Quando la sabbia “entra” in un grattacielo, muore. Quando resta in un delta o su una spiaggia, tiene in vita ecosistemi, economie locali e comunità costiere. In questa tensione tra “sabbia morta” e “sabbia viva” si gioca una delle partite più sottovalutate della transizione ecologica: come governare un materiale che consumiamo a un ritmo di 50 miliardi di tonnellate l’anno, più di qualsiasi minerale critico, senza erodere le basi naturali su cui poggiano le nostre società.

Il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), Sand and Sustainability: An Essential Resource for Nature and Development, presentato a Ginevra il 12 maggio 2026, mette nero su bianco la portata del problema. La domanda di sabbia per le costruzioni è destinata ad aumentare fino al 45% entro il 2060, in un mercato che nel 2024 valeva 569,4 miliardi di dollari e cresce di circa il 3% l’anno, trainato da urbanizzazione, infrastrutture e dagli stessi interventi di adattamento e mitigazione climatica.

Allo stesso tempo, la sabbia è un elemento essenziale della nostra resilienza climatica. “Viene talvolta definita l'eroina sconosciuta dello sviluppo, ma il suo ruolo essenziale nel sostenere i servizi naturali da cui dipendiamo è ancora più sottovalutato”, ha dichiarato Pascal Peduzzi, direttore del Global Resource Information Database di UNEP/GRID‑Geneva. “La sabbia è la nostra prima linea di difesa contro l'innalzamento del livello del mare, le mareggiate e la salinizzazione delle falde acquifere costiere: tutti pericoli aggravati dai cambiamenti climatici.”

Sand gap, superati i limiti della rigenerazione

La sabbia è ovunque nella nostra economia, eppure continua a essere politicamente invisibile. Per decenni sabbia, ghiaia, rocce frantumate e aggregati sono stati considerati materiali scontati, e soprattutto “inerti” per definizione. Eppure, sono i materiali solidi più consumati al mondo: componenti essenziali del calcestruzzo e di gran parte dei materiali da costruzione contemporanei, hanno sostenuto l’espansione di città e grandi opere, soprattutto tra il 2000 e il 2020, quando la domanda globale è triplicata spinta da crescita demografica, urbanizzazione e sviluppo economico. Da allora i consumi si sono stabilizzati, anche se il rapporto UNEP prevede una nuova ondata di domanda, alimentata anche dalle infrastrutture necessarie per la transizione energetica.

È qui che si manifesta il potenziale ampliamento del cosiddetto “sand gap”: il divario tra i tempi geologici necessari alla natura per generare sabbia – centinaia di migliaia di anni di erosione – e la velocità con cui la estraiamo. La sabbia che entra in calcestruzzo, asfalto o vetro diventa “morta”, sottratta ai cicli naturali e, di fatto, irrecuperabile su scale temporali umane. Quella che resta in fiumi, delta e zone costiere è “viva”: sostiene la stabilità del paesaggio, filtra e regola l’acqua, protegge le coste da erosione e mareggiate, mantiene habitat da cui dipendono pesci, tartarughe, uccelli, granchi e una miriade di altre specie, con ricadute dirette su turismo, pesca, sicurezza alimentare e idrica. Ma i due usi sono in competizione diretta.

“La sabbia non è solo un pilastro delle nostre società ed economie, ma anche una componente fondamentale del tessuto stesso degli ecosistemi su cui si fondano le nostre società ed economie, in molti casi letteralmente”, ha commentato Richard Lee, responsabile globale della comunicazione di Wetlands International. “La sabbia contribuisce a plasmare la struttura di fiumi, pianure alluvionali, spiagge e delta, sostenendo il terreno su cui poggiano le case, i campi e i piedi di centinaia di milioni di persone.”

Inoltre, mentre l’attenzione politica si concentra sulle materie prime critiche per la transizione energetica, il rapporto ricorda che le quantità di sabbia estratte superano di gran lunga quelle dei minerali critici: 50 miliardi di tonnellate all’anno contro 30 milioni di tonnellate attesi al 2030 in uno scenario a emissioni nette zero. Persino le infrastrutture rinnovabili che dovrebbero ridurre le emissioni − per esempio i parchi eolici − si reggono per circa il 70% del loro volume proprio su sabbia e ghiaia.

Mare e biodiversità

La dimensione marittima è uno dei punti più sensibili. I dati della piattaforma Marine Sand Watch mostrano che circa metà delle imprese di dragaggio opera all’interno di aree marine protette, da cui proviene il 15% dei volumi complessivi dragati. È un cortocircuito evidente: gli strumenti di protezione formale non bastano se non sono accompagnati da valutazioni di impatto robuste, processi decisionali trasparenti e monitoraggio di lungo periodo. Il rischio è che le aree marine protette restino tali solo sulla carta e diventino, in pratica, nuove zone di estrazione, con una perdita di credibilità delle politiche di tutela e una maggiore vulnerabilità di ecosistemi già stressati dal cambiamento climatico.

In questo quadro, la sabbia gioca un ruolo chiave anche rispetto agli obiettivi del Kunming–Montreal Global Biodiversity Framework, che punta a conservare e gestire il 30% di terre, acque interne e mari. Lasciare la sabbia resta cioè una condizione per mantenere fiumi non incisi dall’escavazione, delta che continuano a ricevere sedimenti, litorali che conservano le proprie spiagge. Se la sabbia continua a essere trattata come semplice materia prima da cava, la distanza tra target sulla biodiversità e realtà sul terreno è destinata ad allargarsi.

Le raccomandazioni dell’UNEP

Il rapporto insiste sulla necessità di riconoscere la sabbia come bene strategico, non solo per l’edilizia ma anche come infrastruttura naturale che sostiene biodiversità, sicurezza alimentare e idrica, stabilità idrogeologica e adattamento climatico. Questo implica coordinare la governance tra settori e livelli di governo, integrare sistematicamente le considerazioni sulla biodiversità in norme e piani, e soprattutto migliorare dati, mappature e monitoraggio. Senza informazioni accurate su volumi estratti, localizzazione delle attività, valore ecologico delle aree interessate e impatti cumulativi, permessi, autorizzazioni e flussi finanziari continueranno a muoversi alla cieca, privilegiando soluzioni di breve periodo.

Per colmare questo vuoto, UNEP mette a disposizione una vera e propria cassetta degli attrezzi: dalla piattaforma Marine Sand Watch al Sand and Sustainability online tool, fino a una metodologia di valutazione dell’uso nazionale della sabbia e a un nuovo strumento di assessment per supportare piani di gestione sostenibile a livello locale, nazionale e regionale. Il rapporto, scritto da 27 esperti, si chiude con misure di policy concrete e invita i paesi a sviluppare road map nazionali e settoriali per una gestione responsabile della sabbia, inserendo il tema nelle politiche su infrastrutture, pianificazione, adattamento e tutela della natura.

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In copertina: immagine Envato