L’umanità sta facendo troppo poco e troppo tardi sulla mitigazione dei cambiamenti climatici. Lo ha ricordato perentoriamente l’UNEP, che nel report Limiting Overshoot – Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return ha confermato l’impossibilità di raggiungere l’obiettivo, sancito dagli Accordi di Parigi, di limitare l’innalzamento delle temperature entro 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale.

Le analisi che confermano queste valutazioni sono numerose. Molte di esse interessano anche l’Europa, il continente di gran lunga politicamente più attento e impegnato negli sforzi di decarbonizzazione.

L’Italia non fa eccezione, come sottolineato dal report KPGM Rendicontazione di sostenibilità: survey sul secondo anno di applicazione della CSRD in Italia, che analizza i bilanci di sostenibilità di 160 aziende italiane che sono ricadute nel perimetro della CSRD. Di esse, solo 39 presentano un piano di decarbonizzazione coerente con quanto richiesto dallo standard di rendicontazione europeo per il clima (ESRS E1), e ancora meno dichiarano di avere obiettivi Net Zero.

Questi dati dimostrano che, oggi, essere nella CSRD significa dover avviare un percorso graduale di sostenibilità: molte aziende sono ancora impegnate a svolgere un calcolo affidabile delle proprie emissioni di Scope 1, Scope 2 e Scope 3, processo già di per sé lungo e oneroso. Questa operazione è propedeutica alla decarbonizzazione: senza la costruzione di un inventario solido, ogni processo di mitigazione rischia di essere vano. La strutturazione di un piano di decarbonizzazione è un’attività ancora più impegnativa: considera un orizzonte di tempo di almeno 20 anni, richiede azioni specifiche (tra cui il ricalcolo annuale delle emissioni), interessa in maniera molto importante le strategie di sviluppo industriale, sia per quanto concerne l’ottimizzazione dei processi, che l’ecodesign dei prodotti venduti, eccetera. Quindi, il ritardo nella definizione di percorsi di decarbonizzazione deriva sia dalla priorità di calcolare correttamente l’inventario di emissioni, che dalla complessità della loro costruzione.

Per definire i piani di decarbonizzazione, esistono numerosi riferimenti. Uno è il già citato ESRS E1, utilizzabile anche per le aziende non soggette alla direttiva europea CSRD sulla rendicontazione ESG. Il più famoso è Science Based Targets initiative (SBTi), un’iniziativa internazionale che supporta le aziende nella definizione di obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra coerenti con le evidenze scientifiche sul cambiamento climatico e con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

In questo panorama si inserisce anche il draft di una norma ISO appartenente alla serie 14060, dal titolo Net zero aligned organizations. La bozza individua le caratteristiche che dovrebbe avere un piano di decarbonizzazione efficace orientato al raggiungimento del Net Zero. In particolare, il piano deve essere urgente, prevedendo azioni che l’organizzazione sia in grado di attuare rapidamente; deve essere caratterizzato da elevate ambizioni, con un impegno concreto e coerente rispetto all’obiettivo dichiarato; deve sostenere la transizione ecologica evitando approcci orientati al “business as usual” e basarsi su un approccio science based. Inoltre, deve adottare criteri conservativi nella definizione di ipotesi e stime, garantire che il raggiungimento degli obiettivi non generi nuovi impatti negativi, essere credibile e verificabile, integrare i principi della Just Transition, assicurare trasparenza attraverso la pubblicazione delle informazioni rilevanti e adottare un approccio basato sul ciclo di vita.

La bozza ISO ribadisce che in un percorso Net Zero la priorità deve essere data ad azioni che concretamente riducono le emissioni di CO2, a tutti i livelli: catena di fornitura, processi, ecodesign del prodotto, eccetera.

La proposta riconosce tuttavia anche il ruolo delle compensazioni, limitandolo alle sole emissioni hard-to-abate, ovvero quelle per cui non esistono, allo stato attuale, soluzioni tecniche economicamente e tecnologicamente disponibili per una riduzione diretta. In questi casi, le attività di rimozione della CO₂, siano esse nature-based o basate su tecnologie innovative, devono rispettare specifici criteri: devono essere durevoli, garantendo uno stoccaggio del carbonio di almeno cento anni e prevedendo la gestione dei rischi di reversibilità; devono essere addizionali, dimostrando che la rimozione non sarebbe avvenuta senza l’attuazione di uno specifico progetto; devono infine essere quantificate attraverso metodologie scientifiche. È inoltre necessario assicurare che tali interventi non determinino emissioni aggiuntive in altri contesti, evitando il trasferimento degli impatti ambientali.

I riferimenti affinché le aziende possano impostare dei piani di riduzione delle emissioni di gas serra, come si è visto, non mancano. Ciò che manca è la percezione dell’urgenza di questi interventi, che, come al solito, è rimandata (e limitata) alla prossima ondata di calore.

 

In copertina: immagine Envato