Il 10 luglio 1976, in un caldo sabato d'estate, un guasto a un reattore dello stabilimento ICMESA di Meda, nell’attuale provincia di Monza e Brianza, provocò la dispersione nell’atmosfera di diossina TCDD, sostanza estremamente tossica che contaminò vaste aree del territorio circostante. Quello che è noto come “disastro di Seveso” è considerato ancora oggi uno degli incidenti ambientali più gravi della storia, tanto da portare all’approvazione della prima “direttiva Seveso”, che dal 1982 impone ai paesi dell’Unione Europea misure aggiuntive in termini di prevenzione dei rischi industriali.
La normativa contro i rischi ambientali cinquant’anni dopo
A distanza di cinquant’anni, la legislazione mostra ancora dei limiti. Roberto Ferrari, responsabile sinistri di Pool Ambiente, il Consorzio per l'assicurazione e la riassicurazione della responsabilità per danni all’ambiente, fa notare che “gli obblighi stringenti di prevenzione industriale si concentrano prevalentemente sulle sole aziende a rischio di incidente rilevante (le ‘aziende Seveso’, pari a meno dello 0,5% delle aziende manifatturiere). Viene così tralasciato il fenomeno degli inquinamenti graduali e subdoli, che spesso risultano persino più estesi, impattanti e difficili da intercettare nella loro fase iniziale”.
Esistono, continua Ferrari, “obblighi di prevenzione anche per le aziende soggette ad Autorizzazione integrata ambientale (AIA) che, sommate a quelle Seveso, rappresentano comunque meno dell'1,5% delle aziende manifatturiere non artigiane. Tuttavia, questi adempimenti si concentrano quasi esclusivamente sui limiti alle emissioni in atmosfera e agli scarichi idrici. Resta così escluso da queste tutele speciali il 98,5% delle aziende manifatturiere, che pure gestiscono quotidianamente sostanze chimiche pericolose, idrocarburi e rifiuti”.
L'analisi condotta sulla casistica di Pool Ambiente evidenzia che le emissioni e gli scarichi (oggetto della maggior parte degli obblighi AIA) rappresentano meno del 14% delle sorgenti di danno. In altre parole, più dell’85% delle reali cause di sinistro ambientale non è normato in termini di prevenzione degli incidenti, nemmeno per le aziende teoricamente più controllate. “A cinquant’anni da Seveso, credo che sia proprio su questo vuoto normativo che dovremmo avviare una seria riflessione”, precisa Ferrari.
Dalla ferita alla rinascita: il Bosco delle querce
Nei giorni successivi all’incidente, ICMESA continuò a operare regolarmente. Solo il 19 luglio l'azienda ammise ufficialmente la dispersione di diossina, mentre la popolazione aveva continuato a vivere nell’area contaminata, senza alcuna consapevolezza sui rischi effettivi. I primi segnali si manifestarono con moria improvvisa di animali, danni alle colture e cloracne che comparse sulla pelle dei bambini. Il 24 luglio i sindaci di Seveso e Meda ordinarono l'evacuazione della zona A, la più colpita, e oltre settecento persone furono costrette a lasciare le proprie case. Non ci furono vittime, ma i danni causati dall’incidente rappresentano ancora oggi una ferita profonda per la comunità e l’intero territorio.
Sulle aree più contaminate, bonificate a partire dagli anni Ottanta, non si tornò a edificare. Inizialmente regione e comune spingevano per la realizzazione di un inceneritore per smaltire le scorie. Grazie all’opposizione dei cittadini, però, nacque il “Bosco delle querce”, oggi parco naturale e Marchio del patrimonio europeo, un caso unico di rinaturalizzazione post-disastro industriale.
A distanza di cinquant’anni, il bosco è di nuovo al centro del dibattito per la costruzione del tratto B2 dell’autostrada Pedemontana, opera rimasta ferma diverso tempo a causa della mancanza di fondi. Inizialmente, il passaggio dell’infrastruttura prevedeva il taglio di ben dodici ettari di bosco. Grazie alle proteste congiunte di cittadini e attivisti, l’attuale progetto è stato ridimensionato e gli ettari che andranno perduti sono soltanto due.
