
“L’Europa sta rimanendo indietro rispetto a Stati Uniti e Cina mentre i prezzi dell’energia continuano a salire. Una delle ragioni sono le politiche climatiche, con l’Emission Trading System (ETS) come uno dei principali fattori legati alle normative.” Si apre così il report In search of the optimal climate policy pubblicato dal Warsaw Enterprise Institute a inizio di giugno 2026. Un report che prefigura conseguenze pesanti a causa dell’ETS, il sistema europeo che impone alle aziende di pagare per le emissioni di gas serra climalteranti, che è stato lanciato nel 2005 e che, secondo la Commissione Europea, ha contribuito a ridurre le emissioni dell’Unione di quasi il 50%.
Oggi la Commissione sta portando avanti una revisione dell’ETS: per questo motivo, la voce della lobby dell’industria europea in questi mesi si è alzata per chiedere di rivedere il sistema al ribasso. Alcuni paesi, tra cui l’Italia, ne hanno chiesto la sospensione.
Secondo il report del Warsaw Enterprise Institute, a causa dell’ETS in Polonia “i costi per il riscaldamento potrebbero salire anche del 31-41%, e i costi dei trasporti di circa il 25%”. La soluzione alternativa? Deregolamentare, e lasciare che sia il mercato a guidare la decarbonizzazione. Ma cosa c’è dietro alle organizzazioni che in Europa stanno portando avanti questa spinta alla deregolamentazione, in nome di un “ambientalismo di libero mercato”? Ancora una volta, una rete che porta ai produttori di combustibili fossili.
La rete del negazionismo
Il Warsaw Enterprise Institute (WEI) è una fondazione polacca nata nel 2014 per diffondere i valori libertarian della libertà economica e della proprietà privata. Ha condotto progetti e analisi sui danni economici dovuti al lockdown, di critica a leggi “proibizioniste” su alcol e tabacco, ma anche in opposizione alla spesa pubblica per l’ambiente. Negli ultimi anni, le attività della fondazione sono cresciute: dal 2020 al 2024 le sue entrate sono più che raddoppiate, come pure il personale. Nel 2024, il WEI ha ricevuto poco meno di 1 milione e mezzo di złoty (330.000 euro) da donazioni di enti privati, circa metà del suo reddito.
Se la provenienza di questi fondi non è esplicita, basta allargare lo sguardo alla rete di organizzazioni con cui il WEI collabora per collocare la fondazione nella grande galassia dei think tank che dagli Stati Uniti convogliano i fondi dell’industria fossile per influenzare il dibattito sul clima. Fa parte infatti dell’Atlas Network, che finanzia e sostiene centinaia di organizzazioni neoliberiste in tutto il mondo. Secondo DeSmog, “molti dei think tank membri dell’Atlas Network hanno sostenuto il negazionismo climatico e hanno fatto campagne contro le normative per limitare le emissioni di gas serra”. Atlas Network ha ricevuto milioni di dollari dal settore petrolifero, per esempio da Exxon Mobil e dalle fondazioni dei petrolieri Koch.
Non è un caso isolato. Uno dei progetti del Warsaw Enterprise Institute è organizzato in collaborazione con la Foreign Policy Foundation, che riceve fondi dall’American Petroleum Institute (la maggiore associazione di categoria statunitense dell’industria fossile). Inoltre, il WEI è partner di The Heritage Foundation, un think tank conservatore con grande influenza sulla politica statunitense, che ha attaccato le norme ambientali e ha organizzato il controverso “Project 2025” alla base delle politiche del secondo mandato di Donald Trump. Uno dei capisaldi: bloccare l’avanzamento delle rinnovabili negli Stati Uniti. The Heritage Foundation è finanziata dal settore fossile, a partire dalle fondazioni dei fratelli Koch e dalla Scaife Foundation. Il Warsaw Enterprise Institute non ha risposto alle nostre richieste di intervista.
Cassa di risonanza europea
Le attività del Warsaw Enterprise Institute – come quelle di altri partner europei dell’Atlas Network, tra cui l’italiano Istituto Bruno Leoni – fanno da cassa di risonanza per i climate delayers statunitensi, che oggi remano contro le normative ambientali appellandosi alla competitività del settore industriale. Oppure, sostenendo che il modo più efficiente di stimolare la decarbonizzazione sia tagliare le tasse, come fa il report sull’Emission Trading System del think tank polacco. La proposta ricalca quelle di un altro think tank statunitense legato agli ambienti del negazionismo climatico, che è anche tra le firme del report: la Climate & Freedom International Coalition.
