La sanità europea diventa sempre più digitale, ma insieme ai vantaggi per pazienti e strutture sanitarie cresce un problema meno visibile: cosa succede a sensori, apparecchi acustici, dispositivi indossabili e altri strumenti elettronici quando arrivano a fine vita? Batterie, circuiti e componenti contengono materie prime potenzialmente recuperabili, ma rischiano di finire in flussi di rifiuti che non sono stati progettati per valorizzarli.

Secondo i dati raccolti dal progetto europeo DiCE – Digital Health in the Circular Economy, già nel 2020 erano stati immessi sul mercato europeo circa 83 milioni di dispositivi medicali indossabili. Eppure, non esiste una stima complessiva affidabile della quantità di rifiuti elettronici generata dal settore sanitario. Una parte dei dispositivi, soprattutto quelli entrati in contatto con pazienti o potenzialmente contaminati, viene inoltre trattata come rifiuto sanitario e destinata all'incenerimento, perdendo così componenti e materiali che potrebbero essere recuperati.

Dalla raccolta al recupero dei dispositivi medici

A provare a chiudere il cerchio è proprio DiCE, progetto Horizon Europe che si conclude oggi, 30 settembre, dopo quattro anni di attività. Con un costo complessivo di 9,2 milioni di euro, di cui 7,7 milioni finanziati dall'Unione Europea, il progetto ha coinvolto venti organizzazioni di nove paesi lavorando sull'intero ciclo di vita dei dispositivi sanitari digitali: dalla progettazione alla raccolta, fino al riuso, al ricondizionamento e al riciclo. Uno dei primi problemi emersi è intercettare i dispositivi quando non vengono più utilizzati. DiCE ha sperimentato una rete di 25 punti di raccolta intelligenti in Belgio, Slovenia e Spagna, dotati di sistemi per riconoscere gli oggetti conferiti e monitorarne la raccolta.

Nei test condotti con 414 cittadini, oltre il 60% dei partecipanti si è detto disposto a restituire i dispositivi sanitari inutilizzati quando esiste un punto di raccolta facilmente accessibile. Ma recuperare un prodotto a fine vita non basta se questo non è stato progettato per essere smontato. Per tale motivo il progetto ha elaborato 31 linee guida di progettazione circolare e ha lavorato su diversi dispositivi, dalle pilloliere intelligenti alle etichette elettroniche fino ad alcuni strumenti utilizzati in chirurgia. L'obiettivo è rendere più semplice separare batterie, circuiti e altri componenti e decidere, caso per caso, se sia preferibile riutilizzarli, ricondizionarli o recuperarne i materiali.

Quando riutilizzare conviene più che riciclare

I risultati mostrano quanto possa cambiare l'impatto di un dispositivo intervenendo prima che diventi un rifiuto. Nel caso dei cavi per elettrocardiogramma, l'analisi condotta nell'ambito di DiCE indica che le versioni riutilizzabili possono avere un impatto ambientale inferiore dell'81-94% rispetto alle alternative monouso, a seconda delle modalità di utilizzo e trattamento. Un altro caso riguarda le cucitrici chirurgiche elettriche. Ripensandone il design per facilitarne lo smontaggio, il progetto stima che la quota di materiali potenzialmente recuperabili possa salire dall'attuale 51% fino al 90%.

È un esempio di come, per alcuni dispositivi, la soluzione non sia necessariamente sviluppare una nuova tecnologia di riciclo, ma progettare diversamente il prodotto prima che entri sul mercato. La gerarchia proposta è quella tipica dell'economia circolare: prolungare innanzitutto la vita del dispositivo, riutilizzare ciò che può essere utilizzato nuovamente, recuperare componenti ancora funzionali e riciclare i materiali quando le altre opzioni non sono più possibili. Una logica apparentemente semplice, ma più difficile da applicare in un settore regolato come quello sanitario.

Il limite della circolarità in ospedale

Un dispositivo medico non può essere trattato come un comune smartphone. Sicurezza del paziente, sterilizzazione, tracciabilità e prestazioni impongono requisiti stringenti e possono limitare le possibilità di riutilizzo. DiCE ha quindi analizzato anche il rapporto tra economia circolare e regolamento europeo sui dispositivi medici, individuando ostacoli normativi e possibili interventi per rendere più semplice il recupero senza compromettere gli standard sanitari.

C'è poi un problema di scala: le soluzioni utilizzate per grandi apparecchiature ospedaliere non sono necessariamente adatte ai milioni di piccoli dispositivi digitali dispersi tra ospedali, ambulatori e abitazioni. Per questi prodotti servono sistemi di restituzione facilmente accessibili, logistica inversa e filiere capaci di separare apparecchiature molto diverse tra loro.

La diffusione dell’elettronica in un numero crescente di prodotti aumenta non solo il fabbisogno di materiali, ma anche la quantità di dispositivi da gestire una volta arrivati a fine vita. Per l'Europa, che punta a ridurre la dipendenza dall'estero per molte materie prime, recuperare ciò che è già presente nei prodotti diventa quindi anche una questione industriale. L'esperienza di DiCE mostra che una parte della soluzione passa dal riciclo, ma un'altra comincia molto prima: progettare dispositivi che possano essere raccolti, smontati, riparati e riutilizzati. La crescita della sanità digitale dovrà quindi andare di pari passo con la capacità di recuperare dispositivi, componenti e materiali una volta arrivati a fine vita.

 

In copertina: immagine Envato