Sul fondo dei bacini idroelettrici, con il tempo, si accumulano sedimenti solidi trasportati dai corsi d’acqua. Questi materiali sono i fanghi di dragaggio, e periodicamente devono essere rimossi per mantenere in sicurezza l'infrastruttura e garantire l’efficienza della produzione energetica. Fino a poco tempo fa, questi fanghi erano considerati solamente un rifiuto, ma un nuovo procedimento elaborato dal Politecnico di Torino li ha trasformati in una risorsa per l’edilizia sostenibile.
Infatti, i fanghi di dragaggio possono essere tramutati in geopolimeri, materiali inorganici utilizzabili nel settore delle costruzioni, per esempio in pavimentazioni e in altri elementi di arredo urbano. Ad agosto 2026, dopo circa due anni dalla domanda, il Ministero delle imprese e del Made in Italy ha concesso il brevetto per questa invenzione industriale al Politecnico di Torino e a Marazzato soluzioni ambientali, società del Gruppo Marazzato, partnership di questo progetto dal 2020.
Una nuova materia prima
I fanghi di dragaggio diventano materiale utile alle costruzioni grazie a un processo detto geopolimerizzazione, studiato dal gruppo di ricerca del Politecnico di Torino composto da Devid Falliano, Luciana Restuccia, Jean-Marc Tulliani, Federico Vecchio e Marco Zerbinatti. Il procedimento consente di trasformare i sedimenti che si accumulano negli invasi in geopolimeri, tramite un processo di attivazione alcalina. “Creiamo una miscela di fanghi di dragaggio, che compongono la parte di inerte, e alcune sostanze chimiche alcaline, che servono a creare un legame molto forte e a produrre così un conglomerato, che è il nostro prodotto finito”, spiega a Materia Rinnovabile l'ingegnera Eleonora Longo, responsabile del settore ricerca e sviluppo del Gruppo Marazzato.
A partire da questo conglomerato, aggiunge Longo, “si possono ottenere diverse cose, nel caso specifico del brevetto abbiamo studiato cinque diverse ricette, che si differenziano per la loro densità. Per esempio, i provini più alleggeriti possono andare a formare dei pannelli di copertura e rivestimento, come isolanti per le abitazioni. Quelli più pesanti invece vanno a sostituire gli autobloccanti, quindi hanno anche delle resistenze meccaniche a trazione e a compressione che sono equiparabili a quelle del cemento, perciò possono sostituire a tutti gli effetti elementi come pavimentazioni stradali e arredo urbano”.
Da rifiuto a risorsa
Quest’invenzione ha un duplice vantaggio. Da un lato, offre una soluzione alla gestione dei sedimenti rimossi dagli invasi, che altrimenti sarebbero un rifiuto. “Gli invasi di grandi dighe sono oltre cinquecento su tutto il territorio italiano. Inoltre, in questo momento, il 15% del volume utile che hanno gli invasi è pieno di sedimenti. Quindi i quantitativi che oggi sono presenti e che dovrebbero essere rimossi sono veramente tantissimi”, precisa Longo.
Dall’altro lato, questa soluzione permette di ridurre il ricorso a materie prime vergini. “Nel nostro progetto, abbiamo l’ambizione di gestire i sedimenti come sottoprodotto o come nuova materia prima”, conclude Longo. “Al momento abbiamo fatto un confronto a livello di LCA [Life Cycle Assessment, una metodologia analitica e standardizzata a livello internazionale che misura gli impatti ambientali di un prodotto, ndr] con la produzione del cemento, rispetto a cui questo processo è relativamente poco impattante e quindi un grosso vantaggio è la riduzione della produzione della CO₂ rispetto all'industria del cemento.
La partnership con il gruppo Marazzato
Le sperimentazioni che hanno portato a questo traguardo sono partite più di dieci anni fa, quando un gruppo multidisciplinare del Politecnico di Torino aveva iniziato a studiare il recupero dei fanghi di segagione della pietra ornamentale, arrivando a un primo brevetto dell'ateneo. Dal 2020, con l'avvio della partnership con il Gruppo Marazzato, la ricerca si è estesa ai limi di dragaggio, che hanno una composizione simile. Un anno dopo, le prime piastrelle prototipali ottenute con questo approccio sono state esposte alla Milano Design Week.
“Fin dall'inizio abbiamo collaborato insieme, loro molto di più sul lato operativo dal punto di vista del laboratorio e dell'analisi dei materiali, mentre noi dal punto di vista più industriale”, ci spiega la responsabile del settore ricerca e sviluppo del Gruppo Marazzato. “Abbiamo cercato di realizzare un business plan intorno a questo progetto che fosse economicamente e ambientalmente sostenibile. Noi ci siamo occupati della normativa ambientale legata a questo progetto, invece loro della formulazione di laboratorio.”
Il brevetto arriva dopo pochi mesi dal rinnovo triennale dell'accordo di collaborazione tra Politecnico e azienda, firmato a febbraio 2026 dal rettore Stefano Paolo Corgnati e dall'amministratore delegato Alberto Marazzato. L'accordo indica proprio la produzione di geopolimeri da fanghi di dragaggio tra i temi di ricerca prioritari. “Credo che questo brevetto dimostri cosa succede quando un'impresa e un'università decidono di camminare insieme per davvero”, commenta Marazzato. "Il merito scientifico è dei ricercatori del Politecnico. Noi abbiamo creduto fin dall'inizio in questa ricerca e l'abbiamo accompagnata con la nostra esperienza industriale. Da oltre settant'anni gestiamo rifiuti, e io penso che il nostro compito oggi sia anche dimostrare che ciò che finora era uno scarto può tornare a essere una risorsa.”
I prossimi passi: l’applicazione industriale
La tecnica brevettata, ci dice Longo, riguarda “i manufatti colabili, cioè quelli realizzati con degli stampi”. Tra qualche anno, la tecnologia potrà essere disponibile anche su scala industriale. Intanto, “quello che stiamo facendo adesso è provare a realizzare un materiale estrudibile con la stampante in 3D”. Questo significa che il materiale viene spinto meccanicamente e depositato strato su strato, senza bisogno di alcuno stampo.
“Il gruppo di ricerca del Politecnico di Torino, che lavora su questi temi con il coordinamento di SinTesiLab (DISEG), continuerà lo sviluppo di materiali, sistemi e subsistemi innovativi per applicazioni in edilizia”, hanno specificato i componenti del gruppo di ricerca del Politecnico di Torino. “Le finalità sono molteplici: per esempio, migliorare le prestazioni degli edifici, valorizzare gli scarti di varie filiere, contribuire a ridurre l'impatto ambientale delle attività del settore delle costruzioni mediante l'utilizzo di materie prime seconde, sottoprodotti, materiali riciclabili. In tal senso, la collaborazione con il gruppo Marazzato e altri stakeholder è indubbiamente proficua, perché agevola il passaggio dalle sperimentazioni di laboratorio alla realtà produttiva.”
In copertina: foto di Politecnico di Torino
