Le Alpi stanno vivendo una stagione drammatica: da inizio anno, più di venti persone sono morte sul versante italiano, travolte da valanghe in condizioni di instabilità elevata del manto nevoso. Vittime in Val Veny, sopra Courmayeur, in Trentino e in Alto Adige, in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia, oltre alle vittime in Austria e in Ticino. Da giorni i bollettini segnalano pericoli elevati per i rilevanti accumuli di neve fresca e i depositi da vento: avvisi spesso ignorati. Molte tra le vittime erano appassionate e ben equipaggiate, ma la montagna non perdona quando il pericolo valanghe è marcato o forte.

Le valanghe non sono un fenomeno raro né imprevedibile e fanno parte delle dinamiche delle montagne e dei pericoli naturali presenti. Si generano quando il manto nevoso perde equilibrio e scivola lungo un pendio, liberando in pochi secondi una quantità di energia enorme. Abbondanti nevicate, vento, rialzi termici, cicli di gelo e disgelo oppure il passaggio di una persona o di un animale possono essere le cause dei distacchi. Nel 95% degli incidenti la causa è direttamente riconducibile alle azioni dei travolti o di terzi presenti in loco. Solo il 5% degli incidenti è causato da valanghe che si sono distaccate per cause naturali.

“Le montagne sono fragili e vi è bisogno di una attenta riflessione sull'accesso e sulla fruizione al tempo del cambiamento climatico”, ci spiega Marco Bussone, presidente nazionale dell’Unione nazionale di comuni, comunità ed enti montani (UNCEM). “Con il permafrost che si fonde e i distacchi di roccia che sono sempre più frequenti, non basta raccomandare prudenza quando si fanno escursioni sotto i saracchi. Occorre ragionare sulle regole, se le regole che ci sono siano o meno adeguate.”

Ma la stabilità del manto nevoso è un sistema complesso perché è collegato a variabili che cambiano rapidamente: temperatura, umidità, densità degli strati, esposizione al sole, morfologia del terreno. È per questo che, anche quando si è esperti e ben equipaggiati, il rischio non può mai essere azzerato. Il cambiamento climatico ha reso questi equilibri ancora più precari: le nevicate intense concentrate in poche ore, le temperature che subiscono variazioni repentine, i venti forti che ridistribuiscono la neve creano accumuli instabili difficili da prevedere con i soli metodi tradizionali. La maggior parte delle valanghe si distacca in montagna senza essere notata. Soprattutto per la sicurezza delle vie di comunicazione sarebbe tuttavia importante sapere dove e quando esattamente si è verificato un evento, in modo che le autorità possano sgomberare in modo efficiente il tratto interessato e quindi riaprirlo al traffico. 

Oggi per capire cosa accade in montagna oltre, al sapere tradizionale, serve la tecnologia. Occhi e orecchi elettronici che osservano i versanti, sensori che misurano di continuo la stabilità del manto nevoso, modelli predittivi che simulano scenari critici, sistemi di allerta integrati che supportano le misurazioni e le previsioni. Un vero e proprio sistema che monitora giorno e notte come si muove la neve e che è in grado di offrire un valido supporto a chi deve prendere decisioni in poco tempo. Tra le tecnologie usate figurato i sensori IoT, che misurano pressione della neve, vibrazioni e temperatura del manto: le stazioni meteo automatiche, che inviano dati in tempo reale anche in condizioni estreme; array di geofoni, che registrano le vibrazioni nel suolo o nell’aria prodotte dal movimento delle valanghe e possono attivare sistemi di allarme automatici (impianti semaforici); radar interferometrici, che rilevano micro‑movimenti dei versanti; LIDAR, che ricostruiscono il terreno in 3D e individuano deformazioni. Ma anche modelli predittivi, che integrano i dati e simulano possibili valanghe; distacchi controllati, con sistemi a gas o esplosivi per liberare i pendii in sicurezza; droni, che raggiungono aree non accessibili per controlli, misure e interventi; piattaforme di early warning, che coordinano i dati e supportano le decisioni operative; satelliti, che monitorano la copertura nevosa e i cambiamenti stagionali su larga scala.

E per l’informazione al pubblico? Ne abbiamo parlato con il geologo Igor Chiambretti, responsabile tecnico di AINEVA, l’Associazione interregionale di coordinamento e documentazione
per i problemi inerenti alla neve e alle valanghe.

