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Pressoché in ogni conversazione sull’articolo 6 ricorre lo stesso acronimo: LOA, Letter of Authorisation (lettera di autorizzazione) che è il documento ufficiale necessario per autorizzare un progetto a emettere crediti secondo le regole dell'articolo 6 dell'accordo di Parigi. Il termine suona procedurale, quasi amministrativo, come se fosse il timbro finale a conclusione di un processo lungo ma per il resto lineare. In pratica, è proprio la LOA il punto in cui l’intero sistema rallenta, si frammenta e spesso si arena silenziosamente.

Molti operatori che cercano di sviluppare progetti vivono questo disagio da anni. Fin dalle prime trattative sul regolamento dell’Accordo di Parigi, ogni questione relativa all’autorizzazione governativa ha generato perplessità: lettere di autorizzazione, richieste di esportazione dei crediti, NDC condizionati contro quelli incondizionati. Lo sviluppo di un progetto carbon è già complesso, ma l’aggiunta di un livello di autorizzazione governativo ha reso il processo, fin dall’inizio, fragile e in molti casi quasi ingestibile.

Dall'esterno, l'articolo 6 sembra essere uno strumento già ben avviato e rodato. Si annunciano accordi bilaterali, i MoU si moltiplicano, i progetti in cantiere vengono commercializzati come “pronti per l'articolo 6” e le discussioni sui contratti di acquisto presuppongono sempre più spesso che l'autorizzazione sia semplicemente una questione di tempistica. Eppure, guardando a ciò che è stato effettivamente formalizzato a livello di UNFCCC, il quadro è molto diverso. All'inizio del 2026, soltanto un numero limitato di paesi ha formalmente presentato dichiarazioni di autorizzazione dei crediti ai sensi dell'articolo 6.2, mentre più di ottanta hanno dichiarato di avere processi e regole di autorizzazione o di monitoraggio “in fase di elaborazione”.

Tale divario non è un'anomalia tecnica. È il segnale più evidente che le LOA non subiscono ritardi a causa di una mancanza di interesse o di progetti, ma per ragioni più profonde: di governance, sovranità e rischio.

I dati raccolti sul campo da diverse realtà indipendenti non lasciano spazio a dubbi. Secondo uno studio condotto dal Climate Action Center of Excellence (CA.CE) emerge che solo una ristretta cerchia di paesi dispone di quadri autorizzativi pienamente operativi, mentre molti altri devono far fronte a conflitti strutturali tra export di crediti e la propria contabilità NDC. Il CA.CE sottolinea che paesi come Ruanda, Malawi, Ghana, Guyana e altri potrebbero avere difficoltà ad autorizzare volumi significativi di crediti senza compromettere i propri obiettivi climatici nazionali. In termini pratici, ciò significa che le criticità legate ai processi di autorizzazione non sono determinate da una mancanza di azioni di mitigazione o di progetti in cantiere, ma da scelte politiche irrisolte su come le riduzioni delle emissioni vengono conteggiate, trattenute o trasferite.

Ciò porta a una domanda semplice ma fondamentale: realisticamente, questi paesi dispongono di modi alternativi per sbloccare capitali privati su larga scala per la decarbonizzazione senza i mercati internazionali del carbonio e l’articolo 6?

La parola più spesso usata per descrivere la situazione è “in sospeso”. LOA in sospeso. Autorizzazione in sospeso. Approvazione in sospeso. Ma “in sospeso” sta diventando uno dei termini più fuorvianti nel vocabolario dell’articolo 6: può significare che un documento è in attesa di una firma; oppure che c’è una situazione di stallo interministeriale, un mandato legale poco chiaro o un registro non ancora pronto; oppure che una decisione politica è stata semplicemente rinviata perché le sue implicazioni sono scomode. Dal punto di vista del mercato, tutte queste casistiche appaiono uguali. Dal punto di vista del governo ospitante, tuttavia, sono completamente diverse.

Recentemente, questa situazione mi è apparsa evidente durante una conversazione. Un collega che da anni lavora a un progetto infrastrutturale di accesso all’acqua in un paese africano è in attesa dell’autorizzazione governativa. Per mesi, ogni aggiornamento suonava identico: “la prossima settimana”, “ci siamo quasi”, “ci siamo vicini”. La sensazione era sempre che la lettera fosse proprio dietro l’angolo. Poi un giorno ha detto qualcosa che mi ha lasciato di stucco: “Non so se riceveremo la lettera quest’anno”.

Ufficialmente non era cambiato nulla. Nessun rifiuto, nessun cambiamento di politica, nessuna comunicazione ufficiale, solo un graduale svanire della volontà politica. Stiamo parlando di un progetto che avrebbe potuto garantire l’accesso ai servizi di base a migliaia di persone. Per uno sviluppatore di progetti, questo è il peggior esito possibile: non un “no”, ma nessuna risposta.

A quel punto, l’incertezza inizia ad assomigliare a un gioco d’azzardo. Si continua a giocare perché la prossima carta potrebbe finalmente essere quella giusta, anche se le probabilità sono poco chiare e il banco controlla il mazzo. Il capitale viene impiegato, i progetti vengono realizzati, gli acquirenti aspettano e il tempo passa senza alcuna possibilità di influire sul processo decisionale.

A rendere la situazione ancora più fragile è il fatto che, in molti casi, il processo di autorizzazione esiste formalmente. È sancito da un decreto, un regolamento o una decisione ministeriale: sulla carta, tutto sembra corretto. In pratica, però, il processo è spesso inaffidabile. Mancano scadenze vincolanti, meccanismi di escalation e responsabilità nel caso in cui una decisione non venga mai presa. L'esistenza di un processo crea un falso senso di protezione senza offrirne realmente alcuna.

