Attrazione e repulsione, rivalità e complementarità, fascinazione e incomprensione. Il rapporto fra Cina e Stati Uniti è oggi più che mai al centro della geopolitica globale. Ogni vertice bilaterale, ogni scambio fra Xi Jinping e Donald Trump è atteso e osservato con un misto di speranza e timore dalle nazioni del Global South, con una malcelata apprensione dall’Europa, e in generale con una certa inquietudine da tutto il mondo. Dalle altalenanti tensioni e distensioni fra le due superpotenze dipendono le borse, i prezzi dell’energia, i flussi delle materie prime, e anche aspetti apparentemente più banali della vita quotidiana, come l’accesso a un social network.

Ma come stanno davvero cambiando le relazioni sino-statunitensi nell’era del Trump-bis? E cosa pensano oggi i cinesi degli statunitensi, e viceversa? Ne abbiamo parlato con un osservatore d’eccezione. Chitarrista rock, ex membro e fondatore della prima band heavy metal cinese (i Tang Dynasty), ex direttore delle comunicazioni internazionali per Baidu, giornalista ed esperto di nuove tecnologie, Kaiser Kuo è nato negli Stati Uniti da genitori cinesi e ha vissuto per più di vent’anni a Pechino, dove è recentemente tornato. Sin dal 2010, dai microfoni del seguitissimo Sinica Podcast, racconta e analizza la politica, l’economia, la società e la cultura cinesi. Ed è considerato una delle voci più originali e acute sul rapporto fra Cina e Stati Uniti.

 

Com’è cambiata la percezione reciproca di statunitensi e cinesi negli ultimi anni?

È cambiata parecchio di recente, ma non in modo uniforme nell'intera popolazione. Guardando i sondaggi, ad esempio quelli del Pew Research Center, si vede come negli Stati Uniti le opinioni sulla Cina fossero molto negative nella maggior parte delle fasce demografiche: più tra i repubblicani e gli anziani, meno tra i democratici e i giovani. Nell’ultimo anno c’è stata una netta diminuzione del sentimento negativo, più evidente proprio tra i democratici e i giovani dai 18 ai 35 anni. Un cambio di passo che riflette in larga misura la crescente disaffezione nei confronti del governo americano sotto l'amministrazione Trump.

E per quanto riguarda la visione dei cinesi? C’è chi dice che i cinesi conoscano gli occidentali molto meglio di quanto gli occidentali conoscano la Cina. Concorda?

Sì, in linea di massima sì. Diciamo che la conoscenza reciproca è piuttosto scarsa da entrambe le parti. Ma il predominio nel mondo della narrazione occidentale, e in particolare di quella americana, fa sì che sia impossibile, per un cinese, non sapere qualcosa sugli Stati Uniti: la cultura popolare globale, la televisione, i notiziari americani hanno una voce davvero dominante.
Ora, questo non significa che il sistema educativo cinese faccia necessariamente un lavoro migliore: i cinesi sono soggetti allo stesso tipo di informazione fortemente di parte sugli Stati Uniti che il pubblico americano vede sulla Cina. Non credo che si stiano sforzando di più per capire gli americani. Dipende, semplicemente, dal predominio delle narrazioni occidentali.

Ma con il ritorno di Trump, cosa è davvero cambiato nel rapporto Cina-USA? E cosa è semplicemente rimasto in continuità con il passato?

