da Yerevan - Forse l’Accordo globale sulla biodiversità di Montreal-Kunming avrebbero dovuto chiamarlo “accordo per la sicurezza alimentare e dei servizi naturali per l’economia”. Brutale e calvinistico, ma ontologicamente corretto. E forse avrebbe portato maggiore attenzione mediatica su questo negoziato negletto. Inoltre, mai come a questa COP sulla natura si è parlato delle dipendenze legate al degrado degli ecosistemi e all’estinzione delle specie: crescenti rischi di sicurezza alimentare di larga scala, disponibilità idrica a rischio, pericolo per la business continuity (cioè mantenere funzionanti e operativi tutti i settori economici), esposizione finanziaria e assicurativa, stabilità politica e sociale. E non ultima la perdita ingente di posti di lavoro. A lanciare un allarme preoccupante su quest’ultimo tema al negoziato sulla biodiversità, COP17, che si tiene a Yerevan, in Armenia, fino al 30 ottobre, è stata la ONG Global Canopy.
Secondo i dati ENCORE Insights: Country Dashboard, elaborati da Global Canopy, la perdita di habitat naturali potrebbe mettere a rischio 140 milioni di posti di lavoro in UE, Regno Unito e Svizzera, a causa del collasso nel settore agroalimentare, nell’export, nel settore energetico e manifatturiero, chimico e farmaceutico. La perdita di biodiversità a livello nazionale e internazionale potrebbe incidere negativamente sul tenore di vita nell’UE, riducendo la disponibilità e l'accessibilità economica di 8.200 miliardi di euro in beni e servizi utilizzati ogni anno. Ciò rappresenta circa la metà del consumo totale nei paesi dell’Unione a 28 più la Svizzera.
Molti processi produttivi e commerciali, così come molti edifici, dipendono dalla natura per poter funzionare. La perdita di natura può alterare e compromettere questi processi e queste strutture, costringendo i datori di lavoro a adottare misure di adeguamento che potrebbero avere ripercussioni sui propri dipendenti.
Nella sola Francia sarebbero persi 16,3 milioni di posti di lavoro mentre l’Italia potrebbe perdere oltre mille miliardi di PIL sul lungo termine, una cifra potenzialmente letale per l’economia del paese. Nell’export, a rischio ben 3.500 miliardi di euro di merci all’anno, sia in entrata che in uscita, dovute al collasso ecosistemico.
Ovviamente sono cifre assolute che si potrebbero verificare solo in caso di un degrado della biodiversità esteso e sistemico a livello globale. Secondo Claudia Gray, direttrice di Nature-Related Finance presso Global Canopy, “il dato evidenzia l'enorme numero di lavori che potrebbero essere compromessi data l'enorme dipendenza delle economie nazionali dalle infrastrutture fornite dalla natura”. Un esercizio speculativo che però dimostra come ogni punto di natura perso, ogni specie estinta, ogni ecosistema degradato abbiano complessivamente un impatto negativo sull’economia.
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In copertina: immagine Envato
