Basta sfogliare le pagine dei giornali o scorrerne i siti per accorgersi di quanto siano diffuse le tensioni sociali. Si manifestano lungo le divisioni politiche e attorno ai temi più polarizzanti, dall’immigrazione alla crisi climatica, fino alle disuguaglianze economiche. Ma quali sono le cifre di queste tensioni? E, al contrario, è possibile rafforzare la coesione sociale? Per rispondere a queste domande, Earth4All, iniziativa internazionale che punta ad accelerare i cambiamenti sistemici necessari per costruire un futuro più equo su un pianeta dalle risorse limitate, ha pubblicato il 14 settembre il nuovo rapporto Rebuild Trust – Rigged Economies, Fractured Societies and the Case for Change (Ricostruire la fiducia: economie truccate, società frammentate e le ragioni del cambiamento).
“Nell’anno del primo trillionaire al mondo, il 40% della popolazione dei paesi più ricchi è alle prese con un senso di insicurezza economica e teme di non riuscire a pagare le bollette”, racconta a Materia Rinnovabile Owen Gaffney, co-autore del rapporto e narrative chair di Earth4All. “Questo rappresenta un fallimento strutturale del sistema economico. Il patto sociale si è rotto.”
Un sistema economico percepito come truccato
Il sondaggio, condotto da IPSOS, ha coinvolto 17 paesi: 16 membri del G20, tra cui Italia, Brasile, Sudafrica e Regno Unito, più la Svezia. Nel complesso, i paesi coinvolti rappresentano il 38% della popolazione mondiale, più della metà del PIL globale e il 37% delle emissioni di CO₂ derivanti dall’uso di combustibili fossili e dai diversi settori industriali. Per ciascuna domanda, oltre ai dati dei singoli paesi, il rapporto presenta anche una media complessiva.
Tra i dati che emergono con maggiore evidenza vi sono quelli sulle disuguaglianze. Complessivamente, il 70% delle persone che hanno partecipato al sondaggio concorda sul fatto che nel proprio paese ci siano troppe disuguaglianze economiche, mentre due persone su tre ritengono che il sistema sia truccato a vantaggio dei ricchi e dei più potenti. Sul fronte delle disparità, il problema è avvertito maggiormente in Brasile, Sudafrica, Francia e Argentina. L’Italia si colloca al sesto posto: il 73% degli italiani ritiene che nel paese le diseguaglianze siano troppo pronunciate, mentre solo il 9% degli intervistati non condivide questa opinione. A ritenere che il sistema economico italiano vada a vantaggio delle élite è invece il 61% della popolazione, una percentuale leggermente inferiore alla media del G20.
Inoltre, il 41% degli intervistati nei paesi del G20 teme che la propria famiglia non avrà abbastanza risorse per soddisfare i bisogni primari nei prossimi 12 mesi. La percentuale supera il 60% in Argentina e in Brasile e la metà in Turchia e in Messico, mentre è più contenuta nelle economie europee, in Canada e negli Stati Uniti. “L'Italia ha registrato il livello più basso di ansia economica personale (24%) rispetto alla media del G20 del 41%. È una differenza molto significativa”, aggiunge l’autore del rapporto. “Molte meno persone si preoccupano di riuscire a pagare le bollette nei prossimi 12 mesi. È comunque ancora piuttosto alto: una persona su quattro.”
La situazione delle disuguaglianze viene definita dal rapporto come una “diagnosi quasi universale”, con un sistema percepito come truccato dalla maggioranza delle persone nei paesi analizzati. Le disuguaglianze economiche hanno conseguenze dirette anche sulla coesione sociale, un altro aspetto analizzato dal sondaggio di Earth4All. Il loro effetto è logorare il tessuto delle nostre società, alimentando una crescente sfiducia, soprattutto nei confronti delle classi politiche chiamate a governare nell’interesse del bene comune. Indeboliscono inoltre i legami sociali tra le persone e alimentano l’ansia legata allo status sociale e alla possibilità di vivere una vita dignitosa, una condizione avvertita maggiormente dalle persone con una condizione sociale più bassa. Non sorprende, quindi, che il 69% delle persone concordi “sul fatto che siano necessari cambiamenti significativi al sistema economico per migliorare la vita della maggior parte delle persone”.
Anche la crisi climatica, che comporta notevoli costi per la transizione, seppur nettamente inferiori a quelli dell’inazione, è stata presa in considerazione dagli autori del rapporto. In uno dei sondaggi condotti negli anni precedenti, ben il 71% delle persone sosteneva la necessità di un’azione climatica rapida. Quest’anno, tuttavia, è stata aggiunta una specifica sui costi: alla domanda se i governi debbano agire per ridurre le emissioni anche a fronte di costi più alti, il dato è sceso al 54%.
