
Dal Messico all’Argentina, passando per l’America Centrale e il Brasile, il traffico di fauna selvatica si è trasformato da reato marginale a componente fondamentale della criminalità organizzata transnazionale, strettamente legata al traffico di droga e ad altre economie illegali. Tra il 2017 e il 2022, nella regione sono stati registrati 1.945 casi documentati di cattura e caccia illegali di specie selvatiche, con gravi ripercussioni sulla biodiversità e sul benessere degli animali.
Reti che operano contemporaneamente in Argentina, Bolivia, Ecuador, Perù e Colombia sono responsabili della caccia a giaguari e puma per rifornire il mercato di zanne e pelli, nonché della cattura di rane e tartarughe vive. L'azienda Caza & Safari, ad esempio, è sotto indagine in quanto possibile centro nevralgico di una delle più grandi reti di traffico di fauna selvatica, che offre apertamente battute di caccia a specie protette in Argentina e Bolivia, normalizzando così la violenza contro la fauna selvatica.
Recenti rapporti sui crimini ambientali nell'Amazzonia ecuadoriana confermano che la caccia e il commercio illegale di fauna selvatica sono intrecciati con attività estrattive e reti criminali, minacciando i mezzi di sussistenza delle popolazioni indigene e delle comunità locali. Nell’arcipelago delle Galápagos, una delle riserve marine più importanti del pianeta, la situazione è critica: nel 2021, le esportazioni di pinne di squali protetti verso i mercati asiatici sono triplicate in Ecuador, raggiungendo le 223 tonnellate.
Il commercio illegale di fauna selvatica distrugge gli ecosistemi, colpendo in particolare le specie endemiche, ovvero quelle che esistono solo in aree specifiche. Nelle zone marine, il fenomeno persiste a causa di scappatoie legali che consentono alle catture accessorie di fungere da copertura per il riciclaggio delle catture mirate di specie protette. Gli squali seta, gli squali volpe dagli occhi grandi e altre specie pelagiche sono protetti solo all’interno dei confini delle riserve marine come le Galápagos, ma una volta che attraversano il confine verso la Zona economica esclusiva e il corridoio della dorsale Carnegie, le loro possibilità di sopravvivenza calano drasticamente.
Il traffico di fauna selvatica è in aumento ed è strettamente legato al traffico di droga, sfruttando rotte consolidate, infrastrutture e reti di corruzione, raggiungendo una scala industriale di criminalità in regioni come il Pacifico meridionale. Questi casi rivelano una crisi strutturale che richiede risposte giuridiche innovative e coordinate.
Proteggere la nazionalità delle specie
La comunità internazionale deve affrontare la sfida di costruire un'alleanza per elaborare e attuare nuovi strumenti normativi che possano essere ideati grazie all'ingegnosità di giuristi e attivisti. L'Ecuador, con la sua Costituzione ecologica e la sua esperienza nel contrastare la flotta peschereccia straniera che opera in tutto il Pacifico meridionale, compresa la zona marina delle Galápagos, funge da esempio di un argomento che può essere sostenuto all'interno del sistema internazionale: è possibile proteggere la nazionalità delle specie endemiche.
La Costituzione ecuadoriana riconosce la natura come soggetto di diritti, il che fornisce una base giuridica innovativa per rafforzare la protezione della fauna selvatica in combinazione con strumenti internazionali quali la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e l’Accordo di New York sugli stock ittici transzonali e altamente migratori.
In ambito marino, questi strumenti hanno consentito azioni concrete. Nel 2017, la nave cinese Fu Yuan Yu Leng è stata sequestrata all’interno della Riserva Marina delle Galápagos con specie protette nelle stive, in un caso storico che ha dimostrato come sia effettivamente possibile attivare meccanismi penali per la protezione della fauna selvatica. Ha inoltre aperto la strada a un’analisi approfondita di come l’ispezione delle stive delle navi che operano all’interno della Zona economica esclusiva sia fattibile in base a tali normative e costituisca un obbligo per i paesi sudamericani con accesso all’Oceano Pacifico.
Infatti, l’Accordo di New York rafforza la cooperazione e l’ispezione tra gli stati riguardo agli stock ittici transzonali e altamente migratori, ampliando le possibilità di controllo oltre i confini strettamente nazionali. Tuttavia, piuttosto che un problema di strumenti giuridici insufficienti, persistono vincoli politici ed economici che impediscono allo stato di esercitare pienamente queste prerogative.
Il concetto di nazionalità ecologica
Da questa prospettiva, l’idea di nazionalità ecologica comincia a prendere forma: riconoscere che alcune specie, specialmente quelle endemiche, transzonali o migratorie, possono essere soggette a una maggiore protezione da parte dello stato che si è legalmente assunto la responsabilità della loro conservazione. Ciò consentirebbe azioni di cooperazione diplomatica, penale e internazionale più incisive contro il loro traffico o la loro predazione, anche quando tali atti avvengono al di fuori del territorio nazionale.
Difendere giaguari, tartarughe e squali come cittadini del paese che li protegge implica ripensare la sovranità: non semplicemente come controllo sul territorio, ma come una reale capacità di salvaguardare la vita naturale. Se le reti criminali operano a livello globale, la risposta non può limitarsi ai confini; abbiamo bisogno di un diritto internazionale della natura commisurato a tale minaccia, che affermi l’universalità di questi diritti.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su latinoamerica21.com
In copertina: foto di Uriel Soberanes, Unsplash
