Da Yerevan - La finanza per la biodiversità è al centro della COP17, sia nelle trattative politiche sia per il ruolo crescente della finanza privata. Di quest’ultima si è parlato soprattutto nei side event ospitati nei padiglioni di diversi paesi e organizzazioni internazionali. Gli investimenti per la natura e gli impatti della perdita di biodiversità stanno diventando centrali per il settore privato, in particolare per banche e assicurazioni. È una tendenza che può rimanere in secondo piano rispetto ai negoziati, ma che si sta rivelando importante per la tutela della biodiversità e per i progetti di ripristino.
A Yerevan abbiamo parlato degli sviluppi della finanza per la biodiversità con Marco Lambertini, ex direttore generale di WWF International e oggi Executive Chair della Nature Positive Initiative, alleanza nata per rendere misurabile il target globale di invertire la perdita di natura entro il 2030.
L’obiettivo di mobilitare 20 miliardi di dollari di finanza internazionale per la biodiversità entro il 2025 si è fermato a circa 16. È un ritardo recuperabile o il segnale di una crescente difficoltà dei governi?
Bisogna innanzitutto riconoscere che essere arrivati fino a qui è già un buon risultato, poiché non ci sono mai state tante risorse per la biodiversità come oggi. Dall’approvazione nel 2022 del Quadro globale per la biodiversità c’è stato un incremento dei fondi. Certo, non siamo in linea con l’obiettivo, ma ci sono ancora quattro anni prima del 2030. C’è poi una questione di definizione dei fondi, i 20 miliardi sono soprattutto aiuto pubblico allo sviluppo. Da questo calcolo restano fuori, per esempio, gli investimenti privati per modernizzare le filiere e renderle più sostenibili, di cui può beneficiare indirettamente la natura ma che spesso non vengono conteggiati. Ho l’impressione che ci si stia muovendo più di quanto dicano i numeri.
Con la Yerevan Call sul Target 18 la presidenza della COP17 rilancia la riforma dei sussidi dannosi per l’ambiente, promessa da anni dai governi e chiesta da imprese e istituzioni finanziarie. Perché il settore privato è più avanti?
La questione non può essere ridotta a una contrapposizione netta. L’attuale sistema di sussidi è un’eredità del secondo dopoguerra, quando in Europa l’economia e la sicurezza alimentare erano in condizioni disastrose, e gran parte delle risorse è andata a energia e cibo. Quel sistema aveva senso e non va demonizzato, ma ha sostenuto un modello energetico e agricolo che oggi mostra limiti evidenti. Non si tratta di eliminare i sussidi, ma di reindirizzarli verso la transizione energetica e alimentare, tanto più con i prezzi dell’energia alle stelle. La crisi climatica colpisce tutti i settori, soprattutto l’agricoltura industriale, mentre quella rigenerativa si dimostra molto più resiliente. Quest’estate, nelle risaie del Nord Italia, molte aziende hanno raccolto meno della media. Hanno fatto eccezione le poche che avevano adottato l’agricoltura rigenerativa, dato che il suolo ha trattenuto l’umidità più a lungo e le piante hanno resistito al caldo.
Perché la riforma di questi sussidi non avviene?
Principalmente per tre motivi. Il primo è la grande azione di lobbying da parte dei settori dell’agribusiness. Un caso recente è il rapporto di Mighty Earth, il quale rivela che, tra luglio 2024 e luglio 2026, aziende statunitensi e gruppi industriali hanno organizzato oltre 350 incontri di lobbying con i funzionari dell’Unione Europea per cercare di indebolire il Regolamento UE contro la deforestazione (EUDR). Il secondo è la debolezza degli attuali governi europei, a partire da quello italiano. Dal punto di vista ambientale, il governo Meloni è a mio parere tra i peggiori che abbiamo mai avuto. Lo si è visto con le proteste degli agricoltori delle ultime settimane, per cui sono stati stanziati dei fondi per calmare le acque, ma senza alcun piano sistemico e strategico, e tra pochi anni ci ritroveremo a non essere più competitivi. Il terzo motivo riguarda gli elettori e la polarizzazione politica, ci si rifugia in una presunta identità, senza prestare attenzione ai contenuti né ai settori decisivi per il nostro futuro.
In che modo le banche possono finanziare la tutela della biodiversità e la riduzione dei rischi legati alla natura?
Questo dipende dal modo in cui il settore privato, finanza inclusa, percepisce la natura. Prima era vista come una questione di pubbliche relazioni e di reputazione, poi di responsabilità sociale d’impresa. Adesso la tutela della natura sta diventando una questione materiale ed economica. Nei bilanci di alcune aziende cominciano ad apparire dei costi che fino a pochi anni fa non erano presenti, legati alla natura e al clima, come gli shock nelle supply chain e nella produzione. Quando le aziende capiscono da dove vengono questi costi, gli investitori e soprattutto le assicurazioni iniziano a fare delle domande: da dove arriva questo costo, cosa state facendo perché non si ripeta l’anno prossimo? Queste domande cominciano a incidere sul costo del capitale e persino sull’accesso al credito. Non si parla più della natura e della biodiversità nei termini di responsabilità etica, ma di resilienza finanziaria, credibilità e profilo di rischio. Alcune banche come Norges Bank, Triodos e Rabobank, che finanzia anche il settore agricolo, sono molto avanti. La Banca europea per gli investimenti e le banche multilaterali di sviluppo stanno iniziando a occuparsi di questi costi, anche se molte altre banche continuano a interessarsene poco. I settori più esposti, come quello assicurativo, vedono che il proprio business rischia sempre più di entrare in crisi e perciò iniziano a includere la tutela della natura e della biodiversità.