La situazione sta cambiando di mese in mese, basti pensare a quel che sta succedendo con la guerra in Iran. Quando Trump è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, c'era la reale aspettativa che i rapporti con la Cina si sarebbero inaspriti. La maggior parte delle persone in Cina si aspettava un altro ciclo di guerra commerciale, ma era anche ben consapevole di essere molto più preparata ad affrontarla. E questo ha colto gli Stati Uniti completamente di sorpresa. Il 2 aprile, quando Trump ha annunciato i dazi nel “Liberation Day”, la Cina è stata una delle poche grandi economie a opporsi fermamente: non ha cercato un accordo, non ha adulato Trump, non ha tentato di sottrarsi al nuovo regime tariffario. Al contrario, ha reagito con forza, imponendo a sua volta dei dazi e costringendo Trump a fare marcia indietro. Poco dopo, quando gli Stati Uniti hanno esteso la lista di entità cinesi soggette a sanzioni con la cosiddetta regola del 50%, la Cina ha risposto introducendo controlli sulle esportazioni di terre rare, costringendo Trump, ancora una volta, a cedere. Vedere un Trump visibilmente irritato di fronte a una leadership cinese calma e ponderata ha influenzato il modo di pensare degli americani: negli Stati Uniti si passa da una crisi politica all'altra, mentre la Cina appare relativamente stabile. Ci sono stati molti altri cambiamenti solo nell'ultimo anno. All'inizio del 2025, la startup cinese DeepSeek ha lanciato un LLM (large language model) addestrato a una frazione del costo dei modelli americani di punta: un vero shock. Poi, quando sembrava che TikTok stesse per essere chiuso negli Stati Uniti, molti utenti americani si sono iscritti al social cinese Xiaohongshu (Red Note), affacciandosi sulla vita delle classi urbane di Shanghai e Hangzhou. Improvvisamente si sono ritrovati a pensare di essere stati ingannati dai propri media e dalla propria classe politica, che avevano veicolato un'idea della Cina molto diversa da quella che potevano vedere con i propri occhi. Da lì si è sviluppata una moda chiamata "Chinamaxxing". Nel corso del 2025, molti influencer e YouTuber americani sono andati in Cina, viaggiando sui treni ad alta velocità e filmandosi davanti ai paesaggi urbani futuristici di Shenzhen, Shanghai e Hangzhou. Sono tornati tutti, pressoché unanimemente, impressionati. Così per tutto l'anno gli americani sono stati immersi in una sorta di "Chinese infrastructure porn", chiedendosi: ma cosa è successo all'America? Perché abbiamo smesso di costruire? Cresce inoltre la consapevolezza che la Cina abbia costruito il tipo di sistema energetico di cui il mondo ha bisogno: quantità impressionanti di solare ed eolico, batterie, veicoli elettrici, una rete di trasmissione ad altissima tensione moderna ed efficiente. Tutto questo mentre l'amministrazione Trump si è ritirata dall'Accordo di Parigi, ha bloccato progetti eolici offshore in cui erano già stati investiti centinaia di milioni di dollari, e ha smantellato le basi giuridiche con cui l'EPA era in grado di regolamentare le emissioni di gas serra. Un contrasto stridente, che contribuisce a cambiare profondamente la narrazione e il modo in cui gli americani percepiscono la Cina.

Tornando agli shock che gli statunitensi ma anche gli europei continuano a subire ogni volta che la Cina li supera in qualche settore cutting edge come le rinnovabili, le auto elettriche (BYD), l'AI (DeepSeek), quale sarà il prossimo grande shock che dovremmo aspettarci?

Vorrei davvero saperlo per poterci investire! Possiamo però già vedere che in Cina si sta investendo molto nella fusione nucleare. Probabilmente vedremo sorprese nei nuovi materiali, nella chimica delle batterie e nel quantum computing. Ma le sorprese più grandi arriveranno probabilmente dalle scienze della vita e dalle biotecnologie, di cui si parla meno. La Cina ha costruito basi solidissime nella scoperta di farmaci: in passato si limitava a fungere da fornitore esterno per analisi molecolari per conto delle principali aziende biofarmaceutiche occidentali. Ora molte di queste aziende cinesi lavorano in proprio, e credo che nei prossimi anni assisteremo a importanti scoperte farmacologiche provenienti dalla Cina.

Il "contenimento tecnologico" che gli Stati Uniti cercano di imporre alla Cina è una costante trasversale a democratici e repubblicani. Ma cosa ne pensano gli scienziati, sia cinesi che statunitensi? Non c'è nessuna speranza che si arrivi a una cooperazione scientifica costruttiva?

