Il marmo da cui Michelangelo cavò il David oggi finisce quasi tutto in polvere. Dalle Alpi Apuane, la catena che corre per una sessantina di chilometri nel nord-ovest della Toscana, tra i bacini della Magra e del Serchio, ogni anno escono circa cinque milioni di tonnellate di roccia. Quattro su cinque non diventano blocchi ornamentali: si sbriciolano in carbonato di calcio, la materia bianca che riempie dentifrici, cosmetici, mangimi, vernici, carta. Nel 2022 solo il 18,6% del cavato è uscito come blocco da taglio. Il resto è detrito. La montagna che ha dato le statue più iconiche del Rinascimento italiano viene scavata per fare pasta abrasiva.

È questo volume a consumare la montagna, più del marmo pregiato che se ne ricava. E sullo scavo si è mossa l’Europa. Il 6 agosto la Commissione ha aperto un’istruttoria preliminare su cinque autorizzazioni estrattive rilasciate negli ultimi tre anni dentro il Parco regionale delle Alpi Apuane. Quel che contesta è l’estrazione all’interno di siti della rete Natura 2000, a prescindere da dove finisca poi la roccia: la destinazione industriale del cavato spiega perché si scavi tanto, ma il fascicolo europeo guarda al buco lasciato nella montagna, non a cosa diventi la polvere. È il passaggio che precede e può aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia. All’origine c’è la denuncia dell’associazione Apuane Libere. Nel mirino l’Ente parco e la regione Toscana, i due enti che quelle autorizzazioni le hanno istruite e concesse.

Alpi Apuane, cosa chiede la Commissione europea

La Commissione chiede conto del rispetto di tre pilastri del diritto ambientale europeo. La direttiva Habitat, la 92/43, che vincola gli stati a proteggere i siti della rete Natura 2000. Le direttive sulla valutazione di impatto ambientale e sulla valutazione ambientale strategica, che impongono di misurare gli effetti di un’opera prima di autorizzarla. E il regolamento sul ripristino della natura, il 2024/1991, la Nature Restoration Law entrata in vigore l’anno scorso, che per la prima volta obbliga a rimettere in sesto gli ecosistemi già degradati. Alcune delle cave contestate sorgono in zone carsiche di alto valore. Altre sono riaperture di siti che si erano già rinaturalizzati, in qualche caso bocciati in passato e poi rientrati dalla finestra.

Un’istruttoria non è ancora una condanna. È la fase in cui la Commissione, ricevuta una denuncia da cittadinanza o associazioni, chiede allo stato membro documenti e chiarimenti prima di decidere se contestargli formalmente una violazione. Se le spiegazioni non bastano, Bruxelles apre la procedura d’infrazione vera e propria, con una lettera di messa in mora, poi un parere motivato e, in fondo alla scala, il rinvio alla Corte di giustizia dell’Unione, che può arrivare a comminare sanzioni economiche. Per le Apuane il percorso è appena cominciato, ma il fatto stesso che la Commissione abbia aperto un fascicolo su cinque atti amministrativi toscani segnala che la denuncia non è stata archiviata come pretestuosa.

Marco Giudici è il presidente di Alpi Apuane: “La Nature Restoration Law rappresenta una delle ultime grandi politiche europee capaci di invertire realmente il degrado ambientale”, dice, con l’avvertimento che affrontarla “con superficialità o senza una visione strategica sarebbe una responsabilità storica che il nostro territorio non può permettersi”.

Falde acquifere, biodiversità e lavoro: i problemi dell’attività estrattiva

La vicenda non nasce adesso. Il 4 gennaio 2016 il Gruppo d’intervento giuridico, associazione di giuristi ambientali, aveva già scritto alla Commissione europea, alla Commissione petizioni del Parlamento europeo, al Ministero dell’ambiente e alla regione Toscana. Contestava il Piano di indirizzo territoriale toscano, lo strumento che consentiva ampliamenti, riaperture e nuove aperture di cave dentro una zona di protezione speciale e dieci siti di importanza comunitaria: Monte Sagro, Borla, Sumbra, Corchia, le Panie, la dorsale che i geologi mappano come uno dei sistemi più ricchi d’Europa per varietà di specie e di forme. Le direttive citate erano le stesse di oggi: habitat e uccelli. Dieci anni dopo, quelle carte tornano sul tavolo di Bruxelles, con l’aggravante di un obbligo europeo di ripristino che nel frattempo è diventato legge.