Allo stesso tempo, non sarebbe giusto attribuire la responsabilità esclusivamente ai governi. Sempre più paesi ospitanti semplicemente non se la sentono ancora di autorizzare i progetti, temendo implicazioni che non comprendono appieno. Le norme sono complesse, le conseguenze contabili sono ancora in evoluzione, gli inventari sono incompleti e i registri spesso non sono operativi. Numerosi esperti di cui mi fido ribadiscono lo stesso messaggio: i paesi stanno ancora imparando. Sono propenso a crederci, così come credo che il processo diventerà più rapido col tempo, man mano che l'esperienza e la fiducia cresceranno. Ma credere in un miglioramento futuro non risolve il problema di oggi.

Le conseguenze di questa lacuna autorizzativa sono già visibili nei mercati regolati. Una recente analisi del Wall Street Journal sottolinea che le compagnie aeree interessate dalla Fase I del CORSIA (2024-2026) avranno bisogno di circa 200 milioni di crediti di carbonio, ma attualmente sono disponibili e autorizzati all’uso solo circa 30-35 milioni di crediti. La limitazione non è data dalla mancanza di attività di mitigazione o di progetti in cantiere, ma dal numero limitato di paesi ospitanti che hanno emesso lettere di autorizzazione (LOA) che consentono il trasferimento internazionale dei crediti senza compromettere i propri obiettivi climatici. In questo senso, la scarsità di LOA non è più una preoccupazione teorica; influisce già sull'offerta, sulle aspettative di prezzo e sulla fiducia del mercato.

Gli investitori sono ben consapevoli di questa asimmetria. Pur essendo interessati in linea di principio, pur credendo nel progetto e nel suo impatto, hanno le idee chiare su un punto: il rischio legato all’autorizzazione non è di loro competenza. Se la LOA non arriva, vogliono indietro i propri soldi. Nessuna condivisione del rischio di perdita, nessun sovrapprezzo per la pazienza. L'incertezza ricade interamente sullo sviluppatore. Per molti investitori, questo diventa di fatto un'altra forma di opzionalità: se l'autorizzazione arriva, c'è un potenziale di guadagno; se non arriva, se ne vanno. Il rischio politico è escluso dal ciclo finanziario, ed è proprio qui che il sistema inizia a crollare.

A queste condizioni, è difficile capire come possano sopravvivere gli sviluppatori di progetti di piccole e medie dimensioni. Non si tratta di un livello di rischio che possa essere assorbito, diversificato o gestito professionalmente: non è possibile proteggersi dall’esitazione politica; non è possibile compensarla con un MRV migliore o metodologie più solide. L’unico modo per influenzare l’esito è a livello governativo, attraverso un impegno strutturato, credibilità e un dialogo istituzionale sostenuto. Eppure, la maggior parte degli sviluppatori non è né preparata né dotata del capitale necessario per operare a quel livello. Le coperture assicurative esistono, ma sono spesso proibitive, con costi indicativi che possono variare tra il 2% e il 4% circa del valore totale del progetto o del credito, a seconda della percezione e della struttura del rischio, e sono direttamente collegate al rischio di autorizzazione e di LOA.

Ed è qui che il sistema diventa pericoloso. Quando i risultati dipendono da decisioni poco chiare, tempistiche indefinite e motivazioni discrezionali, si apre la porta a pratiche poco trasparenti. Non perché gli sviluppatori o i governi abbiano intenzione di agire in modo scorretto, ma perché l’incertezza, in assenza di responsabilità, crea inevitabilmente punti di tensione, soprattutto quando una singola lettera può decidere la vita o la scomparsa di un progetto. Casi recenti, come quello di KOKO Networks, dimostrano quanto possano essere fragili queste dinamiche.

Il problema fondamentale non è che i governi abbiano bisogno di maggiore discrezionalità. Piuttosto, il sistema ha bisogno di meno margini di interpretazione. Secondo la mia esperienza, l’unica via sostenibile da seguire è un quadro normativo in cui, se uno sviluppatore soddisfa condizioni chiaramente definite e ancorate a NDC condizionati trasparenti e credibili, l’autorizzazione sia garantita. Non incoraggiata politicamente, non sostenuta informalmente: garantita. Se sviluppo questo tipo di progetto, seguendo queste regole, il risultato dovrebbe essere prevedibile.

Finché non esisteranno processi in cui l'interpretazione sia quasi nulla e i risultati prevedibili, le LOA rimarranno scarse e distribuite in modo diseguale. Oggi si parla ancora di meno di 50 LOA a livello globale e forse solo di circa 20 utilizzabili per il CORSIA. Uno studio indipendente conferma che non si tratta di un disallineamento temporaneo, bensì di una fase di transizione strutturale legata alla progettazione degli NDC e ai vincoli della contabilità nazionale.

Ciò non significa che l'articolo 6 non funzioni correttamente. Significa che sta facendo qualcosa di nuovo e difficile. L'autorizzazione sta costringendo i paesi a confrontarsi, per la prima volta, con i reali compromessi tra l'ambizione climatica nazionale e la cooperazione internazionale. La curva di apprendimento è inevitabile.

Se questa transizione avrà successo, le LOA potranno finalmente assolvere alla loro funzione originaria: non più un collo di bottiglia burocratico, ma l'anello di congiunzione tra l'ambizione dei singoli paesi e i flussi della finanza climatica globale. Le premesse per questo cambio di passo ci sono tutte.

 

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Climate Playbook

 

In copertina: immagine Envato