La Pedemontana nel Bosco delle querce
“La nostra è sempre stata un’opposizione svolta lavorando nel merito tecnico”, ci tiene a sottolineare Gemma Beretta del Circolo Legambiente Laura Conti di Seveso. “Evidenziare le criticità non ha potuto fermare l'opera, ma ha convinto cittadini e amministratori ad arginare i danni peggiori.”
Nonostante la modifica del progetto, successo che cittadini e ambientalisti possono rivendicare a gran voce, la tratta B2 dell’autostrada Pedemontana verrà realizzata, portando con sé l’abbattimento di 3.200 alberi, cantieri e scavi in un’area ancora contaminata da diossina. Giorgio Garofalo, consigliere comunale di Seveso Futura, attribuisce in parte l’esito della vicenda alla frammentazione del fronte territoriale, con i diversi comuni della tratta B2 incapaci di negoziare in blocco unico davanti a un'opera fortemente voluta a livello regionale. “Si è trattato, in alcuni casi, di adesione esplicita”, precisa Garofalo. “Alcuni sindaci del territorio hanno vinto le elezioni dichiarandosi apertamente favorevoli a Pedemontana, legittimando così fin dall’inizio quel modello di sviluppo.”
Alberto Colombo, del gruppo Sinistra e Ambiente di Meda, condivide tale lettura e aggiunge: “I sindaci non sono mai stati contrari a questa autostrada, neanche quando c'erano maggioranze di diverso colore rispetto alle attuali", mantenendo una posizione di subalternità verso un'opera considerata strategica. “La soluzione alternativa che noi abbiamo spinto per un certo periodo, e che avrebbe fatto risparmiare denaro alla regione, era quella di potenziare l'attuale superstrada con una terza corsia dinamica, con il senso di percorrenza variabile a seconda degli orari, ma l’ipotesi è stata scartata”.
Colombo racconta anche il momento in cui il progetto sembrò arenarsi definitivamente. Dopo aver stanziato 1.200 milioni di euro per le tratte A e B1, l’allora ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Graziano Delrio, disse di voler stoppare i finanziamenti pubblici per Pedemontana. Fu proprio in quella fase di stallo, sostiene Colombo, che i sindaci avrebbero potuto chiedere lo stralcio dell’opera dall’elenco delle infrastrutture strategiche.
Anche l’utilità stessa dell’autostrada, secondo gli ambientalisti, resta tutta da dimostrare. Un’analisi trasportistica della provincia di Monza e Brianza del 2016 aveva già rilevato che il traffico sull’attuale superstrada è in gran parte di breve e media percorrenza, stimando che circa il 30% degli utenti eviterebbe il pedaggio (che non è mai stato in discussione per la natura stessa dell’opera) riversandosi sulle strade comunali.
Le compensazioni forestali
Sono i due ettari di bosco, quindi, a destare ora grande preoccupazione. Nelle scorse settimane, il circolo Legambiente Laura Conti di Seveso, Sinistra e Ambiente di Meda, Seveso Futura e singoli cittadini hanno sottoscritto una lettera inviata al Quirinale in vista della visita di Mattarella in programma oggi, 10 luglio, denunciando l'abbattimento degli alberi.
Pedemontana ha specificato che l'intervento riguarderebbe una fascia periferica del parco, a fronte di una compensazione forestale e di un indennizzo di circa 900.000 euro da versare al comune di Seveso, gestore dell'area. Colombo, tuttavia, ridimensiona questa narrazione: "I 3.200 alberi tagliati sono alberi adulti, che hanno anche cinquant'anni, piantumati quando fu realizzato il bosco. In cambio verranno piantati alberi che daranno lo stesso servizio ecosistemico solo tra venti o trent'anni". Anche l'area destinata all'ampliamento, i dieci ettari a est del parco richiesti dagli ambientalisti da oltre un decennio, non sarà integralmente disponibile, perché una vasca di laminazione delle acque autostradali e due rotonde di accesso ne occuperanno una parte.
