Come in altri settori, anche per l’industria della carne l’integrazione di filiera rappresenta un presupposto fondamentale per sviluppare modelli di economia circolare. È questa la direzione seguita da Inalca, controllata del Gruppo Cremonini e attore di primo piano in Italia e in Europa nella produzione e distribuzione di carni bovine, salumi e prodotti alimentari.

Nel 2024 l’azienda ha registrato un fatturato superiore ai 3,2 miliardi di euro, di cui il 40% realizzato sui mercati esteri. Un risultato sostenuto, tra l’altro, dall’entrata a regime di un nuovo impianto in Polonia e dalla crescita delle attività in Africa, in particolare in Algeria e Angola.

La competitività nel lungo periodo risiede soprattutto in un modello industriale pienamente integrato, orientato al miglioramento del valore d’uso delle materie prime e alla capacità di selezione e trasformazione sempre più mirata dei prodotti in funzione delle loro destinazioni, con l’obiettivo di massimizzare il recupero di ciò che un tempo era considerato scarto. Ne abbiamo parlato con Giovanni Sorlini, responsabile della Direzione qualità, sicurezza e sviluppo sostenibile di Inalca.

 

Il mercato europeo è segnato da un calo generalizzato della popolazione bovina, con una contrazione particolarmente marcata in Italia: il tasso di autoapprovvigionamento è sceso dal 58% nel 2010 al 40% nel 2023, mentre il patrimonio nazionale è passato da 10 milioni di capi nel 1961 a meno di 6 milioni oggi. Come ha risposto Inalca?

Dal punto di vista strettamente economico diventa strategico gestire o controllare in modo diretto la produzione primaria, costruendo rapporti solidi e continuativi con i fornitori. Solo così è possibile garantire l’approvvigionamento di materia prima e al tempo stesso sviluppare pratiche sostenibili e circolari. La prima iniziativa che Inalca ha intrapreso per consolidare una filiera integrata è stata quella di cogliere le opportunità offerte dalla legislazione italiana in materia di finanza agevolata, in particolare attraverso il IV e V bando per i contratti di filiera nel settore agroalimentare. Disporre di un sistema integrato tra i diversi anelli produttivi consente anche di digitalizzare i processi di approvvigionamento in modo avanzato. Inalca, in questo senso, ha sviluppato una piattaforma digitale accessibile a tutti i propri fornitori, attraverso la quale condividere a tutti i livelli le informazioni relative all’identificazione e alla tracciabilità degli animali. Ma in un futuro ormai prossimo questa stessa piattaforma sarà utilizzata anche per gestire i dati richiesti dalla nuova normativa europea contro la deforestazione (EUDR), oltre ad altri importanti dati riguardanti la sostenibilità e sicurezza alimentare delle produzioni.

Ci sono altri obiettivi, oltre alla semplificazione della raccolta e la condivisione delle informazioni sulle performance ambientali degli allevamenti?

Vogliamo offrire agli allevatori un servizio avanzato che li supporti sia nella gestione quotidiana che nel posizionamento dei loro prodotti lungo la filiera, con particolare attenzione a clienti strategici del settore GDO e industria di marca. Faccio due esempi. Il primo riguarda lo Schema di qualità nazionale per il benessere animale (SQNBA). Grazie agli strumenti digitali possiamo gestire al meglio l’intero processo, scalare il modello e coinvolgere più allevamenti, valorizzando il prodotto per clienti e consumatori con claim come “allevamenti orientati al benessere animale”. Questi schemi sono complessi e richiedono enti terzi, veterinari qualificati e gestione strutturata dei dati. Il secondo esempio è il Sistema di qualità nazionale per la zootecnia (SQNZ), che promuove pratiche sostenibili negli allevamenti, premiando chi adotta tecnologie di precision farming, riduce i consumi idrici o produce energia da fonti rinnovabili.

E per quanto riguarda l’economia circolare?

Stiamo approfondendo le norme tecniche, in particolare le ISO, perché riteniamo che la circolarità di filiera sia ancora poco riconosciuta, soprattutto da banche e stakeholder. La sostenibilità non deve limitarsi alla valutazione delle emissioni di CO₂ o gas serra: in una filiera agroindustriale bovina in crescita, ridurre drasticamente le emissioni è complesso. Per questo chiediamo che si includano parametri misurabili come la circolarità, spesso trascurata nella valutazione di sostenibilità da parte di vari stakeholder come gli istituti finanziari. È invece essenziale dare valore anche alla capacità delle imprese di applicare modelli di economia circolare rispetto alla sola quantificazione delle emissioni.

Uno dei principali ambiti su cui vi state muovendo, oltre all’uso di biomasse non edibili (né per l’alimentazione animale né per quella umana) riguarda lo sviluppo di energie rinnovabili, come biogas e biometano.

Sì, e recentemente ci siamo concentrati anche sulle tecniche di fertilizzazione. Il biogas produce un fertilizzante stabile, il digestato, adatto all’agricoltura di precisione, ma l’integrazione di filiera ci permette di valorizzare altre biomasse zootecniche. Per esempio, farine e sangue opportunamente trasformati diventano fertilizzanti organici che già usiamo e vogliamo estendere all’intera filiera, per ridurre l’uso di fertilizzanti chimici come l’urea. Inoltre, i residui dei biodigestori non agricoli, come quelli degli impianti di macellazione, vengono essiccati con calore da processi industriali, trasformandosi in digestato avanzato, secco e facilmente trasportabile su lunghe distanze. Parallelamente, supportiamo gli allevatori nella diversificazione delle colture foraggere rispetto al mais. Promuoviamo alternative più resilienti come orzo o triticale, oltre a cover crops per contrastare l’inaridimento, migliorando la salute del suolo e aumentando il sequestro di CO2.

Quali sono invece le prospettive di una circolarità non solo verticale, legata alla filiera zootecnica, ma anche “interna” alla parte industriale?

Il recupero dei sottoprodotti si aggiunge alla lavorazione della carne, nostro core business, e coinvolge varie tipologie di prodotti. Un esempio riguarda il settore biomedicale, per il quale produciamo precursori biologici per valvole cardiache a partire da pericardi bovini selezionati, tracciabili e gestiti con protocolli specifici. Un'altra attività strategica riguarda il recupero delle ossa edibili, trattate in un impianto dedicato. Da queste otteniamo sego bovino, grasso destinato a mangimistica, industria dolciaria, biochimica e lipochimica. Dal trattamento si ricavano anche “bone chips”, una combinazione di collagene e idrossiapatite, utilizzata per la produzione di capsule farmaceutiche. Anche il residuo finale, ricco di fosfato, viene recuperato come fertilizzante. Si tratta di un sistema a cascata. Ogni fase di trasformazione apre a nuovi prodotti e mercati, fino a riconfigurare l’identità stessa dell’industria della carne come industria delle proteine.

 

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In copertina: foto Inalca