Il 17 giugno è la data in cui si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, promossa dalla Convenzione delle Nazioni unite contro la desertificazione. Era il 1977 quando a Nairobi si tenne la prima Conferenza delle Nazioni Unite sulla desertificazione: una questione che iniziava a emergere sul piano internazionale per le ripetute siccità che si stavano manifestando nella regione saheliana e che stavano causando gravi carestie. Solo nel 1992, a Rio de Janeiro, si decise di istituire una convenzione per combattere il fenomeno, soprattutto in quei paesi che soffrivano di gravi siccità. Così la Convenzione entrò in vigore nel 1996, prevedendo, tra le altre cose, la predisposizione di Piani di azione nazionale (PAN) per orientare una adeguata allocazione di risorse a contrasto del fenomeno.

Nei decenni a seguire, il processo di desertificazione si è intensificato, è diventato un problema globale e poco è stato fatto nella direzione necessaria per frenarlo. Stando alle indicazioni fornite dall’UNCDD al 2022, fino al 40% del territorio del pianeta è degradato, colpendo direttamente metà della popolazione globale e minacciando circa metà del PIL (44 trilioni di dollari). Se l’impatto delle attività umane e dei cambiamenti climatici continuassero con il trend attuale fino al 2050, le Nazioni Unite prevedono che il degrado aumenti di un’area grande quasi quanto il Sud America.

La UNCCD definisce ciò che è e ciò che non è la desertificazione: non è l’espansione naturale dei deserti esistenti. La desertificazione è il degrado del territorio in aree aride, semiaride e subumide secche a causa delle attività umane e delle variazioni climatiche, come siccità prolungate e inondazioni. Si tratta di un processo graduale di diminuzione delle sostanze organiche e nutritive, quindi perdita di produttività del suolo e riduzione a lungo termine della quantità e diversità della copertura vegetale. Il fatto più allarmante si trova nella scala temporale: lo strato superiore del suolo, se maltrattato, può essere spazzato via in poche stagioni, ma ci vogliono secoli per ricostruirlo.

Se da una parte la desertificazione può essere riconosciuta come un problema sito-specifico, per cui a farne i conti direttamente sono gli agricoltori e le popolazioni locali, dall’altra è intrinsecamente globale: le ricadute sulle perdite agricole si riverberano su tutto il mercato agroalimentare e sui prezzi dei prodotti. Politiche di mitigazione e adattamento devono quindi essere adottate per attenuare il rischio di desertificazione, dando priorità a misure di gestione sostenibile dell’acqua, pratiche agricole rigenerative e resilienza alle condizioni estreme. Oggi non è una questione di scelta, ma una necessità.

La situazione in Europa

Prendiamo il caso dell’Europa. In materia di preservazione del suolo, la Commissione europea ha adottato nel novembre 2021 – dopo quindici anni dalla prima proposta ‒ una strategia per il suolo al 2030 come parte della strategia UE per la biodiversità, e, nel 2023, ha presentato una proposta di direttiva sul monitoraggio e la resilienza del suolo come parte del pacchetto legislativo della strategia Dal produttore al consumatore.

Tra gli obiettivi di medio termine delle strategie, da raggiungere entro il 2030, ci sarebbe quello di combattere la desertificazione, ripristinare le terre degradate, raggiungere l’obiettivo di un assorbimento netto dei gas a effetto serra pari a 310 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno per il settore dell'uso del suolo. A oggi le due strategie sono rimaste degli orientamenti politici e, di fatto, non esiste ancora una legislazione specifica sul tema suolo. I briefing tenutisi a maggio 2024 sulla "legislazione dell'UE in corso" hanno rilevato che “sono state sollevate preoccupazioni sugli indicatori scelti per descrivere e valutare la salute del suolo, le disposizioni sull'occupazione del suolo, la mancanza di una tabella di marcia, di piani e obiettivi intermedi per raggiungere l'obiettivo generale del 2050, l'applicazione del principio “chi inquina paga” e i finanziamenti disponibili per sostenere i proprietari e i gestori dei terreni.”

Inoltre, nel febbraio 2024 la Commissione ha ritirato la proposta di revisione della direttiva sull'utilizzo sostenibile dei pesticidi, respinta dal Parlamento qualche mese prima, che avrebbe dovuto promuovere un utilizzo ridotto dei prodotti fitosanitari e maggiori soluzioni alternative per proteggere i raccolti dai parassiti. Un quadro non confortante di fronte al continuo intensificarsi del fenomeno di desertificazione per i cambiamenti climatici e gli usi inappropriati del suolo (impermeabilizzazione, contaminazione, compattazione, salinizzazione…).