Nel 2024, questa organizzazione ha pubblicato una proposta di “accordo climatico internazionale di libero mercato” che suggerisce di affrontare la crisi climatica rinunciando alle politiche climatiche nazionali e guardando ad altre soluzioni, tra cui tagli alle tasse per chi decarbonizza e la vendita del 50% dei terreni pubblici (“specialmente le foreste”, in modo da “dare forza ai progetti privati di conservazione, riforestazione e uso sostenibile delle risorse, raccogliendo migliaia di miliardi di dollari”). Le ricerche che proverebbero l’efficacia di queste strategie, però, ci riportano al mondo fossile: tra le fonti spuntano ancora The Heritage Foundation e altre organizzazioni legate all’oil&gas come il Cato Institute e C3 Solutions.
A firmare il report ETS è Rod Richardson, cofondatore della Climate & Freedom Coalition e anche presidente di una fondazione statunitense, il Grace Richardson Fund. Tra le organizzazioni che ricevono finanziamenti dalla fondazione della famiglia Richardson ci sono altri nomi noti nella galassia del negazionismo climatico: la Reason Foundation e Students For Liberty. Nel 2016, il vicepresidente della Reason Foundation ha criticato il raggiungimento dell’Accordo di Parigi dicendo che avrebbe “fatto più male che bene”.
Perché la Polonia?
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la Polonia è diventata un mercato importante per l’esportazione di combustibili fossili statunitensi: dopo aver interrotto le importazioni dalla Russia, le sue importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti sono cresciute velocemente. Non è il caso di rischiare che questo mercato si riduca. A febbraio 2026, al The Nations First Forum – un evento organizzato dal Warsaw Enterprise Institute in collaborazione con la Heritage Foundation – lo si è detto quasi esplicitamente: durante la conferenza, si è parlato di instabilità geopolitica e dell’importanza di mantenere la relazione tra Stati Uniti e Polonia per l’energia. Ma nominando solo due fonti: il gas e l’energia nucleare.
Che gli interessi delle aziende petrolifere statunitensi in Europa possano avere degli impatti diretti sulle politiche dell’Unione lo suggerisce la rete di contatti politici che hanno think tank come il Warsaw Enterprise Institute. Proprio il Nations First Forum veniva organizzato dal think tank polacco assieme a New Direction, la fondazione del Gruppo dei conservatori e riformisti al Parlamento europeo (di cui fa parte anche Fratelli d’Italia). Le loro analisi vengono presentate nel cuore delle istituzioni europee: nell’ottobre 2024, il WEI ha organizzato un evento al Parlamento europeo a cui hanno partecipato europarlamentari polacchi del partito di destra radicale nazionalista Diritto e Giustizia.
Figure chiave del Warsaw Enterprise Institute hanno anche ruoli attivi a Bruxelles, come Marcin Nowacki, membro del board del WEI e a capo della lobby European Enterprise Alliance. Nowacki è presidente della sezione trasporti ed energia dello European Economic and Social Committee (EESC), un comitato che porta le voci di imprenditori, lavoratori e società civile davanti alle istituzioni europee. Marcin Nowacki però è anche un collaboratore di lungo corso di Atlas Network e altri think tank finanziati dall’industria fossile (come Americans for Tax Reform e Leadership Institute), e nel 2022 è stato premiato con lo Steven M. Sass Economic Freedom Award dalla Heritage Foundation. Marcin Nowacki non ha risposto alle nostre richieste di intervista.
La rete delle organizzazioni e dei think tank finanziati dai soldi dell’industria fossile è più forte che mai in Europa. Una fabbrica instancabile di analisi, eventi e narrative che si adattano velocemente all’evoluzione del dibattito: oggi, con le preoccupazioni sulla sicurezza energetica in Europa legate alle guerra in Ucraina e in Iran, le politiche ambientali sono diventate un ostacolo da contrapporre alla competitività industriale, un orpello che fa salire il costo dell’energia (nonostante siano molte le analisi che dimostrano che puntare sulle rinnovabili e sulla decarbonizzazione lo farebbe diminuire).
Alla rosa delle tecniche del negazionismo climatico, la rete dei think tank libertarian aggiunge uno strumento: quello di presentarsi come “capitalisti verdi”, chiedendo intanto tagli alle tasse (e quindi anche alle risorse che potrebbero essere usate per rendere la transizione energetica giusta ed equa), e poi sperando che la mano libera del mercato faccia il resto.
In copertina: foto di Beata Zawrzel/NurPhoto/Shutterstock, Agenzia IPA
