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Per capire cosa sta cambiando nella Carbon Capture and Storage europea dobbiamo partire da Sluiskil, nella Zelanda nederlandese. Qui Yara, gruppo norvegese produttore di ammoniaca e fertilizzanti, catturerà parte della CO₂ generata dal processo produttivo e la spedirà via mare in Norvegia. La destinazione è Øygarden, sulla costa occidentale del paese, dove Northern Lights, joint venture tra Equinor, Shell e TotalEnergies, attraverso una pipeline offshore sarà in grado di iniettarla in una formazione geologica a circa 2.600 metri sotto il fondale marino. L’accordo prevede lo stoccaggio di circa 12 milioni di tonnellate nell’arco di quindici anni.
La novità non riguarda le 800.000 tonnellate di CO₂ che Yara potrà catturare ogni anno, ma riguarda il modo in cui è organizzata la filiera. Yara cattura e prepara la CO₂ nei Paesi Bassi, ma non deve possedere un sito di stoccaggio né costruire una propria infrastruttura attraverso il Mare del Nord. Trasporto e stoccaggio vengono acquistati da un operatore specializzato. Questa separazione dei ruoli rende Sluiskil diverso rispetto a un classico progetto di CCS. È un primo esempio di come potrebbe funzionare un mercato europeo dei servizi per la gestione della CO₂.
Dalla cattura al contratto con Northern Lights
La ragione per cui Yara può essere tra i primi clienti di questo modello è legata al processo produttivo. Nella produzione convenzionale di ammoniaca si genera un flusso di CO₂ ad alta concentrazione, più semplice da separare rispetto ad altri settori industriali nei quali la cattura può essere tecnicamente più complessa. Nel 2023 Yara ha stimato in circa 200 milioni di euro il capitale necessario ad ampliare la capacità di liquefazione della CO₂ a Sluiskil e realizzare le infrastrutture necessarie a gestire i volumi previsti dall’accordo con Northern Lights. Ma quei 200 milioni raccontano solo una parte dell’economia del progetto. Yara investe nelle infrastrutture necessarie all’interno del proprio stabilimento; dall’altra parte del Mare del Nord qualcun altro ha dovuto costruire navi, terminali, pipeline, pozzi e capacità di stoccaggio
L’infrastruttura alla quale oggi può rivolgersi Yara è stata costruita all’interno di Longship, il grande progetto con cui la Norvegia ha finanziato la creazione di una prima filiera completa per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio della CO₂.
Il progetto mette insieme due parti: da un lato ci sono gli impianti che catturano la CO₂ e dall’altro c’è Northern Lights che ha costruito l’infrastruttura comune per ricevere la CO₂, trasportarla e stoccarla sotto il Mare del Nord. Northern Lights non è stata progettata soltanto per servire gli impianti norvegesi di Longship, ma può vendere capacità di trasporto e stoccaggio anche ad aziende situate in altri paesi.
Realizzare il sistema ha però richiesto un forte intervento pubblico. Secondo le stime più recenti del governo norvegese, Longship, costerà complessivamente circa 35 miliardi di corone norvegesi. Di questi, 23 miliardi saranno sostenuti dallo stato. Numeri che dimostrano quanto sia importante l’intervento pubblico per avviare questa nuova filiera. Il motivo è semplice: poche industrie sono disposte a investire nella cattura della CO₂ se non esiste un’infrastruttura pronta a trasportarla e stoccarla. Allo stesso tempo, è difficile costruire quell’infrastruttura senza avere già abbastanza clienti che garantiscano i volumi necessari. La Norvegia ha cercato di superare questo ostacolo finanziando la nascita del sistema. Ora che l’infrastruttura esiste, la sfida è attirare abbastanza aziende da permetterne l’espansione su basi sempre più commerciali.
Da 1,5 a oltre 5 milioni di tonnellate
Northern Lights è entrata in esercizio nel 2025 e nell’agosto dello stesso anno i primi volumi provenienti dall’impianto di cattura di Heidelberg Materials dal cementificio di Brevik sono stati iniettati nel sito di stoccaggio sotto la piattaforma continentale norvegese. La stessa Northern Lights ha siglato con Stockholm Exergi un accordo per trasportare e stoccare fino a 900.000 tonnellate l’anno di CO₂ biogenica per quindici anni a partire dal 2028. Accordi che sostengono il passaggio da infrastruttura a mercato consolidato.
In questa prima fase l’impianto dispone di una capacità di trasporto e stoccaggio di 1,5 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno. La fase 2 porterà questa capacità ad almeno 5 milioni di tonnellate annue e dovrebbe essere pronta nella seconda metà del 2028. L’espansione comprende ulteriori serbatoi di stoccaggio a terra, un nuovo molo, nuovi pozzi di iniezione e altre navi per il trasporto della CO₂. L’investimento previsto è di 7,5 miliardi di corone norvegesi. Rispetto alla prima fase, il Connecting Europe Facility dell’Unione Europea contribuisce con 131 milioni di euro, mentre il Ministero dell’energia norvegese precisa che il resto viene finanziato dalle società coinvolte senza ulteriore sostegno finanziario dello stato norvegese.
