Quando il ricercatore statunitense Marx Trexler fu incaricato dal World Resources Institute di supervisionare il primo progetto di compensazione di CO₂ al mondo, i crediti di carbonio erano considerati poco più che un esercizio filantropico. Trexler non pensava che decenni dopo sarebbero diventati uno degli strumenti più importanti e discussi per finanziare la mitigazione climatica globale. D'altronde era il 1988 e non esisteva un mercato volontario dei crediti di carbonio.
Come riferisce Trexler in un’intervista a Carbon Brief, il programma della utility energetica Applied Energy Services, che supportò gli agricoltori guatemaltechi per rendere più produttive le proprie terre senza deforestarne altre, sembrava un impegno provvisorio, in attesa che le politiche green prendessero piede.

Oggi però le prospettive sono cambiate: oltre ai progetti di cattura e stoccaggio e quelli (talvolta controversi) come i REDD+ (riduzione delle emissioni derivanti dalla deforestazione e dal degrado forestale nei paesi in via di sviluppo), anche le tecnologie di rimozione, i cosiddetti Carbon Removals, giocano un ruolo di primo piano nelle politiche climatiche globali, soprattutto per le industrie più complesse da decarbonizzare. Tanto che l'IPCC, l'organismo ONU incaricato di valutare le evidenze scientifiche sui cambiamenti climatici, li considera strumenti inevitabili per raggiungere gli obiettivi Net Zero e limitare il riscaldamento a 1,5 °C.

“La stabilità climatica non dipende solo dalla riduzione delle nuove emissioni, ma anche dalla rimozione di quelle esistenti, su larga scala e in modo duraturo”, ha dichiarato Noam Boussidan, responsabile per conto del World Resources Institute (WRI) dell’iniziativa First Movers Coalition, un gruppo globale di aziende impegnate ad accelerare la diffusione delle tecnologie climatiche emergenti. Boussidan è coautore di un report pubblicato da WRI lo scorso marzo, che fa il punto su costi, scalabilità, e rischi ambientali di una serie di tecnologie. E come mostra uno dei grafici del report (vedi immagine), la capacità di rimozione mondiale è ben lontana dal target previsto entro il 2030 di circa un miliardo di tonnellate di CO₂.

Prospettive e incognite delle tecnologie con stoccaggio permanente

I processi che assorbono CO₂ dall’atmosfera possono essere naturali (riforestazione, afforestazione e gestione del suolo), ingegnerizzati, o ibridi, come la produzione di biochar o l’alterazione potenziata delle rocce (enhanced rock weathering), che consiste nello sminuzzare finemente rocce silicate e spargerle sui terreni agricoli per accelerare il naturale processo geologico di assorbimento della CO₂.

Mentre i processi essenzialmente naturali noti come Carbon Farming non sono considerati permanenti – poiché il carbonio immagazzinato può essere rilasciato nuovamente nell'atmosfera a causa di disastri naturali, cambiamenti nell'uso del suolo o modifiche nelle pratiche agricole – quelli ingegnerizzati garantiscono uno stoccaggio più lungo. La DAC (acronimo di Direct Air Capture) per esempio, cattura l'anidride carbonica direttamente dall’aria tramite solventi liquidi e sorbenti solidi. È un processo relativamente nuovo, molto energivoro e costoso (dai 500 ai 1200 dollari per tonnellata di CO₂), e quindi estremamente sussidiato, quasi esclusivamente negli Stati Uniti.

La BECCS (Bioenergy with Carbon Capture and Storage) invece combina valorizzazione energetica della biomassa con cattura e stoccaggio del carbonio. Semplificando, le piante assorbono CO₂ durante la crescita; la biomassa (residui agricoli, pellet legnosi, colture energetiche) viene bruciata o trasformata in biocarburanti, e la CO₂ rilasciata dal processo di combustione viene catturata, compressa e stoccata geologicamente. Se la biomassa non impatta sulla biodiversità, sull’approvvigionamento idrico e non entra in competizione con la catena alimentare, si ottengono in modo sostenibile emissioni nette negative. Fino all’agosto 2024, la società energetica danese Ørsted era il principale fornitore mondiale di questo tipo di crediti dopo aver raggiunto un accordo con Microsoft per la rimozione di 3,67 milioni di tonnellate di CO₂.

