Per decenni l’industria europea ha trattato l’acqua come una risorsa infinita: si preleva, si usa, si scarica. Un modello lineare che oggi mostra tutti i suoi limiti. Siccità ricorrenti, crisi climatica, restrizioni ai prelievi e costi crescenti stanno trasformando l’acqua da commodity invisibile a fattore strategico di competitività. Ed è qui che emerge uno dei grandi paradossi della transizione ecologica europea. Ogni anno l’Unione Europea preleva circa 200 miliardi di metri cubi d’acqua, esclusi gli utilizzi per l’idroelettrico, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente.

Una parte significativa finisce nei processi industriali, che generano oltre 25 miliardi di metri cubi di acque reflue all’anno. Eppure, solo una quota minima viene recuperata e riutilizzata. Sommando reflui industriali e municipali, appena il 2,5% dell’acqua trattata torna infatti a essere impiegata, secondo uno studio pubblicato sul Journal of Cleaner Production. Contemporaneamente, sempre nel vecchio continente, almeno l’11% della popolazione vive già condizioni di scarsità idrica, come rileva la Commissione europea.

Mentre diventa una risorsa sempre più critica, enormi volumi di acqua già trattata continuano in questo modo a uscire dal sistema produttivo come scarto. Eppure, il riuso delle acque reflue industriali rappresenta una delle applicazioni più concrete dell’economia circolare. Significa trattare le acque di processo e reinserirle nei cicli produttivi, trasformando un costo operativo in una fonte alternativa di approvvigionamento. Per le imprese vuol dire ridurre il consumo di acqua primaria, contenere i costi e soprattutto rendere più stabile l’accesso a una risorsa sempre più esposta agli shock climatici.

Un mercato che cresce insieme alla scarsità

Anche sul piano economico, i numeri raccontano un potenziale ancora largamente inesplorato. Lo stesso studio pubblicato sul Journal of Cleaner Production stima che portare il recupero delle acque reflue industriali all’80% farebbe aumentare il consumo energetico dell’industria europea di appena il 4,1%, richiedendo investimenti pari all’1,5% del PIL dell’UE. Un costo relativamente contenuto se confrontato con i benefici sistemici in termini di sicurezza idrica, resilienza industriale e riduzione del rischio operativo.

Anche la Commissione europea prova a quantificare il rapporto costi-benefici: circa 700 milioni di euro destinati a infrastrutture di riutilizzo permetterebbero di trattare 6,6 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, con costi inferiori a 0,50 euro al metro cubo e una riduzione della scarsità idrica stimata tra il 5% e il 10%. Nel frattempo, il mercato si sta già muovendo. Secondo Global Market Insights, il comparto del riciclo e riutilizzo dell’acqua – inclusi gli usi industriali – valeva circa 17,89 miliardi di dollari nel 2025 e potrebbe superare i 29,61 miliardi entro il 2030. Bluefield Research stima invece che il solo mercato europeo dell’acqua industriale oltrepasserà i cento miliardi di euro entro la fine del decennio, un cambiamento spinto da diversi fattori, tra cui la crescita della produzione di semiconduttori, l'espansione dei data center e le normative sempre più severe.

A livello globale, infine, la World Bank ritiene che, con politiche adeguate e investimenti mirati, il riuso possa crescere di otto volte entro il 2040, raggiungendo 430 milioni di metri cubi al giorno, pari a un quarto dei prelievi di acqua dolce nel settore municipale.

Il problema non è la tecnologia

La barriera principale, però, non è tecnica. Le tecnologie necessarie al riuso di acque industriali esistono già e, in molti casi, sono mature da anni. Sistemi di ultrafiltrazione e microfiltrazione utilizzano membrane con pori microscopici per eliminare batteri, virus e particolato con livelli di efficienza molto elevati. L’osmosi inversa e la nanofiltrazione consentono invece di rimuovere sali e solidi disciolti, producendo acqua compatibile anche con i processi industriali più sensibili.

Sempre più diffusi sono anche i bioreattori a membrana (MBR), che combinano trattamento biologico e separazione fisica, garantendo effluenti di qualità superiore rispetto ai sistemi convenzionali a fanghi attivi. A chiudere il ciclo ci sono infine i sistemi di Zero Liquid Discharge (ZLD), progettati per azzerare gli scarichi liquidi, concentrare i residui solidi e recuperare perfino sali e materie prime riutilizzabili. Nel settore dei semiconduttori, ad esempio, aziende come Intel, TSMC e i principali fornitori di tecnologie idriche hanno sviluppato sistemi avanzati di trattamento e ricircolo che consentono di riutilizzare la grande maggioranza delle acque impiegate nella produzione di chip, uno dei processi industriali più idro‑intensivi al mondo e che richiede acqua ultrapura.

A Singapore, il programma pubblico NEWater utilizza micro o ultrafiltrazione, osmosi inversa e disinfezione UV per trasformare acque reflue trattate in acqua ultrapura destinata soprattutto all’industria elettronica. Il punto, dunque, non è più se il riuso sia tecnicamente possibile, ma quanto rapidamente le infrastrutture industriali europee sapranno adattarsi a un contesto in cui l’acqua non può più essere considerata una risorsa abbondante e a basso costo.

 

Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese sul blog di Ecomondo

 

In copertina: immagine Envato