Ad Altamura, nell’Alta Murgia barese, l’associazione Esperimenti Architettonici ha dato vita al progetto Abitare circolare school (ACS), un programma di formazione aperto finalizzato a fornire ai partecipanti elementi teorici e pratici utili a ripensare il ruolo di ciò che consideriamo scarto nella nostra quotidianità, coinvolgendo un ambito che si estende dalla dimensione domestica a quella di attività artigianali e industriali.
Nata nel 2011 dagli interessi comuni di una rete di studenti, ricercatori e progettisti, Esperimenti Architettonici è una realtà del terzo settore che si è data come mission la promozione di strategie innovative per un’idea di rigenerazione territoriale che lavora sull’incontro tra saperi collettivi e innovazione civica. La scuola ACS è uno degli strumenti con cui calare nel concreto questa visione. Materia Rinnovabile ha intervistato Saverio Massaro, architetto e ideatore del progetto, per esplorarne gli impatti.
Come è nata l'idea di una scuola per l'abitare circolare e chi ne sono gli interpreti?
L’occasione è stata fornita da un bando di Fondazione Punto Sud, che finanziando progetti sulla sostenibilità ci ha dato modo di valorizzare idee che avevamo già nel nostro portafoglio di progetti. Abitare circolare era uno di questi, già attivo in forma di conferenze, webinar, workshop e con una pubblicazione, il libro Abitare Circolare (D Editore, 2023). ACS nasce quindi come spin off da questo complesso di attività ed esperienze già maturate, per declinarle verso un maggiore radicamento locale, in modo da poter svolgere attività con le persone del posto.
Quali sono i concetti chiave e le pratiche al centro di questa proposta?
Al centro della proposta ci sono gli scarti e la possibilità di reimmaginarli come beni comuni, come risorse da gestire in forma collettiva e, infine, come futuri asset culturali. Si tratta di pensare a tutto quello che oggi finisce sul mercato – merci, oggetti, materiali, materie prime e seconde – e dare loro la stessa dignità che oggi attribuiamo al patrimonio culturale. Promuovere una forma di responsabilità collettiva per capire a livello locale quali sono le pratiche innovative che ci si può permettere di adottare con un comune, con un'organizzazione del terzo settore, con una piccola impresa. Innovando anche il linguaggio, ormai appiattito dal marketing ed evidentemente non in grado di innescare un cambiamento diffuso. Nelle attività di formazione privilegiamo rispetto alla parte teorica (che spazia dalla CSR alla LCA) la manualità, il fare le cose. Ci siamo resi conto che da lì escono ottimi risultati anche con utenze di diverse fasce di età. C’è un maggiore impatto in termini di apprendimento, si conoscono meglio le cose e ci si diverte anche di più. Parlare di economia circolare in una dimensione che sia anche conviviale, creando una dinamica sociale significativa per realtà medio piccole.
In che ambiti avete potuto mettere in pratica queste idee?
Molteplici: dal festival di jazz a Matera, in Basilicata, alle biblioteche a Gravina, in Puglia. Abbiamo cercato proprio di estendere il più possibile questo approccio per vedere come reagivano le persone. L’attività si è focalizzata su tre tipologie di scarto: la carta, i tessuti e gli scarti vegetali. Alla fase di raccolta è seguita l’analisi qualitativa e la misurazione degli impatti e dei consumi. Insieme ai partecipanti abbiamo poi immaginato un'installazione in cui tutti fossero protagonisti. Non partendo da un’idea preconfezionata ma scoprendo lungo il percorso cosa si potesse realizzare, sulla base delle qualità e delle funzioni che il materiale può assumere. Chiaramente ci siamo limitati a una dimensione di prodotto, accessori, elementi d'arredo, qualcosa che fosse alla portata di un'utenza di cui all'inizio non sapevamo quale sarebbe stato il livello di competenza. Non erano tutti esperti, designer o progettisti, non c’erano solo imprese, e quindi abbiamo pensato anche a una scala di esercitazione, di upcycling, di riuso, che fosse alla portata un po' di tutti. Il risultato è un’installazione in forma di tavolata di circa tre metri di lunghezza.
L’idea dello scarto come elemento del nostro patrimonio culturale è molto interessante. Trattandosi di qualcosa che nel suo ciclo ha, di fatto, percorso un viaggio nella nostra cultura, mi sembra un’operazione del tutto legittima.
È una visione nata un po' conoscendo la pratica progettuale di Thomas Rau e Sabine Oberhuber, con la loro “dichiarazione universale dei diritti dei materiali”, il loro lavoro sul passaporto dei materiali, un approccio quasi più umanistico che tecnico, che fa riferimento a cose e a concetti che ci sono familiari. Il passaporto è ciò che ha con sé il viaggiatore, il passaporto segue chi intraprende un cammino, oggi così di moda. Sono in definitiva metafore che aiutano a portare il discorso in una dimensione quotidiana, che si affianca a quella necessariamente più tecnico-scientifica.
Trova in tutto questo una possibile connessione con un’idea di welfare culturale?
Certo, nel lavoro che continuiamo sul territorio, soprattutto per la riattivazione di un museo etnografico, ci stiamo occupando proprio di welfare culturale. Da poco, in Italia, è stato siglato un protocollo di intesa in cui si afferma che la cultura è prescrivibile per far stare bene le persone. A guidarci nei nostri progetti c’è la stessa idea: come rendere l’economia circolare più prossima a tutto quello che è anche intrattenimento, a tutto quello che fa cultura. Si tratta di portare l’attenzione che poniamo dal patrimonio culturale per come lo abbiamo sempre inteso verso “cose” come un centro di raccolta rifiuti, una materioteca, altrimenti oggetto di una considerazione esclusivamente tecnica.
