Perché, pur conoscendo da decenni la gravità della crisi climatica, continuiamo a reagire in modo timido e frammentato? In The Enigma of Climate Inaction. Why Are We Doing Nothing (or Almost Nothing) in the Face of Catastrophe? (Routledge, 2025), Frédéric Samama, che ha un dottorato in economia e un master in filosofia ed è tra i pionieri della finanza green internazionale, descrive la crisi climatica come una vera e propria svolta nella storia dell'umanità, “un ‘cigno verde’, caratterizzato da forze imponenti, non lineari e interconnesse che minacciano la vita umana”.
Il libro combina neuroscienze, antropologia, storia economica e finanza per mostrare come i nostri stessi successi – tecnologici, economici, cognitivi – si siano trasformati in una gabbia concettuale che rende difficile agire con la rapidità necessaria. Il punto di partenza è la mente: il cervello umano si è evoluto per riconoscere minacce rapide, visibili e personali, non rischi lenti, diffusi e probabilistici come il cambiamento climatico o il collasso della biodiversità. Da qui nascerebbe un divario strutturale tra ciò che la scienza racconta e ciò che il nostro istinto percepisce come urgente: siamo pronti a mobilitarci di fronte a incendi o alluvioni, molto meno davanti a curve di temperatura o grafici sulle emissioni.
In questa prospettiva, la crisi climatica diventa una soglia che interroga le fondamenta delle nostre istituzioni sociali, economiche e politiche. Al centro resta però resta la domanda iniziale: perché un rischio noto da decenni, e prodotto dalle nostre stesse attività, non ha ancora generato una mobilitazione adeguata? Per rispondere, Samama sposta lo sguardo dall’individuo alla società nel suo insieme.
Come gli organismi viventi, anche le società si organizzano intorno a un imperativo di sopravvivenza: assicurarsi l’accesso alle risorse riducendo al minimo sforzo e incertezza. Il cervello umano preferisce modelli del mondo semplici, relativamente stabili, accurati quanto basta e funzionali a ottenere energia, sicurezza, benessere; su scala collettiva la stessa logica porta a privilegiare modelli economici, politici e culturali che promettono continuità e controllo, mentre l’esplorazione − complessa, incerta, inizialmente costosa − tende a essere respinta ai margini.
Da qui l’ipotesi delle “bolle sociali”: grandi cornici storiche come l’agricoltura, la scienza moderna, il neoliberismo. Per secoli hanno garantito un vantaggio competitivo nell’accesso alle risorse, ma oggi generano fragilità sistemica. A queste si affianca una “bolla della modellizzazione”, in cui astrazione e modelli diventano il principale tramite con la realtà, fino a sostituire il legame diretto, umano e sensibile con il mondo vivente. In questo contesto, la crisi climatica è destabilizzante su due fronti: da un lato erode le basi materiali (risorse naturali e umane) su cui le bolle si sono sviluppate, dall’altro mette in luce quanto siano inadatti i nostri meccanismi di coordinamento a gestire un rischio globale, intergenerazionale e profondamente non lineare.
Il cuore normativo del libro si concentra su tre imperativi. Il primo è riconoscere la combinazione di urgenza, complessità e dimensione etica del problema, oltre l’idea rassicurante che “basterà la tecnologia”. Il secondo è restituire agli stati un ruolo robusto nel coordinamento e nella protezione dei più vulnerabili, dopo decenni di arretramento a favore dei mercati. Il terzo è spingere le imprese a ritrovare la loro missione esplorativa, evitando di limitarsi a schemi di profitto di breve periodo. Ne deriva una critica netta all’eccesso di fiducia nella capacità di modellizzare il mondo, costringendolo in rappresentazioni, misure, simulazioni.
In questa chiave, la mobilitazione climatica appare come una riemersione di responsabilità condivisa e di appartenenza al vivente: una sorta di aggiornamento del DNA sociale, capace di riattivare le risorse di innovazione e solidarietà delle nostre società. The Enigma of Climate Inaction diventa così qualcosa di più di un saggio sulla nostra letargia collettiva. È un tentativo ambizioso, ricco di analogie e ben documentato, di rileggere i nostri modelli mentali e sociali alla luce di quel “cigno verde”, con un obiettivo tanto semplice da enunciare quanto difficile da realizzare: trasformare una fase critica in un movimento di mobilitazione, offrendo un nuovo lessico – forse prima estetico che razionale – fatto di fragilità, bellezza, responsabilità, con cui ripensare “l’unicità della vita” nel tempo della crisi climatica. Perché, in fondo, forse tutto parte dal cervello, individuale e collettivo.
In copertina: un dettaglio della copertina del libro