Igor Chiambretti

Qual è il ruolo principale di AINEVA nella prevenzione del rischio valanghe e come si integra con i servizi nivometeorologici regionali?

AINEVA coordina i servizi nivometeorologici delle regioni e province delle Alpi italiane e dell’Appennino con il fine di raccogliere e omogeneizzare i dati provenienti da diverse reti di monitoraggio, così da produrre bollettini valanghe coerenti e comparabili. Lavoriamo a stretto contatto con le strutture regionali e provinciali, sviluppiamo e manteniamo le piattaforme e le banche dati informatiche che supportano le attività previsionali e forniamo linee guida tecniche, formazione professionale e supporto scientifico anche al Dipartimento nazionale di protezione civile di cui siamo Centro di competenza per la neve e le valanghe. L’obiettivo è uno solo: garantire informazioni affidabili e tempestive per ridurre il pericolo valanghe e il rischio connesso e migliorare la sicurezza di chi vive o frequenta la montagna.

Quali strumenti e tecnologie utilizzate per monitorare il manto nevoso e prevedere la stabilità della neve?

Oggi utilizziamo una combinazione di tecnologie tradizionali e avanzate. Le stazioni nivometeorologiche automatiche misurano di continuo altezza neve, temperatura, vento e precipitazioni. I nostri tecnici e la rete di osservatori eseguono profili stratigrafici e test di stabilità per valutare il manto nevoso e il pericolo valanghe. Usiamo modelli numerici per prevedere l’evoluzione della neve e, in alcune aree, anche sistemi di monitoraggio multistrumentali per monitorare accumuli e movimenti. Tutti questi dati vengono integrati in piattaforme condivise che ci permettono di avere un quadro aggiornato e preciso della situazione.

Come viene prodotto il bollettino valanghe e quali dati vengono analizzati?

Il bollettino nasce dall’unione di tre elementi: osservazioni sul campo, dati strumentali e modelli previsionali (meteorologici e nivologici). Ogni giorno analizziamo l’innevamento, la neve fresca, il vento, la temperatura e la stabilità del manto. Valutiamo inoltre i problemi valanghivi prevalenti, come neve fresca, neve ventata, strati deboli persistenti, neve bagnata e valanghe di slittamento. Tutte queste informazioni vengono sintetizzate in un livello di pericolo da 1 a 5, secondo la scala europea. Il bollettino viene aggiornato quotidianamente nel periodo invernale, generalmente entro le 17, e sulla mappa viene anche proposta la mosaicatura del pericolo con gli stati confinanti.

In che modo AINEVA comunica al pubblico le informazioni sul pericolo valanghe e quali piattaforme digitali utilizzate?

La comunicazione è fondamentale. Oltre ai bollettini pubblicati sui siti regionali e sul portale AINEVA, utilizziamo mappe interattive, grafici e aggiornamenti costanti. Collaboriamo con le ARPA, i Centri funzionali di protezione civile, con gli altri servizi di previsione valanghe nazionali (Carabinieri forestali e Comando truppe alpine) ed esteri, con i servizi meteo e con gli enti locali per diffondere le informazioni anche tramite social, newsletter e app dedicate. L’obiettivo è raggiungere escursionisti, sciatori, amministrazioni e operatori turistici con messaggi chiari e facilmente consultabili, soprattutto nei periodi di maggiore criticità.

Qual è il livello di pericolo valanghe in questi giorni di fine febbraio lungo il nostro arco alpino?

Dalle informazioni più recenti disponibili, la situazione è molto delicata su gran parte delle Alpi: il pericolo valanghe è attualmente forte o marcato su ampi tratti dell’arco alpino, soprattutto nelle zone occidentali, in quota e nelle aree interessate da recenti nevicate e vento forte. La probabilità di distacchi provocati (incidenti) è ancora rilevante, specie al di fuori degli ambiti controllati e su terreno aperto ed è necessaria una prudente scelta dell’itinerario e la messa in opera di soluzioni di gestione e minimizzazione del rischio a partire dall’uso dei dispositivi di protezione individuale (ARTVA, sonda e pala) per l’eventuale autosoccorso in valanga.

 

In copertina: immagine Envato