Credo che gli scienziati di entrambe le parti ritengano questa politica una tragedia assoluta. È una perdita per tutta l'umanità che la collaborazione tra le comunità scientifiche di Cina e Stati Uniti – due delle più grandi, meglio finanziate e più creative al mondo – venga soffocata dalla geopolitica. Purtroppo negli Stati Uniti, persino nella comunità scientifica, ci sono ancora molte persone ossessionate dalla sicurezza nazionale, convinte che la Cina debba essere tenuta lontana dalle tecnologie più avanzate. Il dibattito su quale debba essere la politica giusta è ancora aperto. In Cina, invece, non ci sono dubbi. Sono arrabbiati, ritengono questa politica fondamentalmente immorale, ma allo stesso tempo ritengono che abbia acceso una miccia, costringendo scienziati e ingegneri a raddoppiare gli sforzi per l'innovazione. E la Cina ha effettivamente compiuto progressi considerevoli verso una maggiore autosufficienza, soprattutto nella produzione di semiconduttori.

Ma, se parliamo ad esempio di AI, la Cina sta implementando una regolamentazione molto più stringente rispetto agli USA. Perché allora gli statunitensi sono così spaventati dallo sviluppo tecnologico cinese?

Lo interpreto principalmente come una proiezione: gli americani credono che qualsiasi altra potenza si comporterebbe come loro. Di fronte a capacità enormi che consentirebbero di aspirare all'egemonia globale, credono che qualsiasi Paese dotato di tale forza tecnologica la eserciterebbe immediatamente. Pensano, in sostanza, che la Cina farebbe ciò che immaginano farebbero gli Stati Uniti. Questa supposizione, mai analizzata a fondo, è alla base di gran parte della paranoia che emerge soprattutto dalla Silicon Valley. Ma non penso sia un’ipotesi corretta. Anzi, rischia di essere una profezia che si autoavvera. Relazionarsi a un altro Paese partendo da queste premesse significa manifestare la propria malafede, dimostrare che si è disposti a metterlo in ginocchio. Come si può pensare che questo non influenzerà la loro percezione? Genererà proprio quel tipo di ostilità che si dava per scontata fin dall'inizio, ma sono state le proprie azioni a crearla.
Questa, almeno, è la mia interpretazione. Credo che un approccio aperto e collaborativo lungo tutte queste frontiere tecnologiche avrebbe ridotto notevolmente la propensione della Cina a cercare di esercitare il proprio potere sugli Stati Uniti.

Allargando il discorso alla geopolitica globale, oggi si parla molto della Cina come nuova potenza responsabile, difensore del multilateralismo. Ma la Cina vuole questo ruolo? Che tipo di potenza globale vuole essere?

Dobbiamo essere molto cauti con questo tipo di supposizioni. Per le stesse ragioni per cui non dovremmo presumere che la Cina userebbe qualsiasi arma tecnologica a sua disposizione, non dovremmo presumere che voglia lo stesso tipo di egemonia globale degli USA. È chiaro che la Cina riconosce di aver beneficiato del cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole, ne ammira alcuni aspetti e ne critica altri: in particolare il fatto che, con la sua ascesa, non le sia stata riconosciuta una voce in capitolo adeguata nelle istituzioni multilaterali, insieme agli altri Paesi in via di sviluppo. Una critica, questa, che trovo molto fondata. Ma vogliono davvero prendere il controllo di queste istituzioni? Credo ci siano pochissime prove a sostegno di questa tesi. Stanno cercando di riformarle, non di sovvertirle. Non cercano di sostituire completamente gli Stati Uniti nel ruolo egemonico. La Cina non ne ha alcun reale interesse, sa di non avere esperienza in questi ambiti e non vuole assumersi questo tipo di responsabilità. Ciò che i leader cinesi vogliono è garantire che nel mondo esistano beni pubblici che ritengono importanti: rotte marittime, corridoi di trasporto, reti di comunicazione, linee ferroviarie. È questo ciò che la Belt and Road Initiative si proponeva di fare. Credono sinceramente che integrare il Global South nelle reti commerciali globali sia un bene per tutte le parti coinvolte. Vorrebbero che questi Paesi seguissero alcune delle pratiche che hanno aiutato la Cina a scalare rapidamente la gerarchia dello sviluppo: investimenti nelle infrastrutture, nelle reti ferroviarie e stradali, in modo che persone, merci e dati possano circolare. Ci credono davvero. Che questo appaia minaccioso alle potenze dominanti – europei e americani che, anche dopo il colonialismo, hanno goduto di posizioni privilegiate in America Latina, Asia meridionale, Sudest asiatico e Africa – è comprensibile. Ma è davvero tragico che sia stato interpretato in questo modo.

