso ai servizi idrici al mondo: il 97% dei cittadini è collegato a una rete pubblica di acqua potabile e circa il 90% dispone di sistemi di raccolta e trattamento delle acque reflue. Un livello di copertura che rende i servizi idrici vere e proprie infrastrutture essenziali, da cui dipendono non solo le famiglie, ma anche ospedali, industrie alimentari e numerosi altri servizi fondamentali.

Fin dalle prime pagine del rapporto, tuttavia, EurEau invita a leggere questi dati con cautela: “Un semplice confronto tra i risultati dei vari paesi potrebbe risultare fuorviante. I servizi idrici sono adattati alle specifiche circostanze locali ”. Dietro percentuali apparentemente simili si nascondono infatti sistemi molto diversi tra loro, modellati dalle caratteristiche geografiche, dalla disponibilità della risorsa, dalle infrastrutture esistenti e dalla capacità di investimento dei singoli paesi.

Se il contesto locale è determinante per una risorsa profondamente legata al territorio come l'acqua, le sfide che i servizi idrici devono affrontare hanno invece una dimensione sistemica. Come spiega a Materia Rinnovabile Oliver Loebel, segretario generale di EurEau: “Non esiste un unico rischio sistemico, poiché tutti sono strettamente correlati. Risolvere un problema senza affrontare gli altri non garantirà servizi sostenibili e resilienti in futuro”.

In altre parole, l'elevata copertura dei servizi può trasmettere un senso di sicurezza che non riflette le sfide future. Garantire la resilienza del sistema richiede un approccio integrato che affronti contemporaneamente l'inquinamento alla fonte, gli effetti del cambiamento climatico, la dipendenza energetica e il sottofinanziamento delle infrastrutture, attraverso un quadro normativo adeguato e investimenti di lungo periodo. È un messaggio che EurEau aveva già sintetizzato nel documento Ambitions of the Water Sector - Enabling Factors e che torna al centro dell'analisi nel nuovo report.

Sotto‑investimento, infrastrutture che invecchiano e crisi di occupazione

Il rapporto Europe’s Water in Figures 2026 mette nero su bianco un dato: l’Europa investe troppo poco e troppo lentamente nelle proprie infrastrutture idriche. Gli operatori investono circa 52,5 miliardi di euro l’anno in reti e impianti, con un aumento nominale rispetto al 2021 che però, una volta depurato dall’inflazione, indica un arretramento in termini reali. Il rinnovo delle reti idriche e fognarie resta mediamente ben al di sotto dei livelli necessari per evitare un degrado progressivo, e non a caso “il rinnovo delle infrastrutture” emerge come la sfida numero uno per le associazioni nazionali del settore. Del resto, aumentare gli standard di trattamento senza tassi adeguati di rinnovo significa chiedere sempre di più a infrastrutture sempre più vecchie, con effetti cumulativi su perdite, affidabilità e costi futuri.

Sul fronte del capitale umano, inoltre, il rapporto parla apertamente di “employment crisis”. I servizi idrici danno lavoro a oltre mezzo milione di persone equivalenti a tempo pieno, con una crescita lieve ma costante; tuttavia, il settore fatica ad attrarre nuove generazioni di professionisti altamente qualificati in grado di gestire la crescente complessità dei processi di trattamento dell'acqua potabile e delle acque reflue. La retribuzione media nei servizi idrici, che nel 2021 era sopra la media nazionale, oggi è scesa al di sotto: da circa il 107% all’86% della media salariale (ancora più basso nella sola UE27). La combinazione tra salari poco competitivi e percezione limitata del valore sociale del lavoro idrico fa sì che in 11 su 13 paesi con dati disponibili l’età media della forza lavoro nel settore sia significativamente più alta della media.

Tariffe troppo basse rispetto alle sfide, ma con spazio sociale per agire

Un altro elemento chiave del rapporto è il paradosso economico delle tariffe idriche. In media, le famiglie europee spendono intorno all’1% del loro reddito per i servizi idrici, e questa quota è diminuita rispetto a cinque anni fa, mentre la complessità dei servizi (lotta a nuovi inquinanti, standard più severi, digitalizzazione, adattamento climatico) è aumentata. In termini nominali, i ricavi da bollette sono cresciuti, ma meno dell’inflazione: il risultato è una compressione delle risorse disponibili per manutenzione e investimento.

“La quota della bolletta dell’acqua sul reddito complessivo delle famiglie sembra oggi inferiore rispetto a cinque anni fa, mentre la complessità del servizio aumenta”, continua Loebel, ricordando che dovrebbero essere introdotte misure sociali a favore delle famiglie più vulnerabili. “Gli stati membri (e gli operatori del settore idrico) devono sensibilizzare l’opinione pubblica sulle sfide del settore e sulla necessità di investire affinché i servizi rimangano resilienti per le generazioni future. La maggior parte dei consumatori di acqua è disposta a pagare di più. Per sostenere gli investimenti, dovrebbe essere fornito un sostegno pubblico attraverso i fondi dell’UE (QFP) e i bilanci nazionali, regionali e locali. In linea con l’articolo 9 della direttiva quadro sulle acque, l’UE e gli stati membri dovrebbero applicare il principio ‘chi inquina paga’ per eliminare gli inquinanti che richiedono costosi trattamenti aggiuntivi (ad esempio i PFAS). Ciò proteggerà i consumatori di acqua dai costi aggiuntivi causati da attività al di fuori del loro controllo.”

Riuso: grande potenziale, piccoli numeri e grandi barriere

Forse il dato più circolare del rapporto è quello sul riuso delle acque reflue: oggi solo una piccola frazione dei volumi trattati viene effettivamente riutilizzata, nonostante un potenziale tecnico importante in molti paesi e in diverse applicazioni (agricole, industriali, urbane). Gli impianti di trattamento sono, come ricorda Loebel, “pronti ad aumentare l'offerta”: tecnicamente in grado di produrre acqua rigenerata di qualità, ma bloccati da una combinazione di costi, regole e percezioni.

Le barriere vanno dal maggiore carico di inquinanti che richiede trattamenti avanzati, più complessi e costosi, alla necessità di recuperare questi costi in tariffa (per evitare che l’acqua riutilizzata sia più cara dell’estrazione di nuova risorsa), fino alla complessità dei processi autorizzativi e di gestione del rischio – incluso il nuovo Regolamento sul riuso – e alle distanze fisiche tra impianti e utilizzatori finali. A tutto questo si aggiunge un “reputational problem” persistente, soprattutto in agricoltura, dove l’acqua rigenerata è ancora percepita come meno sicura. In filigrana, torna il messaggio sui rischi correlati: è solo con strategie integrate che si affrontano costi, governance e narrazione pubblica, mentre il riuso può diventare un pilastro della resilienza idrica europea.

 

In copertina: immagine Envato