È un momento decisivo per il dibattito europeo sul divieto dei PFAS, aperto nel gennaio 2023 da una proposta delle autorità nazionali di Germania, Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia, nell'ambito del regolamento REACH, la legislazione europea sulle sostanze chimiche.

Il percorso di valutazione da parte dell’ECHA (Agenzia europea per le sostanze chimiche) si trova nella fase finale del cronoprogramma: entro dicembre 2026 i pareri definitivi del Comitato per la valutazione dei rischi (RAC) e del Comitato per l'analisi socioeconomica (SEAC) saranno inviati alla Commissione europea, che formulerà una proposta di restrizione, da sottoporre poi al voto del Comitato REACH, composto dai rappresentati degli stati membri.

La discussione non riguarda solo l’opportunità di intervenire sulle sostanze per- e polifluoroalchiliche, comunemente definite “forever chemicals”, inquinanti eterni, ma anche la costruzione di un percorso normativo capace di conciliare tutela ambientale, continuità delle attività produttive e gestione delle contaminazioni già esistenti. Ne abbiamo parlato con Paola Ficco, avvocata, giurista ambientale, responsabile scientifica di ReteAmbiente e componente dell'Advisory Board di Ecomondo.

 

Qual è oggi la sfida normativa più urgente? Vietare le sostanze alla fonte o gestire le contaminazioni già esistenti?

È una falsa alternativa: sono due tempi dello stesso problema e servono entrambi. Comunque, dovendo indicare l'effettiva urgenza normativa, direi che la questione non è più se vietare. Quella decisione, in sostanza, è stata presa: a marzo 2026 il comitato scientifico dell’ECHA ha confermato che la restrizione universale è lo strumento giusto, il parere definitivo arriverà entro fine anno. La partita è sulle deroghe, quante e quanto lunghe, perché per alcuni settori si parla di transizioni fino a dodici anni. E ogni anno di rinvio è sostanza che resta nell’ambiente per sempre.

Quindi il vero problema, secondo lei, è un altro. Quale?

Chi paga? Sulle bonifiche l’Europa non ha ancora un meccanismo di responsabilità del produttore. La nuova direttiva sulle acque (2026/805) si limita a chiedere alla Commissione di valutarlo entro il 2029: nel frattempo il conto lo pagano i gestori idrici e i cittadini, e la responsabilità si stabilisce caso per caso nei tribunali. Il punto su cui l’Italia si gioca molto è proprio la direttiva sulle acque, che va recepita entro il 21 dicembre 2027: significa rimettere mano al Dlgs 152/2006 (parte terza) e alle soglie di contaminazione per le acque sotterranee dell’allegato 5, parte quarta. Nel frattempo, dal gennaio scorso si applicano già i limiti PFAS sull’acqua potabile, 0,1 microgrammi per litro sulla somma di venti sostanze. Il rischio concreto è che ci troviamo con parametri più severi sulla carta e con procedimenti di bonifica già in corso da riaprire, senza aver deciso chi ne sostiene il costo. Ecco perché credo che l’urgenza vera oggi sia la responsabilità, non il divieto.

Intervenire alla fonte resta indispensabile.

Sì, anche perché il problema non riguarda soltanto le contaminazioni storiche. Fornisco un solo dato per capire quanto siamo in ritardo e quanto sia importante non limitarsi a inseguire i PFAS una volta dispersi nell'ambiente: il TFA (acido trifluoroacetico) è il PFAS più diffuso in Europa. A giugno l’ECHA ha concluso che è tossico per la riproduzione, a luglio l’EFSA ha abbassato di oltre tre volte la soglia di sicurezza. Ed è tra i più difficili da rimuovere dall’acqua. Vietare alla fonte serve proprio a non ritrovarci a dover inseguire un altro composto tra dieci anni.

Uno dei punti più delicati della futura restrizione riguarda le deroghe richieste da diversi settori industriali. Come trovare un equilibrio tra tutela ambientale e continuità produttiva?

