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Con l’arrivo dell’estate tornano puntuali campagne pubblicitarie, consigli social e allarmi sulle creme solari. Da un lato dermatologi e istituzioni sanitarie ribadiscono l’importanza di proteggersi dai raggi ultravioletti; dall’altro, si moltiplicano i contenuti che descrivono i filtri UV come ingredienti “tossici”. Parallelamente cresce l’attenzione per gli effetti ambientali dei solari sugli ecosistemi marini, in particolare sulle barriere coralline. Il risultato è un dibattito spesso confuso, dove rischiano di sovrapporsi dati scientifici, semplificazioni e timori poco contestualizzati.

Filtri UV: differenza tra chimici e fisici

I filtri UV proteggono la pelle dalle radiazioni ultraviolette, che sono responsabili di scottature, invecchiamento cutaneo precoce e tumori della pelle. Nel 2024 gli scienziati dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) hanno stimato che oltre l’80% dei casi di melanoma cutaneo diagnosticati nel 2022 fosse attribuibile all’esposizione ai raggi UV.

I filtri solari si dividono in due grandi categorie: chimici e minerali. “I filtri UV chimici, detti anche organici, sono composti a base di carbonio in grado di assorbire le radiazioni ultraviolette, trasformandole in calore”, spiega a Materia Rinnovabile Gianluca Selvestrel, responsabile dell’Unità di sostenibilità ambientale per i sistemi industriali e sanitari dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri. “Tra i più diffusi ci sono avobenzone, octocrylene, homosalate, octinoxate, oxybenzone e octisalate. A questi si aggiungono filtri di nuova generazione come Tinosorb S, Tinosorb M, Uvinul A Plus e Uvinul T 150.”

I filtri minerali, o fisici, funzionano invece creando una barriera che riflette e disperde parte delle radiazioni UV: i più utilizzati sono polveri, come ossido di zinco e biossido di titanio.

I rischi per la salute: cosa dice la scienza

Le preoccupazioni per la salute umana nascono dal fatto che “alcuni filtri UV chimici possono comportare potenziali effetti indesiderati”, prosegue Gianluca Selvestrel. “Questi ingredienti possono essere assorbiti sistemicamente, raggiungendo concentrazioni nel sangue superiori ai limiti considerati sicuri. Alcuni studi ipotizzano effetti sul sistema endocrino, come alterazioni degli ormoni tiroidei e riproduttivi.”

Uno degli studi più citati è quello pubblicato nel 2019 dalla Food and Drug Administration (FDA), che ha rilevato nel sangue dei partecipanti tracce di filtri UV organici, in particolare avobenzone, oxybenzone, octocrylene ed ecamsule, dopo applicazioni ripetute di creme solari, in concentrazioni che superavano la soglia oltre la quale la FDA richiede ulteriori test tossicologici. Gli stessi ricercatori, però, hanno sottolineato che il lavoro non intendeva scoraggiare l’uso della fotoprotezione. Secondo Brian Diffey, professore emerito di fotobiologia all'Università di Newcastle, lo studio era basato su “condizioni di utilizzo massimo”, con quantità molto superiori a quelle normalmente applicate nella vita quotidiana, come ha riportato il Guardian.

I benzofenoni, tra cui l’oxybenzone, sono da tempo studiati anche per i possibili effetti endocrini, riproduttivi e sullo sviluppo, come riporta uno studio riepilogativo sulle evidenze emerse nel decennio 2014-2024. Gli autori ribadiscono comunque la necessità di dati più solidi e studi di lungo periodo.

L’impatto sugli ecosistemi marini

I filtri UV raggiungono mari e oceani quando facciamo il bagno, ma possono arrivare in acqua anche attraverso scarichi urbani, reflui industriali e impianti di depurazione, perché, oltre alla cosmetica, sono presenti in diversi prodotti, dalle vernici alle plastiche. “Tra gli impatti ambientali più discussi c’è il possibile contributo al bleaching [sbiancamento, ndr] dei coralli, ma possono causare alterazioni dello sviluppo larvale, stress ossidativo e tossicità per alghe, pesci e invertebrati”, spiega Selvestrel.

Lo sbiancamento dei coralli è un fenomeno globale, aumentato considerevolmente negli ultimi vent’anni, e sul tema si sono condotti vari studi, che hanno evidenziato come l’oxybenzone possa danneggiare il DNA dei coralli e favorire fenomeni di sbiancamento, contribuendo alla decisione delle Hawaii di vietare l’oxybenzone e l’octinoxate nelle creme solari. Esempio poi seguito dalle isole Vergini statunitensi e da alcune riserve della Polinesia francese.