“Le persone preoccupate per i prezzi dell’energia, per le altre bollette e per il costo del cibo sentiranno inevitabilmente il peso e l’ansia di dover affrontare un ulteriore onere finanziario”, continua Gaffney. “Non è il contesto ideale per introdurre politiche che facciano ricadere il peso economico su chi nella società ha meno possibilità di sostenerlo e che ha già un’impronta di carbonio più bassa rispetto alle fasce più ricche. Il reddito è infatti un buon indicatore delle emissioni di carbonio.” Il sostegno a queste politiche è emerso con maggiore forza nelle economie emergenti, più frequentemente colpite dalle conseguenze negative della crisi climatica, come India, Indonesia, Sudafrica e Turchia.
Società più divise, fiducia ai minimi
“Le persone, indipendentemente dal livello di reddito e da paese a paese, sono giunte alla stessa conclusione: il sistema è truccato e le disuguaglianze hanno raggiunto livelli eccessivi”, sottolinea Kate Pickett, professoressa di pubblica comprensione delle scienze sociali presso l’Università di York, membro del Club di Roma e coautrice del report. “Il crollo della fiducia è profondamente preoccupante: quando le persone smettono di credere che il proprio governo agirà nel loro interesse nel lungo periodo, viene meno quel senso di un futuro condiviso su cui si fondano le società sane.”
Infatti, come sottolinea l’analisi, meno di un terzo delle persone ritiene che il proprio governo sia in grado di prendere decisioni che andranno a beneficio della maggioranza della popolazione tra venti o trent’anni. “La tendenza è al ribasso. Abbiamo posto la stessa domanda ai paesi del G20 nel 2024. Il 37% della popolazione del G20 in quel momento concordava sul fatto che il proprio governo potesse essere considerato affidabile nel lungo termine. Ora è sceso al 31%, con un calo del 6%”, aggiunge Gaffney, sottolineando come al momento ci siano solamente due sondaggi da confrontare.
Inoltre, secondo il rapporto, due persone su tre percepiscono il proprio paese come più diviso rispetto a dieci anni fa. La polarizzazione colpisce tutti i fronti: crescono le tensioni tra sostenitori di diversi schieramenti politici, aumentano i contrasti economici tra ricchi e poveri e si accentuano le divisioni ideologiche su questioni fondamentali come l'immigrazione e i cambiamenti climatici. “Nel complesso, il 66% degli italiani ritiene che il paese sia più diviso rispetto a dieci anni fa, in linea con la media globale del 67%”, commenta Gaffney sulla situazione della nostra penisola. Le divisioni, insomma, si moltiplicano e attraversano ogni livello della vita sociale, da quello politico a quello economico e culturale.
Tuttavia, nonostante questi trend non proprio positivi, il sostegno alla democrazia rimane solido. “La maggior parte delle persone in gran parte dei paesi del G20 che abbiamo sondato (va precisato che non abbiamo condotto rilevazioni in paesi non democratici come Cina, Arabia Saudita e Russia a causa delle restrizioni sulle domande di carattere politico) sostiene la democrazia come forma di governo giusta. Molti, però, ritengono che le proprie democrazie siano più deboli di quanto potrebbero essere e che siano truccate a vantaggio delle multinazionali e dei ricchi, un’opinione che in molti casi è ragionevole.” Allo stesso tempo, il 40% degli intervistati preferirebbe un leader forte, libero dai vincoli del Parlamento e delle elezioni. Una posizione particolarmente diffusa in Indonesia (77%), India, Sudafrica e Brasile. In Italia, il dato si attesta al 30%.
Secondo Gaffney, questi dati indicano la necessità di ripensare il funzionamento delle democrazie contemporanee. “Dobbiamo reinventare le democrazie per il Ventunesimo secolo, per assicurarci che esistano sistemi di controllo e bilanciamento in grado di ridurre l’influenza politica dei ricchi e delle multinazionali. Sono fermamente convinto che nuove idee, come le assemblee dei cittadini, possano aiutare a mantenere sotto controllo il potere. E dobbiamo trovare modi per ridurre la polarizzazione nel dibattito politico. La democrazia accetta diversi punti di vista e offre un sistema per gestire le differenze, ma oggi sembra che, invece di costruire fiducia e cooperazione al di là delle divisioni politiche, il sistema finisca per creare muri. Ci sono modi per risolvere tutto questo.”
In copertina: foto Envato
