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La Commissione europea ha proposto di mettere all'asta 250 milioni di quote aggiuntive del sistema di scambio delle emissioni (EU ETS) tra il 2031 e il 2040, utilizzandone i proventi per acquistare servizi permanenti di rimozione dell'anidride carbonica (CDR). L'obiettivo è procurarsi fino a 250 milioni di tonnellate di CO₂ rimosse e certificate secondo il quadro normativo europeo (CRCF). Si tratterebbe della più grande spinta della domanda che il mercato della rimozione del carbonio abbia mai visto. Tuttavia, il grande annuncio nasconde tre domande fondamentali: chi ne beneficerà davvero? Chi rimarrà escluso? I ricavi delle aste saranno sufficienti a coprire i costi?
La proposta iniziale limita l'accesso ai soli impianti BioCCS (cattura e stoccaggio di CO₂ da biomasse) e DACCS (cattura diretta dell'aria con stoccaggio). Sebbene entrambe le tecnologie siano incluse, difficilmente gareggeranno ad armi pari.
La tecnologia DACCS estrae la CO₂ direttamente dall'aria, ma resta un processo ad altissimo consumo energetico e molto costoso. La BioCCS, invece, cattura la CO₂ di origine biologica dai processi industriali ed energetici, dove le emissioni sono molto più concentrate. Se l'UE sceglierà di comprare le tonnellate al prezzo più basso, la BioCCS finirà per dominare la scena.
I principali beneficiari potrebbero quindi essere i settori industriali che già producono CO₂ biologica: biometano e biogas; bioetanolo e processi di fermentazione; cartiere e industria della carta; energia da biomasse; termovalorizzatori (energia dai rifiuti).
Il settore del biometano è particolarmente interessante. Quando il biogas viene raffinato in metano rinnovabile, la CO₂ viene già separata. Invece di rilasciarla nell'atmosfera, gli impianti potrebbero catturarla e stoccarla per sempre. Un impianto di biometano otterrebbe così due fonti di reddito: la vendita del gas rinnovabile e quella dei crediti di rimozione della CO₂.
Anche il bioetanolo e i processi di fermentazione offrono un'ottima opportunità, generano infatti flussi di CO₂ biogenica molto pura. Tuttavia, i veri vincitori potrebbero essere le aziende che trasportano e stoccano il carbonio. L'Europa avrà bisogno di oleodotti e gasdotti dedicati, impianti di liquefazione, porti, navi specializzate, pozzi di iniezione e siti di stoccaggio geologico profondo. L'accesso a queste infrastrutture deciderà chi potrà partecipare: un impianto vicino a un "hub" di CO₂ avrà un vantaggio enorme rispetto a uno identico situato a centinaia di chilometri di distanza. Il mercato europeo della rimozione della CO₂ rischia quindi di svilupparsi attorno a pochi distretti industriali selezionati, anziché essere un mercato diffuso e capillare.
L'esclusione iniziale del biochar (il carbone vegetale ottenuto da scarti agricoli o forestali) rappresenta una delle principali debolezze della proposta della Commissione europea. Il biochar è uno dei pochi metodi di rimozione a lungo termine che permetterebbe ad agricoltori e imprese rurali di partecipare direttamente.
Gli scarti agricoli possono essere trasformati tramite pirolisi (combustione ad alta temperatura senza ossigeno) in un carbonio stabile, da sotterrare nei campi o incorporare in altri materiali. A differenza della BioCCS, il biochar non richiede grandi tubature, porti o pozzi sotterranei.
Escluderlo significa plasmare l'architettura stessa del mercato. Con la proposta attuale, gli agricoltori rischiano di limitarsi a fornire le materie prime alle industrie, senza gestire la parte più redditizia della filiera: trasformazione, certificazione, trasporto e vendita dei crediti. L'agricoltura diventerebbe un semplice fornitore di scarti anziché un protagonista.
Questo potrebbe penalizzare soprattutto le regioni agricole del Sud e dell'Est Europa, che dispongono di risorse di biomassa ma hanno attualmente scarso accesso alle infrastrutture di trasporto e stoccaggio geologico della CO₂.
Le preoccupazioni della Commissione sulla stabilità nel tempo del biochar sono legittime: la quantità di carbonio che resta bloccata nel terreno dipende dalle materie prime e dai processi usati. Tuttavia, queste incertezze si potrebbero gestire con criteri di calcolo prudenti e standard rigorosi, certificando solo la frazione di carbonio effettivamente stabile. Escluderlo del tutto rischia di creare un mercato su misura per i colossi industriali, lasciando a bocca asciutta il mondo agricolo e rurale.
Il secondo problema è di natura finanziaria. Mettere all'asta una quota di emissioni non garantisce incassi sufficienti a comprare una tonnellata di rimozione permanente. Le stime di spesa della Commissione ipotizzano un costo medio di acquisto compreso tra circa 143 e 222 euro per tonnellata tra BioCCS e DACCS. Si tratta di una media: alcune fonti molto concentrate (come il biometano) potrebbero costare meno, mentre impianti piccoli, emissioni diluite o progetti lontani dalle infrastrutture costeranno molto di più.
