
Richard Heimberg, uno dei più importanti pensatori ecologisti americani di questo secolo, è morto domenica 19 luglio, a 75 anni, per un tumore al pancreas diagnosticato appena due settimane prima. Una malattia rapida e brutale, arrivata a chiudere una vita tutt'altro che breve nel suo contributo.
Ho conosciuto Richard Heinberg nel 2009, a Santa Rosa, in California, la cittadina della Sonoma County dove viveva e dove per anni aveva insegnato al New College, nel programma su cultura, ecologia e comunità sostenibile che aveva contribuito a costruire. Non ricordo più i dettagli esatti di quell'incontro, ma ricordo bene la sensazione: parlare con un visionario dal pensiero sistemico, in grado, come ogni buon geografo, di mettere insieme dati economici, sociali, ambientali ed energetici. Quando anni dopo ho iniziato a scrivere di economia circolare e geopolitica dell'acqua, portavo con me il suo modo di ragionare: mai un problema isolato, sempre un sistema di limiti che si intrecciano.
Negli anni ho letto avidamente tanti dei suoi libri, a partire da The Party's Over: Oil, War, and the Fate of Industrial Societies, il testo che nel 2003 lo rese una delle voci più lucide sul tema, al punto che Bill Clinton lo prestò al giornalista del New Yorker David Remnick "pieno di sottolineature, con quel genere di punti esclamativi da studente particolarmente serio", come Remnick stesso raccontò.
Da lì in poi ho seguito ogni suo libro (Powerdown, Peak Everything, The End of Growth, Afterburn) fino all'ultimo, il quattordicesimo, Power: Limits and Prospects for Human Survival, pubblicato mentre la sua salute già declinava. E ho seguito, quasi quotidianamente, il lavoro del Post Carbon Institute (PCI), l'organizzazione californiana di cui è stato senior fellow per quasi vent'anni (nonché importante networking partner di Materia Rinnovabile), insieme alla sua newsletter, MuseLetter, diventata negli anni una bussola per chiunque cercasse di pensare oltre l'orizzonte breve della crescita.
Quello che colpiva di Richard, oltre alla lucidità analitica capace di tenere insieme termodinamica, ecologia, antropologia e storia in un'unica argomentazione, era la sua capacità di restare umano di fronte a verità che ad altri avrebbero tolto il sonno. Introverso per natura, parlava poco nei gruppi, ma quando lo faceva era sempre per aggiungere qualcosa, mai per occupare spazio, come ricorda il suo amico Asher Miller. Chi ha lavorato al suo fianco per quasi vent'anni − molto più da vicino di quanto abbia potuto io − ricorda soprattutto la sua gentilezza, il senso dell'umorismo, l'attenzione quasi ostinata al bene comune anche mentre scriveva dei limiti fisici della civiltà industriale.
Mi manca già la lucidità con cui sapeva raccontare la fine di un'epoca senza mai scadere nel catastrofismo sterile. Mi manca l'idea che ci fosse ancora, da qualche parte in California, qualcuno capace di scrivere la frase esatta che serviva per capire dove stavamo andando. Il modo migliore per onorarlo, credo, non è il lutto ma il lavoro. Continuare a fare esattamente quello che lui ha fatto per quarant'anni: dire la verità sui limiti dell’economia petrocapitalista e agire di conseguenza.
In copertina: Richard Heimberg fotografato da Nicolás Boullosa, Flickr