Il progetto Life Desert Adapt

Di fronte a questo quadro si innestano azioni virtuose di chi vuole proporre misure di protezione dei suoli. Il progetto Life Desert Adapt, per esempio, si è concentrato sulle misure di adattamento volte a ribaltare le attuali tendenze alla desertificazione e a costruire comunità locali più resilienti al clima. L’obiettivo principale è stato quello di documentare strategie e tecnologie innovative in grado di migliorare sia la qualità e la conservazione del suolo che il supporto allo sviluppo vegetale in aree, private e pubbliche, localizzate in zone del Mediterranee a rischio desertificazione.

Sono stati individuati 9 siti pilota soggetti a desertificazione tra Sicilia (Italia), Extremadura (Spagna) ed Alentejo (Portogallo). I piani di gestione del territorio prevedevano l’uso di pratiche agricole sostenibili, tra cui l’agroecologia, e di nature based solutions, così da favorire l’aumento della biomassa vegetale e della sostanza organica del suolo, il sequestro di CO₂ e la protezione dall’erosione. “In alcuni terreni abbiamo favorito la diversità delle specie e delle varietà piantando campi multivarietali per differenziare la produzione, ma anche per sfruttare le capacità di adattamento di ciascuna varietà. Se va male il raccolto per una varietà più sensibile c’è la possibilità che l'altra produca”, spiega a Materia Rinnovabile Paola Quatrini, professoressa associata di microbiologia all'università di Palermo e field implementation partner del progetto LIfeDesertAdapt.

“Abbiamo sperimentato diversi metodi per apportare sostanza organica al terreno con letame, compost, sovesci: ogni azienda ha trovato la soluzione meno costosa e più disponibile. Abbiamo utilizzato la pacciamatura con il cippato derivato dalla potatura per proteggere il suolo in attesa che crescano alberi e arbusti. A Lampedusa abbiamo usato anche sacchi di iuta di scarto per mantenere l'umidità intorno agli alberi di mandorlo dei nuovi impianti. Inoltre, per coprire il suolo oltre agli inerbimenti seminati, abbiamo verificato che si possono valorizzare le cosiddette infestanti per mantenere la copertura del suolo evitando l'erosione e favorendo l'infiltrazione dell'acqua piovana. Sempre a Lampedusa, un inerbimento spontaneo si è rivelato molto più rigoglioso rispetto all’inerbimento seminato, comportando di fatto anche un risparmio economico. Sulle infestanti alcuni nostri partner agricoltori hanno giocato le loro carte migliori trasformando le specie solitamente eliminate dall'arboreto in specie produttive: ad esempio producendo, nell'interfila del ficodindieto, more e asparagi selvatici.”

Nei 5 anni di progetto Life Desert Adapt si sono raggiunti risultati incoraggianti. Sono stati piantati 93.391 tra alberi e arbusti di 132 specie; aree di intervento hanno visto la riduzione di una classe ESA (Environmentally Sensitive Area to Desertification); la capacità di ritenzione idrica dei suoli è aumentata del 2-3%; si è ridotta del 34-66% l’erosione; è aumentata del 52-67% la presenza di carbonio e del 53-77% la presenza di azoto; è aumentata del 36-47% la capacità di ritenzione dei nutrienti; +30% specie di uccelli; +29% taxa della microfauna del suolo; +2% indice di diversità (Shannon) delle api. Con questo progetto si è quindi dimostrato come il recupero dei terreni degradati attraverso pratiche agricole rigenerative e agroecologiche porta resilienza ai territori, aumenta la biodiversità e la sicurezza alimentare e aumenta i redditi.

“I vantaggi ambientali non sono disgiunti da quelli economici”, conclude Paola Quatrini. “Abbiamo verificato che aziende con maggiore diversità delle piante, con più diversità di fioritura, mostravano maggiore diversità di insetti e maggiore presenza di pronubi e di uccelli rispetto a quelle meno complesse. Gli ecosistemi complessi sono più resilienti, quelli semplici più fragili. Così intraprendendo un’azione collettiva, basata su pratiche agricole sostenibili e agroecologiche, possiamo lavorare per mitigare gli impatti negativi di siccità e desertificazione.”

 

Immagine di copertina: Envato

 

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