Il punto è chiaro: se il prezzo delle quote ETS non salirà fino a pareggiare il costo della rimozione permanente, i proventi delle aste non basteranno. L'esempio numerico: se una quota ETS venisse venduta a 100 euro e il costo medio per rimuovere una tonnellata di CO₂ fosse di 150 euro, si creerebbe un buco di 50 euro a tonnellata. Su 250 milioni di tonnellate, la voragine finanziaria sarebbe di 12,5 miliardi di euro.
La riserva prevista di 10 milioni di quote aggiuntive coprirebbe solo una minima parte di un simile disavanzo. In pratica, la Commissione sta scommettendo sul fatto che il prezzo delle quote ETS aumenterà mentre i costi di rimozione scenderanno. Per colmare questo divario potrebbero quindi servire ulteriori strumenti, come il Fondo per l'innovazione (Innovation Fund), i sussidi nazionali e i contratti per differenza sul carbonio (Carbon Contracts for Difference).
Francesco Gagliano, cofondatore di Rete italiana rimozione carbonio (RIRC), la rete nazionale italiana per la CDR, ritiene che le stime non trovino riscontro nei fatti: "La Commissione europea presuppone che i costi scenderanno abbastanza velocemente da colmare il divario", spiega. "Ma gli esperti del settore hanno confrontato le proiezioni di costo della Commissione con la realtà, e i numeri risultano datati e inaffidabili. In Europa la tecnologia BioCCS viaggia ancora tra i 300 e i 400 euro a tonnellata senza sussidi, e ci sono ben poche ragioni per credere che le stime per il periodo 2035-2040 scendano ai livelli previsti dalla loro valutazione d'impatto. Per quanto riguarda il biochar, la Commissione ipotizza costi fino a soli 37 euro a tonnellata entro il 2040, una minima frazione dei 150-250 euro che servono oggi ai produttori europei. Un simile vantaggio di costo rischiava di distorcere il mercato, ed è forse un'altra delle ragioni per cui è stato lasciato fuori."
Se però i prezzi non dovessero convergere, l'Europa si troverà davanti a tre strade: inserire molti più fondi pubblici; acquistare meno di 250 milioni di tonnellate; comprare solo la BioCCS più economica.
Questa terza opzione finirebbe per concentrare ulteriormente il mercato attorno ai grandi impianti industriali già collegati ai siti di stoccaggio. La DACCS rimarrebbe fuori dai giochi per i costi troppo alti, mentre il biochar e le soluzioni agricole resterebbero del tutto escluse.
La proposta ha un potenziale rivoluzionario, ma 250 milioni di quote non dovrebbero ancora essere descritte come un ordine garantito per 250 milioni di tonnellate di CO₂ rimosse. Il volume finale dipenderà infatti dalle future normative, dalle regole di acquisto, dalla disponibilità dei progetti, dalle infrastrutture e dai fondi effettivi.
Su questo punto, la Rete italiana rimozione carbonio evidenzia un altro aspetto cruciale: "Qualunque cosa dicano le regole finali, qualcuno deve pur costruire gli impianti", sottolinea Gagliano. "L'Europa è in tabella di marcia per rimuovere pochi milioni di tonnellate all'anno entro il 2030, mentre la proposta ipotizza di arrivare a rimuoverne quasi cinquanta all'anno entro il 2040. Spetta ai singoli stati membri colmare questo divario, perché è sui territori che ci sono i progetti, le biomasse, i permessi e i siti di stoccaggio. La volontà politica dei singoli paesi fa davvero la differenza e non è solo un compito di Bruxelles: il meccanismo europeo inizierà ad acquistare gradualmente solo dal 2031, quindi la capacità industriale va finanziata e realizzata molto prima, per poi farla crescere durante tutto il decennio. Ecco perché le reti nazionali sulla CDR sono fondamentali ed è per questo che abbiamo dato vita alla RIRC."
La proposta segna comunque un cambio di passo storico. La rimozione permanente della CO₂ sta uscendo dalla sfera dei contributi volontari delle aziende per entrare nel cuore del mercato europeo della compensazione delle emissioni.
L'Europa deve però decidere che tipo di mercato vuole costruire: un sistema chiuso e ristretto, progettato unicamente per comprare le rimozioni industriali più economiche; oppure un ecosistema diversificato che includa anche la DACCS, il biochar, gli agricoltori e le regioni prive di accessi diretti allo stoccaggio sotterraneo.
Per raggiungere questi obiettivi potrebbero servire finestre di acquisto distinte, tetti di prezzo differenziati e sostegni mirati per quelle tecnologie che non possono competere direttamente con i progetti BioCCS più economici.
La cifra di 250 milioni di tonnellate fa notizia, ma saranno le regole d'accesso, le infrastrutture e la copertura finanziaria a determinare quanta anidride carbonica verrà davvero rimossa e chi ne trarrà effettivo beneficio.
In copertina: skyline di Bruxelles, foto Envato
