“Uno degli aspetti più rilevanti dell'intelligenza artificiale, che rimane ancora relativamente poco approfondito, è il suo impatto ambientale e le implicazioni in termini di giustizia che ne derivano.” Così esordisce l’ultimo report dello United Nations University Institute for Water, Environment and Health (UNU-INWEH), curato da Kaveh Madani, recentemente intervistato dalla nostra testata. I dati che emergono dal report, Environmental Cost of AI’s Energy Use: Carbon, Water and Land Footprints, sono impressionanti. Certo sapevamo che il settore aveva mostrato una ipercrescita preoccupante e in pochi si erano interessati agli impatti reali. Ora però le cifre sono analizzate ed elaborate da uno dei gruppi di lavoro più forti delle Nazioni Unite.
Partiamo dal dato economico: la spesa in infrastrutture per addestramento e calcolo supereranno nel 2026 i 2.500 miliardi di dollari. Un esborso che va soprattutto in energia. Se i data center, la spina dorsale fisica dell’AI, fossero una nazione, il loro consumo stimato di 448 terawattora (448 miliardi di kWh) nel 2025 li collocherebbe all’undicesimo posto a livello mondiale, all’incirca alla pari con la Francia. E per il 2040 si deve attendere una crescita ulteriore del 40%, arrivando a coprire il 3% di tutto il consumo globale dell’elettricità. Messo in metafora sono i consumi di 1,3 miliardi di esseri umani dell’africa subsahariana. Per cinque anni. Li vogliamo contare in emissioni di CO₂e? L’AI impatterebbe il clima tanto quanto le emissioni dell’intero Regno Unito nel 2025.
Ma non ci sono solo le emissioni di gas serra e i costi energetici. L’impatto sull’uso del suolo per l’infrastruttura informatica ed energetica necessaria supererebbe a fine decennio i 14,000 km², più o meno l'estensione dell'Irlanda del Nord. Dal punto di vista idrico, invece, i dati sono ancora più sconcertanti: 9.300 miliardi di litri d’acqua stimati come consumo dei data center. Una quantità sufficientie a soddisfare il fabbisogno di acqua potabile degli 8,1 miliardi di abitanti della Terra per circa un anno e mezzo. Altro che chiudere il rubinetto quando laviamo i denti. Certo, ci sono i sistemi di gestione circolare dei prelievi idrici, ma il rapporto ci avvisa che anche quando una parte dell'acqua prelevata viene reimmessa, “i prelievi su larga scala possono mettere a dura prova le falde acquifere e i sistemi fluviali, in particolare nelle regioni aride o in cui le falde acquifere sono ormai esaurite”.
Il problema non è però nella tecnologia, bensì nell’uso che ne facciamo. Se da un lato l’AI sarà fondamentale per gestire le reti idriche ed elettriche, l’innovazione in tantissimi campi (dal medicale al clean tech) e l’efficientamento dei processi industriali, dall’altro l’uso principale che si fa oggi di questi super cervelli informatici è decisamente triviale.
Si stima che ChatGPT da solo elabori circa 2,5 miliardi di richieste al giorno. Ipotizzando un consumo conservativo di 0,42 Wh per ogni richiesta di testo, ciò si traduce in circa 383 GWh di elettricità all'anno impiegata. L'impronta idrica annuale corrispondente sarebbe pari al fabbisogno idrico domestico minimo di circa 500.000 persone nell'Africa subsahariana, mentre l'impronta territoriale supera gli 800 campi da calcio. Il problema però è che la stragrande maggioranza delle persone chiede all’AI di riscrivere meglio una mail, di suggerire una ricetta per la cena, di spiegare chi era Giulio Cesare, o di consigliare come investire 500 euro in cryptovalute. O, peggio, la usa per sentire Grok proferire una serie di oscenità inenarrabili o generare immagini fake di nudi delle compagne di scuola.
Tutte cose che potremmo fare benissimo usando un motore di ricerca qualsiasi (escluse le oscenità di cui sopra, ovviamente). Secondo il report, una ricerca tradizionale consuma circa 0,3 Wh. Una ricerca generativa potenziata dall'intelligenza artificiale consuma fino a 3 Wh. Dieci volte tanto. Se l’AI agentica può decisamente migliorare i processi lavorativi (anche la redazione di Materia usa l’AI per la gestione commerciale, di reportistica o per le analisi di grosse matrici di dati), dall’altro l’AI generativa per immagini e video è spesso impiegata da social influencer-spazzatura, da troll e leoni da tastiera o da spregevoli aguzzini del marketing per produrre quello che senza mezzi termini si può definire “merda”. Cani che ballano, finti remake di guerre stellari, porno con AI, immagini del presidente Trump che guarisce i malati come Gesù Cristo.
Un singolo video generato dall'AI ad alta risoluzione può richiedere oltre 415 Wh, risultando quindi più dispendioso in termini energetici rispetto alla creazione di centinaia di immagini generate dall'AI. Se si tiene conto della risoluzione e del numero di fotogrammi, il fabbisogno energetico aumenta in modo quadratico (raddoppiando la produzione, l'energia consumata quadruplica). E, con la diffusione dei video sulle piattaforme più diffuse, questo diventa rapidamente un problema a livello di infrastrutture.
E infine c’è il tema della materia: tanta quella necessaria per realizzare i data center, altrettanto abbondante quella di scarto. “Alla fine del loro ciclo di vita, i rifiuti elettronici gestiti in modo inadeguato possono esporre le comunità più esposte a sostanze pericolose. Entro il 2030, le infrastrutture di intelligenza artificiale potrebbero generare fino a 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici all’anno, l’equivalente approssimativo di smaltire 250 Torri Eiffel ogni anno”, spiega il rapporto dell’UNU.
Serve dunque una riflessione urgente su cosa fare davvero dell’AI, anche in termini di impatti energetici e ambientali, tanto urgenti quanto quelli sociali e psicologici. “Il futuro dell’intelligenza artificiale non dovrebbe essere valutato solo in base a ciò che le macchine sono in grado di fare, ma anche alla capacità dell’umanità di impiegare tali capacità entro i limiti del pianeta. Sebbene spesso descritta come immateriale e virtuale, la realtà dell’AI è profondamente fisica. Dietro ogni comando, immagine o video si cela un’infrastruttura in continua espansione fatta di sistemi energetici, prelievi idrici, uso del suolo, estrazione mineraria e rifiuti elettronici. Questo rapporto è un appello a rendere visibili tali costi ambientali nascosti prima che diventino ingestibili”, dice Kaveh Madani nella nota stampa di lancio del report. UN appello urgente e che i due paesi che hanno oggi il 90% dell’infrastruttura AI (USA e Cina) devono seriamente prendere in considerazione. Anche se è chiaro che solo una nazione farà bene i propri compiti. E non è quella che a scuola parla la lingua inglese.
In copertina: immagine Envato