Per capire se questo modello possa davvero diventare un mercato manca però un’informazione decisiva: quanto costa portare una tonnellata di CO₂ da Sluiskil al sottosuolo norvegese? I circa 200 milioni di euro annunciati da Yara non rappresentano il costo dell’intera filiera. Secondo l’azienda, i 200 milioni di euro serviranno ad ampliare la capacità di liquefazione dello stabilimento e le infrastrutture necessarie a gestire 12 milioni di tonnellate di CO₂ nell’arco di quindici anni.
Non sarebbe quindi corretto dividere semplicemente l’investimento per i volumi previsti e presentare il risultato come costo della CCS. La cifra non comprende automaticamente tutte le componenti economiche della cattura, del trasporto marittimo e dello stoccaggio geologico, mentre le condizioni commerciali dell’accordo tra Yara e Northern Lights non sono indicate nei comunicati pubblici delle due società. Senza un prezzo pubblico per il servizio completo è difficile stabilire dall’esterno quanto questa catena sia competitiva in normali condizioni di mercato.
Il prezzo della CO₂ crea una domanda per lo stoccaggio
Ma perché un’industria dovrebbe pagare per spedire la propria CO₂ attraverso il Mare del Nord e stoccarla nel sottosuolo norvegese? Una parte della risposta è nel sistema europeo delle emissioni. Nell’EU ETS, quando la CO₂ viene catturata e stoccata permanentemente secondo le regole previste, l’azienda non deve restituire quote di emissione per quei volumi. Per Yara questo significa che le tonnellate inviate a Northern Lights non rappresentano solo un costo aggiuntivo per cattura, trasporto e stoccaggio: permettono anche di evitare l’acquisto o l’utilizzo delle quote ETS che sarebbero necessarie se quella CO₂ fosse emessa in atmosfera.
Il prezzo del carbonio diventa quindi uno degli elementi che determinano quanto un’impresa può essere disposta a pagare per utilizzare un servizio di stoccaggio. Nel caso di Sluiskil non sappiamo dove si trova il punto di equilibrio. Yara e Northern Lights non hanno reso pubbliche le condizioni economiche del contratto di trasporto e stoccaggio. Non è quindi possibile confrontare il costo complessivo della CCS con il valore delle quote ETS evitate.
Le 800.000 tonnellate annue previste a Sluiskil sono significative per un singolo impianto, ma diventano piccole se confrontate con la scala immaginata dall’Unione Europea. Il Net-Zero Industry Act prevede che entro il 2030 siano disponibili almeno 50 milioni di tonnellate l’anno di capacità di iniezione nei siti di stoccaggio geologico dell’UE. Ma il 2030 è soltanto una tappa: secondo le stime della Commissione europea, dal 2040 l’Unione potrebbe avere bisogno di catturare e stoccare permanentemente circa 250 milioni di tonnellate di CO₂ ogni anno per raggiungere i propri obiettivi climatici. Si tratta di grandezze diverse, capacità di iniezione nel primo caso, volumi da catturare e stoccare nel secondo, ma entrambe mostrano quanto sia ampia la distanza tra i primi progetti industriali e la scala prevista dalle politiche europee. Le 800.000 tonnellate di Yara equivalgono ad appena l’1,6% dell’obiettivo europeo di capacità di iniezione al 2030.
Il paradosso della prima filiera
Sluiskil contiene però un paradosso: la CO₂ viene catturata nei Paesi Bassi, quindi all’interno dell’Unione Europea, ma viene stoccata sulla piattaforma continentale norvegese, a circa 2.600 metri sotto il fondale marino. La Norvegia fa parte dello Spazio economico europeo, ma non dell’Unione. Il target di almeno 50 milioni di tonnellate l’anno previsto dal Net-Zero Industry Act riguarda invece capacità di iniezione situata nel territorio dell’UE, nelle zone economiche esclusive o sulla piattaforma continentale dei suoi stati membri. La capacità norvegese utilizzata da Yara non concorre quindi a quello specifico obiettivo.
Eppure Northern Lights offre già alle industrie dell’Unione la possibilità concreta di inviare la propria CO₂ verso uno stoccaggio permanente operativo. Un piccolo paradosso della nascente economia europea del carbonio: il mercato sta diventando transfrontaliero prima che l’Unione abbia costruito gran parte della capacità di stoccaggio che prevede di avere al proprio interno. Resta da capire se la domanda delle industrie sarà sufficiente a trasformare infrastrutture nate grazie a un forte sostegno pubblico in un servizio di trasporto e stoccaggio della CO₂ capace di sostenersi su scala europea.
In copertina: foto di Yara