Dunque esiste un modello cinese da imitare? Forse non negli USA, ma in Europa si comincia a parlare, in certi ambienti, di "modello cinese" come di qualcosa di desiderabile. La Cina vuole davvero "esportare" il proprio modello? Che tipo di influenza, di soft power vuole diffondere?

Credo che la Cina non sia particolarmente interessata a esportare attivamente il suo modello. La forma di eccezionalismo che la caratterizza consiste nell’affermare che la sua esperienza è unica, frutto di processi storici peculiari. Ciò che ha funzionato per la Cina è in linea con le sue condizioni nazionali, e queste condizioni variano enormemente da Paese a Paese. I cinesi non credono che esista un modello valido per tutti. Quindi, pur rifiutando l'idea americana che liberalizzazione del mercato e democrazia politica siano una via infallibile per il progresso di ogni nazione, non pensano che al suo posto debba esserci un "modello cinese". Del resto, se volessero esportarne uno, probabilmente gli darebbero un nome più sexy di "Il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era"! Tuttavia, se c'è poca spinta, c'è però molta attrazione: molti Stati si rivolgono alla Cina per apprendere alcuni dei segreti del suo sviluppo, e la Cina è più che felice di condividere quelle che ritiene essere le migliori pratiche – l'importanza delle infrastrutture, il ruolo dello Stato come coordinatore delle priorità di sviluppo, un elemento di liberalizzazione del mercato. Ma non stanno cercando di esportare un modello in blocco.

Un’ultima domanda. Esiste uno scenario in cui Cina e USA possano trovare un modus vivendi stabile? E quale ruolo potrebbe giocare l'Europa?

Credo che alla fine ci sia una via d'uscita, ma richiede un ripensamento fondamentale, soprattutto da parte americana. Gli Stati Uniti devono essere in grado di rispondere a una domanda semplice: cosa vogliamo dalla Cina? Finora non sono riusciti ad articolare una visione positiva. Dal loro comportamento si può dedurre cosa sembrano volere: ovvero che la Cina rimanga per sempre indietro, un produttore di beni a bassa tecnologia per il mondo, un assorbitore di industrie inquinanti. Ma la Cina non lo accetterà a lungo termine. Gli Stati Uniti devono anche riconoscere che esistono altre vie verso la modernità che non hanno un volto occidentale, altri modi legittimi di ordinare i valori. Gli americani credono fermamente che i diritti civili e politici debbano venire per primi, e che da questi ne conseguiranno altri. La maggior parte del resto del mondo non è d'accordo: ritiene molto sensato che solo quando si hanno cibo, vestiti e un tetto sopra la testa, quando si soddisfano i bisogni economici di base, si possa aspirare concretamente a diritti più avanzati. Se gli Stati Uniti fossero più aperti a un pluralismo di priorità, potrebbe diventare possibile una coesistenza autentica e pacifica. Al momento gli Stati Uniti faticano ad accettare psicologicamente il proprio declino. È difficile assistere all'ascesa di una Cina che ha sfidato così tante convinzioni assiomatiche su come i Paesi dovrebbero svilupparsi. Superare questo ostacolo psicologico richiederà tempo. La situazione ricorda per certi versi la Spagna della prima metà del Seicento, all'epoca della Guerra dei Trent'anni. Gli Stati Uniti dovranno adattarsi. È difficile, e spesso ne derivano grandi sconvolgimenti. Ma se riusciamo a evitare la guerra, credo che possiamo farcela. Quanto all'Europa, stiamo iniziando a intravedere i contorni di un'autonomia strategica più significativa e, in un certo modo perverso, Trump ha contribuito a questo processo. Le potenze di medio livello, inclusi i principali Stati membri dell'UE, stanno cercando di tutelarsi. Hanno problemi sia con la Cina che con gli Stati Uniti, ed è un equilibrio molto difficile da trovare. Ma credo che l'Europa possa svolgere un ruolo cruciale nel guidare il mondo verso un assetto veramente multilaterale e multipolare, in cui le istituzioni vengano riformate anziché abbandonate. E un mondo più multipolare, credo, può rappresentare una configurazione più stabile.

 

In copertina: Kaiser Kuo fotografato da Richard Schabetsberger