La tecnologia più matura per volumi e numero di progetti nel mondo è però il biochar, un carbone vegetale ottenuto dalla decomposizione di piante ad alta temperatura, e in assenza di ossigeno per impedire la combustione del materiale organico. Applicato ai suoli, il biochar immagazzina carbonio per decenni e può migliorare ritenzione idrica e fertilità.

Si prevede che la diffusione dell’alterazione naturale delle rocce silicate supererà quella del biochar entro il 2028, grazie ai suoi vantaggi in termini di scalabilità, abbondanza di risorse naturali, l'integrazione con le filiere di approvvigionamento agricole e minori vincoli sulle materie prime. È una tecnica che sfrutta processi geochimici naturali, potenzialmente scalabile ma dipendente da logistica mineraria e valutazioni ambientali approfondite.

La reazione dei mercati ai Carbon Removals

Secondo i dati del white paper ad oggi solo 32 aziende (0,5%) su quasi 6.000 con obiettivi basati su criteri scientifici hanno acquistato crediti di Carbon Removals permanenti. Prezzi alti, mancanza di supervisione e gli standard incoerenti per la verifica della qualità del credito si annoverano tra le difficoltà maggiori: creano sfiducia tra gli acquirenti e soffocano gli investimenti.

Negli Stati Uniti per esempio non esiste un vero mercato. “La DAC è sostenuta principalmente da crediti fiscali e finanziamenti pubblici”, ha detto Noah Deich, membro del Centro Kleinman per la politica energetica dell'Università della Pennsylvania, durante la 4ª Conferenza Internazionale sul Carbon Dioxide Removal a Milano. “Ma il percorso di scalabilità per i progetti di Carbon Removals necessita di tempo, basti guardare quanto ci ha messo il fotovoltaico solare a diventare competitivo”.

Secondo uno nuovo studio presentato durante la conferenza, nel mercato volontario sono avvenute circa 40.000 transazioni di crediti di carbonio dal 2010 al 2024. Gran parte di queste hanno finanziato progetti di riforestazione e afforestazione, mentre della categoria “permanent removal” è il biochar la tecnologia più attraente.
Il gruppo di ricercatori poi ha voluto indagare le reazioni dei mercati finanziari ad ogni transazione condotta da società quotate in borsa. “Sulle circa 2.000 operazioni di acquisto abbiamo osservato che in media i titoli reagiscono negativamente”, dice a Materia Rinnovabile Roberta Terranova, scienziata affiliata allo European Institute on Economics and the Environment e coautrice dello studio. “Le borse premiano soprattutto i crediti nature-based, mentre i removal tecnologici sono spesso più costosi e vengono percepiti come poco credibili”. Il market sentiment migliora solo se la società quotata presenta una strategia di decarbonizzazione credibile e ambiziosa, supportata da buoni punteggi ESG.

Le critiche di Carbon Market Watch

A febbraio la Commissione ha adottato la prima serie di metodologie di certificazione previste dal regolamento Carbon Removals and Carbon Farming (CRCF). Le regole riguardano per ora solo tre tecnologie: DAC, BECCS e biochar e serviranno a rendere il mercato più chiaro e affidabile. A coordinare le transazione ci sarà la piattaforma EU Buyers' Club che, secondo i funzionari europei, aiuterà a mobilitare capitali pubblici e privati, promuovendo la domanda di crediti.

Tuttavia Carbon Market Watch, un think tank indipendente che analizza scrupolosamente le politiche dei mercati di crediti di carbonio, invita alla calma. Secondo un’analisi pubblicata ad aprile 2026, i paesi non starebbero sufficientemente tenendo conto dei rischi associati alle tecnologie. “I piani climatici di Austria, Finlandia, Francia, Irlanda, Italia, Norvegia e della Commissione europea dipendono eccessivamente dalle tecnologie di rimozione senza adeguate valutazioni di fattibilità; gli assorbimenti terrestri sono considerati asset affidabili, ma non sono tutelati da politiche coerenti, e i piani di rimozione risultano fortemente frammentati e privi di trasparenza”, si legge nel report.

Il rischio è che i governi (e anche molte imprese) si concentrino eccessivamente sulle rimozioni di CO₂, mentre lo sforzo principale dovrebbe restare sulla decarbonizzazione.

 

Immagine in copertina: Envato Elements