Anche in questo caso, tuttavia, la questione resta complessa. Molti ricercatori sottolineano che le creme solari non possono essere considerate l’unica causa del problema, che dipende anche dall’aumento della temperatura degli oceani, dall’inquinamento e dalla pressione antropica.

I filtri minerali e le nanoparticelle

I filtri minerali vengono spesso presentati come l’alternativa più sicura e sostenibile, sia per la salute sia per l’ambiente, perché tendono a rimanere sulla superficie della pelle, senza essere assorbiti in modo significativo. Ma non sono privi di criticità, soprattutto quando ossido di zinco e biossido di titanio vengono utilizzati sotto forma di nanoparticelle per migliorare trasparenza e texture delle creme solari.

“Queste particelle estremamente piccole possono aggregarsi, sedimentare e interagire con la materia organica presente nell’acqua, favorendo in alcune condizioni la formazione di specie reattive dell’ossigeno”, aggiunge Selvestrel.

Per orientarsi nella scelta, si può cercare sulle confezioni la dicitura “non nano”, che indica particelle di dimensioni maggiori, considerate meno problematiche, ma sono comunque tanti i fattori da considerare quando si sceglie una fotoprotezione: bisogna valutare la composizione complessiva del prodotto, affidandosi a certificazioni ufficiali ed evitando facili semplificazioni.

Come scegliere una crema solare

Da considerare sono anche “la biodegradabilità e la persistenza degli altri ingredienti, che possono essere irritanti o dannosi per l’ambiente, inclusi profumi, conservanti, siliconi, polimeri filmanti e microplastiche”, sottolinea Selvestrel. “Inoltre, è importante la water resistance, anche se bisogna fare attenzione: da un lato è utile per ridurre il rilascio in acqua delle creme, che aderiscono meglio alla pelle, dall’altro può richiedere polimeri o film former più persistenti.”

Per quanto riguarda il packaging, “è consigliabile preferire materiali riciclati e riciclabili, privilegiare formule refill, ridurre il packaging secondario”. Anche il formato conta: "È bene evitare l’uso di spray vicino alle spiagge, soprattutto in caso di vento, perché aumenta la dispersione nell’ambiente e il rischio di inalazione da parte delle persone”.

Infine, la sostenibilità passa pure dal corretto impiego: vari accorgimenti, come applicare la crema secondo la tempistica suggerita prima di entrare in acqua, evitare eccessi inutili e integrare la protezione con cappelli, occhiali e indumenti, evitando di esporsi al sole nelle ore più calde, possono contribuire a ridurre gli impatti senza rinunciare alla sicurezza.

Normative e ricerca: cosa aspettarsi

A livello normativo, “l’Unione Europea autorizza solo i filtri UV inseriti nell’Allegato VI del regolamento sui prodotti cosmetici, che possono essere usati con limiti e condizioni specifiche”, ci spiega Selvestrel. “Tuttavia, il focus principale resta ancora la salute umana, mentre l’impatto ambientale è considerato solo marginalmente.”

Nel frattempo, diversi paesi stanno introducendo restrizioni o chiedendo dati aggiuntivi ai produttori: “Negli Stati Uniti, ad esempio, i solari sono regolati come OTC, quindi come farmaci”. L'Ufficio per la sicurezza e gli standard dei prodotti del Regno Unito prevede di inasprire i limiti sull’oxybenzone nel 2026, allineandoli a quelli europei, mentre in Australia la Therapeutic Goods Administration (TGA) ha raccomandato una riformulazione delle creme solari e ulteriori misure di sicurezza per vari composti chimici, tra cui, di nuovo, l’oxybenzone.

Guardando al futuro della ricerca, “c’è sicuramente la presenza dei filtri di ultima generazione, più stabili, ad ampio spettro e più efficaci”, conclude Selvestrel. “Resta poi fondamentale approfondire il tema dell'impatto ambientale, una delle aree che devono essere maggiormente studiate, per poi tradurre le evidenze scientifiche in strumenti normativi adeguati.”

La protezione solare continua quindi a essere uno strumento essenziale di tutela della salute, come scrive anche l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro, mentre gli esperti del Comitato scientifico per la sicurezza dei consumatori europeo (SCCS) ritengono sicuri i filtri UV, se utilizzati secondo le dosi e le modalità indicate. La sfida quindi, oggi, è rendere la fotoprotezione sempre più trasparente, sicura e compatibile con gli ecosistemi marini.

 

In copertina: immagine Envato