Prima della COP17 la Nature Positive Initiative ha presentato il framework State of Nature Indicators and Metrics, riducendo oltre 600 metriche a quattro indicatori: estensione e condizione degli ecosistemi, rischio di estinzione e popolazioni delle specie. Quali sono i principali benefici?
Non abbiamo inventato niente, il lavoro principale è stato selezionare gli indicatori migliori, basandoci su credibilità e praticità, per aiutare le imprese a capire i propri impatti sulla natura e a comprendere in che modo ridurli. Conoscere le pressioni e gli impatti è il primo passo, ma poi bisogna guardare ai risultati concreti, poiché, se lo stato degli ecosistemi naturali non migliora, le dipendenze delle aziende non si stabilizzano e i rischi non diminuiscono. Lo stato della natura è infatti l’indicatore finale. I quattro indicatori sono articolati su tre livelli di dettaglio, e il primo è molto semplice proprio per incoraggiare le aziende. Servono per rispondere alle domande degli investitori: nella mia filiera la natura è stabile? Gli ecosistemi che forniscono acqua o attenuano gli impatti climatici sono in salute? Per la maggior parte delle imprese, oggi l’aspetto fondamentale legato alla biodiversità è il ruolo della natura nel limitare gli impatti climatici e nel garantire l’accesso all’acqua.
La Taskforce on Nature-related Financial Disclosures (TNFD), la Science Based Targets Network (SBTN) e le banche multilaterali di sviluppo stanno integrando queste metriche. Cambieranno il modo in cui vengono decisi gli investimenti o resteranno uno strumento di rendicontazione?
La rendicontazione e gli investimenti sono strettamente collegati. La disclosure serve proprio a rispondere alle domande che investitori e assicurazioni cominciano a porre alle aziende: quali sono i vostri rischi e le vostre dipendenze dalla natura, che cosa state facendo per ridurli e qual è lo stato degli ecosistemi da cui dipendete. I dati raccolti vengono poi usati dagli investitori e, dove esiste una regolamentazione, dai regolatori per valutare le aziende. Queste valutazioni iniziano già a incidere sul costo del capitale e sull’accesso al credito. Le nuove metriche avranno sicuramente un impatto, poiché offrono un linguaggio comune per misurare se la natura, nelle filiere e nei territori in cui un’impresa opera, sta migliorando o peggiorando.
I crediti di biodiversità possono diventare una fonte di finanziamento diffusa?
I crediti di biodiversità sono uno strumento nuovo e ancora da sviluppare pienamente. Sono però un tassello della strategia per ridurre gli impatti e arrivare a un bilancio positivo per la natura, ma a tre condizioni. La prima è la gerarchia delle azioni: prima eviti gli impatti che sono evitabili, poi riduci quelli che non puoi evitare, e solo il residuo si compensa con i crediti. Pensiamo a una miniera, dove si scava per estrarre: quello è l’impatto, e va ridotto al massimo prima di compensare. Non è che un’azienda continua a distruggere e intanto compra crediti. La seconda è che la natura è diversa rispetto al clima. Le emissioni sono tutte riconducibili alla CO₂, ovunque avvengano. La natura invece è prettamente locale, cambia a dieci chilometri di distanza. Per questo i crediti usati per compensare devono essere equivalenti: se danneggio per esempio un bosco di querce, devo poi proteggere un altro bosco naturale di querce, non piantare una specie diversa. Il lato positivo è che, essendo delle azioni locali, è molto più facile verificare se le cose sono state fatte bene. La terza è che i crediti possono servire anche per azioni che contribuiscono alla tutela della natura a livello globale. In questo caso i crediti si possono acquistare ovunque, perché non compensano delle azioni ma si aggiungono.
Il clima è entrato nei bilanci e nei consigli di amministrazione, la biodiversità fatica ancora. Che cosa serve perché diventi “mainstream”?
Prima di tutto bisogna collegare la biodiversità sia alla mitigazione degli impatti climatici sia al ciclo dell’acqua. Tutti i settori hanno bisogno dell’acqua e la biodiversità è fondamentale per regolarla. Poi dipende anche dal settore, per esempio la pesca dipende direttamente dagli stock ittici e dalla loro biodiversità. Invece le aziende agricole, che hanno bisogno dell’impollinazione e di altri servizi ecosistemici, se degradano gli ecosistemi prima o poi avranno un calo delle rese e saranno più soggette agli shock climatici. Questo sta già succedendo, ci sono delle aziende che vendono dei piccoli alveari di bombi da portare nei campi per compensare la crisi degli impollinatori. La tutela della biodiversità è interconnessa con molti aspetti ambientali e climatici e questa complessità va spiegata ed evidenziata.
In copertina: Marco Lambertini