L’equilibrio non è tra ambiente e produzione, è tra certezza e incertezza. Per un'azienda il costo peggiore non è il divieto: è non sapere quando arriva e con quale perimetro. Il dossier PFAS è aperto dal gennaio 2023 e la proposta della Commissione ancora non c’è. Sono tre anni in cui nessuno ha potuto pianificare una riconversione. Chi chiede tempo ha ragione, ma il tempo va dato stabilendo una data certa, non con un rinvio continuo. Non è mai stato in discussione un divieto secco dall'oggi al domani. Il calendario è scaglionato per comparti: schiume antincendio dal 23 ottobre 2026, PFHxA su tessili e carta per alimenti e cosmetici dal 10 ottobre 2026, imballaggi alimentari dal 12 agosto 2026, con transizioni che in alcuni settori arrivano fino a dodici anni. Questo è l’equilibrio, tradotto in norma. Una deroga vale se è a termine, condizionata al controllo delle emissioni e alla gestione del fine vita, e legata a una prova documentata che l’azienda sta lavorando alla sostituzione. Una deroga aperta motivata solo con un “non esistono alternative”, senza investimenti a supporto, non è equilibrio: è rinvio. Questa è la linea che la Commissione ha indicato a giugno.

In concreto, che cosa significa misura equa?

La membrana di una cella a combustibile e la cera da sci non sono la stessa cosa. Se non si distingue, si perde il consenso pubblico proprio sugli usi che davvero servono alla transizione energetica. Difendere tutto significa non difendere niente. Una restrizione che vincola solo chi produce in Europa, mentre gli articoli importati entrano liberamente, danneggia due volte: l’ambiente e la competitività. Controlli alla frontiera e restrizioni sull’articolo finito, non solo sulla sostanza, sono ciò che rende la misura equa. In Veneto abbiamo decenni di inquinamento, contenziosi ancora aperti e una responsabilità che si sta definendo in tribunale caso per caso. Quello non è un esito favorevole all’industria: è il peggiore dei mondi possibili anche per chi produce. Le aziende che hanno sostituito per tempo, infatti, non stanno chiedendo proroghe.

A proposito di deroghe per "usi essenziali”: dal punto di vista giuridico come evitare che queste eccezioni possano indebolire l'efficacia della futura regolamentazione?

Il problema, dal punto di vista giuridico, non sono le deroghe in sé, ma la loro inerzia. Nel REACH una deroga scritta nell'allegato XVII resta finché non viene modificata, e modificarla vuol dire riaprire tutta la procedura di restrizione, cioè anni. Il default è la permanenza. È così che una restrizione si svuota: non nel momento in cui concedi la deroga, ma nel momento in cui non prevedi come farla finire. Quindi la prima regola è invertire il default. La deroga scade a una data certa e va rinnovata portando prove, non dura finché qualcuno non la abroga. Il modello esiste già: sono le esenzioni specifiche della Convenzione di Stoccolma, che hanno un termine e un registro pubblico.

E la seconda regola?

La seconda regola è trasformare la deroga da esenzione a permesso condizionato. Gli strumenti sono già nel REACH, nel regime delle autorizzazioni: onere della prova sull'impresa e non sull'autorità, un piano di sostituzione con tappe verificabili, obbligo di contenere le emissioni e di gestire il fine vita, rendicontazione dei volumi. Una deroga così non indebolisce la norma: produce i dati con cui è possibile procedere alla sua revisione.

Quale principio deve seguire, secondo lei, una deroga?

Bisogna innanzitutto definire cosa significa che “non esistono alternative”, altrimenti quella formula vuol dire semplicemente “non esiste un sostituto identico allo stesso prezzo”. Il test va fatto sulla funzione, non sul materiale. E qui sta la richiesta più delicata: io credo che la deroga debba essere per uso, non per classe di sostanze. Escludere in blocco i fluoropolimeri non è una deroga, è riscrivere il perimetro, e toglie proprio quella valutazione caso per caso che rende la misura difendibile in giudizio.

Tutto questo conviene anche alle imprese?

Sì, e questa è una cosa che di solito non si dice. Il concetto di “uso essenziale” oggi vive in una comunicazione della Commissione del 2024, che è soft law, e la revisione del REACH che doveva renderlo vincolante è ferma. Così nessuno ha la certezza del diritto. Una deroga con una data e delle condizioni si può finanziare. Una deroga “finché non arriveranno le alternative” no.

 

In copertina: Paola Ficco