C’è un paradosso che va raccontato: le Alpi Apuane sono un geoparco riconosciuto dall’UNESCO, inserite nella rete mondiale dei geositi per il valore della loro roccia. Dentro quello stesso perimetro la roccia viene cavata a ritmo industriale. La tutela e l’estrazione insistono sugli stessi crinali.

La visione completa della posta in gioco la si capisce guardando l’acqua. Le Apuane sono un massiccio carsico: la pioggia entra nella roccia, la attraversa lungo condotti e fessure, riemerge in basso nelle sorgenti che dissetano la costa da Massa a Carrara. Quando le cave lavorano, producono marmettola, la fanghiglia di polvere di marmo e acqua che si infila nelle fratture, intasa gli acquiferi e finisce nei corsi d’acqua. Nel novembre 2022 a Massa i rubinetti sono rimasti a secco per dieci giorni. In vent’anni Carrara ha contato otto alluvioni, favorite dai detriti che riempiono gli alvei; quella del 2014 fu la più grave.

I geologi avvertono che la polvere si sta depositando nelle falde e che nessuno sa ancora cosa stia facendo alla capacità di quel serbatoio naturale, il primo da cui dipende chi vive a valle. Non è una preoccupazione nuova: già nel 2015 il Ministero dell’ambiente era intervenuto sull’inquinamento dei corsi d’acqua apuani proprio in relazione ai residui di lavorazione. Dieci anni dopo la marmettola continua a scendere, e la regola regionale che nel 2015 fissò un tetto del 25% di blocchi ornamentali e 75% di detrito viene aggirata da chi arriva a cavare oltre il 90% in scaglie, perché è lì che sta il margine.

E c’è il fattore biodiversità: nel Parco lavorano una settantina di cave attive distribuite in trentanove bacini estrattivi; sull’intera catena se ne contano centosessantacinque attive e cinquecentodieci abbandonate. Ogni fronte di cava è una cima, una cresta o una sella che sparisce dal profilo della montagna. Con la roccia se ne va la flora endemica, come l’Athamanta che cresce solo su queste rupi, e se ne vanno i geositi, oltre duecentocinquanta formazioni catalogate e in gran parte prive di protezione reale. Apuane Libere parla di cime, creste e valli di origine glaciale cancellate per sempre, e di discariche a cielo aperto lasciate nei siti dismessi, con oli, lubrificanti esausti e carburanti a contatto con la roccia permeabile.

L’argomento che regge da sempre l’estrazione è il mantenimento dei posti di lavoro. Ma regge sempre peggio. Il marmo apuano vale circa il 15% del prodotto interno lordo provinciale e un fatturato vicino al miliardo di euro, 560 milioni dei quali di export, secondo i dati di Confindustria. Al territorio, però, resta poco: circa venticinque euro a tonnellata estratta, contro un prezzo di mercato che oscilla tra gli ottocento e gli ottomila euro. E gli occupati calano: meno 36% tra il 1994 e il 2020, con il crollo più netto tra gli operai al fronte e nei laboratori di lavorazione. Si scava di più e si impiega di meno, perché il detrito polverizzato per l’industria chimica rende senza chiedere braccia. La ricchezza si concentra in poche famiglie industriali, la polvere resta a tutti.

Cosa succede adesso

Il capitolo più recente è quello del ripristino, ed è anche il primo banco di prova italiano della nuova legge europea. Il regolamento 2024/1991 obbliga gli stati a recuperare gli ecosistemi degradati; il decreto italiano 80 del 2026 fissa le scadenze per raccogliere i dati e concertare le priorità d’intervento. Il 21 maggio Apuane Libere ha trasmesso al ministero dieci aree su cui intervenire entro il 2030, da Altissimo al Corchia alla valle di Arni, con proposte tecniche dettagliate. Dalla regione e dal parco, denuncia l’associazione, nessun tavolo territoriale, nessuna risposta. La Commissione europea ha calcolato che ogni euro speso in ripristino ne restituisce fino a trenta. Sulle Apuane, per ora, si continua a investire nel verso opposto.

Adesso la questione si sposta a Roma. L’Italia dovrà rispondere alla Commissione e spiegare come cinque autorizzazioni concesse dentro un’area protetta stiano insieme alle direttive che lo stato ha sottoscritto. Se le risposte non convincono, la procedura può salire di grado fino alla Corte di giustizia. Nel frattempo le cave restano aperte, i camion scendono carichi verso il fondovalle, e la montagna, misurata anno dopo anno, cala di quota.

 

In copertina: persone in corteo a Carrara per fermare l'estrattivismo nelle alpi apuane e ovunque, foto di Michele Lapini, Agenzia IPA