Anche altrove lungo il tracciato le compensazioni ambientali si sono rivelate fragili. Sulla tratta C, un progetto unitario che coinvolgeva i comuni di Desio, Muggiò e Sovico è saltato quando il primo si è sfilato e il secondo ha rifiutato di procedere da solo, riducendosi a cinque interventi frazionati “senza continuità”. In un altro comune della tratta, ricorda Colombo, una compensazione ambientale è stata addirittura convertita in un parcheggio anziché in un bosco da riqualificare, una scelta che, sottolinea, “non ha niente a che fare con la compensazione ambientale”.
Trasparenza e dati sulla bonifica
Il nodo più problematico resta quello dei rischi legati alla presenza dei cantieri nei pressi dell’area del bosco che, ricordiamo, nacque per rinaturalizzare un territorio colpito dal disastro e che ora la società Pedemontana deve continuare a bonificare. Per garantire maggiore trasparenza, è stato costituito un Tavolo permanente sui lavori di bonifica, a cui partecipano Pedemontana, ARPA, l’Ufficio bonifiche della regione Lombardia, i sindaci e le associazioni ambientaliste del territorio, secondo le quali, però, è sempre stato molto faticoso ottenere i dati.
“Alle richieste di chiarimento formulate dalle associazioni le risposte arrivano tipicamente dopo un mese o più di sollecitazioni, e i dati delle analisi chimiche sul sito vengono pubblicati dopo 15 o 20 giorni rispetto al momento in cui sono raccolti”, afferma Colombo.
Inizialmente, si riteneva che la bonifica potesse essere effettuata rimuovendo i primi trenta centimetri dal terreno, ma dopo le prime asportazioni i livelli di diossina erano ancora alti ed è stato necessario proseguire con gli scavi. “Dalle ultime analisi che abbiamo si parlava di un 60% di obiettivo di bonifica raggiunto”, afferma Colombo. Nelle aree a uso residenziale pubblico (dove potrebbe esserci accesso dei cittadini, ad esempio nei pressi dell’area di compensazione ambientale), il limite di concentrazione di diossina è più stringente e in buona parte l’obiettivo di bonifica non è stato raggiunto.
Come Ferrari ricorda, “la diossina TCDD legata all'evento del 1976 è una sostanza chimica fortemente idrofobica, caratterizzata da una scarsissima volatilità e da un'elevata persistenza ambientale”. Questo significa che tende a rimanere stabilmente legata alle particelle solide del suolo, accumulandosi negli strati di terreno. “A distanza di cinquant'anni, il rischio principale legato all'apertura di cantieri e alle movimentazioni di terra in zone limitrofe non è l'evaporazione della sostanza, ma la risospensione meccanica delle polveri; se il terreno viene scavato e movimentato in assenza di presidi rigorosi, le particelle fini di suolo a cui la diossina è legata possono disperdersi nell'atmosfera, le polveri contaminate possono essere inalate dai lavoratori o dai residenti, oppure ridepositarsi sulle aree agricole o urbane circostanti, reimmettendole nella rete alimentare e riattivando così la catena del bioaccumulo.”
Per questo, sottolinea Ferrari, “i protocolli di cantiere più aggiornati impongono misure precise, come l’umidificazione costante delle aree di scavo, la copertura dei cassoni dei camion, il lavaggio delle ruote dei mezzi in uscita e una rete di monitoraggio continuo della qualità dell’aria, con la possibilità di sospendere immediatamente i lavori in caso di superamento delle soglie di sicurezza fissate da ARPA”.
Cinquant'anni dopo il disastro dell'ICMESA, la cicatrice di Seveso torna quindi a essere terreno di scontro: da una parte un'infrastruttura che promette sviluppo, compensazioni ambientali e bonifiche, dall'altra chi teme che il simbolo della rinascita del territorio venga nuovamente sacrificato. La storia di Seveso ci insegna però che, se il territorio non viene difeso da chi ci vive, non lo farà nessun altro al suo posto.
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In copertina: foto Wikimedia Commons