A quali contesti dell'abitare avete rivolto maggiormente la vostra attenzione, e quindi a che tipologia di soggetti, di operatori, di fruitori avete rivolto la vostra proposta?
Per questo abbiamo fatto circolare un piccolo questionario, per capire quali potessero essere i target interessati, che tipo di disponibilità, di aspettative avessero, disponibilità anche in termini di tempo. La nostra attenzione si era diretta verso i soggetti che gestiscono strutture ricettive, piccole o medie che siano, come B&B, o la ristorazione, quindi pasticcerie, ristoranti, catering. Questo perché in quei settori c’è una consistente produzione di scarti anche difficilmente recuperabili. Ma nello stesso tempo c’è tutto l'interesse a proporsi sul mercato come realtà innovative. Con una pasticceria siamo arrivati a realizzare prodotti da upcycling di tutti gli scarti destinati a diventare rifiuti organici e che invece sono stati impiegati nella preparazione di cibi. Per quanto riguarda le strutture ricettive, abbiamo rilevato l’interesse a capire come possono recuperare alcuni tipi di scarti specifici, come una serie di servizi accessori usa e getta che potrebbero migliorare, o acquistando semplicemente prodotti diversi oppure provando a riutilizzare alcuni scarti, coinvolgendo gli artigiani locali, trovando delle alleanze, dei partenariati. Sono cose magari poco visibili, ma concrete.
Questo riferimento all'abitare non è tanto la casa, ma è un abitare il territorio, è una scala che riguarda attività che possono avvenire in un interno, in un esterno, riguardare comunità estese o una singola struttura. A tale proposito, semplificando: che ruolo ha svolto il territorio in cui avete operato, quali stimoli avete trovato o quali risorse che magari non vi aspettavate?
Il territorio dà tanto, ma solo grazie a un lavoro di conoscenza quotidiano incessante, perché perfino in una notifica social si può scoprire l'opportunità che magari non si era individuata andando fisicamente nelle aziende alla ricerca di ciò che può esserti utile. È capitato con un’azienda produttrice di salotti che aveva pubblicato un annuncio, proprio su Facebook, in cui offriva scarti di tessuto in ottimo stato, puliti, tolti dai campionari. Una risorsa che non immaginavamo esistesse e che nel rapporto poi istituito con l’azienda abbiamo capito essere prodotta in modo sistematico, a ogni semestre, seguendo i dettami della moda, gli appuntamenti fieristici e non solo. Sono pezze di piccolo formato ma di tessuti di pregio: le abbiamo poi messe a disposizione delle persone che nei workshop hanno sperimentato possibili idee di upcycling. Insomma, tra le risorse che il territorio mette a disposizione c’è disponibilità di tempo, di materie prime e seconde, di scarti... C’è grande collaborazione quando si tratta di fornire, anche solo prestando, gli strumenti necessari per le attività laboratoriali, e infine è importante anche la disponibilità delle amministrazioni locali che continuano a dare spazio a tali attività, ad esempio all'interno di un museo etnografico. Questa opportunità, in particolare, ci mette a contatto con oggetti che appartengono a epoche diverse ma che sono connessi tra loro dalla manualità, la capacità dell'uomo di plasmare gli oggetti che poi utilizza su base quotidiana. E poi ci sono tutte le risorse rappresentate dalle persone, che contribuiscono con i propri diversi obiettivi che da individuali entrano a far parte di un disegno collettivo. C'è, per esempio, il singolo che porta un oggetto da riportare, ma anche l’azienda che ci coinvolge nelle attività annuali di aggiornamento professionale per i propri dipendenti.
In prospettiva quali sono gli obiettivi che immaginate per il vostro lavoro? Contate di operare prevalentemente all’interno del territorio dell’Alta Murgia o puntate ad allargare gli orizzonti? Che portata vorreste dare al vostro lavoro culturale?
Molto dipenderà dalle occasioni che si presentano. Ci interessa far girare l'installazione, ancora oggi visibile ad esempio al museo di Altamura. È pensata per essere facilmente trasportabile ed essere riproposta in altri contesti. Non è un’opera d’arte site specific, ma un dispositivo che serve ad attivare delle riflessioni. Per questo ci piacerebbe vederla anche in altri luoghi. Nel frattempo, teniamo vivi i rapporti con partner con cui abbiamo già lavorato, ad esempio il Festival del Jazz a Matera, dove la prossima estate replicheremo i laboratori all'interno del suo format culturale. L’altro obiettivo è riproporre proprio il percorso in sé, la seconda edizione di Abitare Circolare School, tenendo in considerazione i feedback che ci hanno dato i partecipanti, ad esempio proponendo un formato più ridotto, calibrando meglio lo sforzo in termini di tempo, cercando di mantenere la gratuità o un costo accessibile, e capendo, insomma, in quanti luoghi riusciamo ad attivarlo. Le nostre città, Altamura, Gravina, Matera, sono comunque tutti i posti distanti al massimo un quarto d'ora di auto l’uno dall’altro. Certamente con diversi livelli di percezione del tema, ma dove comunque non vogliamo lasciare inevasa la domanda di tutti coloro che ci hanno chiesto quando lo avremmo riorganizzato. Diversamente, se riuscissimo a sviluppare partnership più consistenti con aziende o accedendo a bandi di finanziamento, potremmo sviluppare progetti più strutturati, anche in termini di strumenti fondamentali per comunicare e divulgare le nostre attività, come, per esempio, una seconda edizione del libro Abitare circolare.
In copertina: Saverio Massaro
