L’urgenza di un piano nazionale per la riduzione del rischio sismico e la riqualificazione integrata sismico-energetica del patrimonio edilizio è sempre più evidente e non più derogabile. La prevenzione non è un costo ma un investimento a lungo termine, come politica nazionale di sviluppo del paese con ritorni socioeconomici e ambientali significativi e misurabili.

Il dramma del 24 giugno in Venezuela ci riporta a immagini già viste ed esperienze già vissute. Sembra un triste déjà vu: Friuli 1976, Irpinia 1980, Umbria 1997, San Giuliano di Puglia 2002, L’Aquila 2009, Emilia 2012, Centro Italia 2016. Non sono disastri naturali, ma fenomeni naturali. Diventano disastri per la vulnerabilità e la fragilità delle costruzioni, affette da difetti “genetici” noti, perché progettate secondo la (mancanza di) conoscenza del tempo: metodologie progettuali e dettagli costruttivi inadeguati, mappe di pericolosità sismica non aggiornate.

Durante l’emergenza parliamo di “lezioni impartite dai terremoti”, “prevenzione”, “messa in sicurezza”, ma poi di nuovo i riflettori si spengono, si ritorna − chi può − al quotidiano, quasi in un letargo in attesa del prossimo repentino risveglio, di nuovo in una situazione di emergenza. Come per assuefazione, o come se, inconsciamente, cercassimo di liberarci dal peso della responsabilità di agire.

"La sicurezza prima di tutto", si dice. Eppure, raramente, in "tempo di pace", il miglioramento della sicurezza strutturale e sismica di un edificio diviene il movente principale di interventi sul patrimonio edilizio. La complessità tecnica da un lato e, soprattutto, la mancanza di risorse dall’altro vengono tipicamente additate come ostacoli primari per l’attuazione di un piano di più ampio respiro. Ma quanto ci costa non fare nulla, la no-action o approccio passivo-reattivo?

Negli ultimi cinquant’anni, in aggiunta ai costi sociali dei terremoti in Italia (migliaia di vittime, feriti, sfollati, persone coinvolte), i costi economici diretti (riparazione e ricostruzione, gli “scontrini” della spesa) e indiretti (downtime, perdita di produttività, di consumo, di sviluppo, riduzione del PIL e aumento del debito pubblico) sono stati di circa 750-1.500 miliardi di euro, dunque 15-35 miliardi all’anno. Cui si aggiungono i costi ambientali: emissione di CO₂, consumo di energia per riparare e ricostruire, smaltimento macerie e rifiuti edili, di fatto come se costruissimo di nuovo parti o intere città.

È come se avessimo sottoscritto un mutuo sismico cinquantennale. Ma, in assenza di un investimento sulla prevenzione, paghiamo ogni anno ingenti rate di interessi, una bolletta sismica ingente, senza di fatto restituire il capitale. Un impatto ad libitum su società, economia e ambiente senza aver ridotto il problema (il rischio sismico, non il terremoto) alla fonte.

Serve un cambio di marcia, di paradigma, di cultura, ci comunicazione. Passare da un approccio passivo a un Piano nazionale attivo di prevenzione pragmatico e coordinato secondo una metodologia scientifica e rigorosa: stato di fatto, obiettivi, metodologie, risorse, tempistica e priorità basate su analisi costi-benefici con approccio multi-criterio.

Lo abbiamo già messo in campo dall’altra parte del mondo, in Nuova Zelanda, terra pioniera dell’ingegneria sismica con i concetti di duttilità, i princìpi di gerarchia delle resistenze o capacity design − cioè evitare pilastri, gambe piccole che inevitabilmente causano quei collassi a pancake degli edifici, come rivisto in Venezuela e come è noto da decenni per edifici precedenti al 1970 − e l’isolamento sismico alla base. La sequenza sismica del 2010-2011 ha distrutto la città di Christchurch, nell’Isola del Sud, con costi di ricostruzione di 50 miliardi di dollari neozelandesi (il 30% del PIL). Insostenibile per qualunque nazione. In quel caso sostenuto da un peculiare schema (ri-)assicurativo ibrido pubblico-privato basato sul modello di EQC, NZ Earthquake Commission.

Ho avuto l’opportunità e il privilegio di dare un contributo civico, nel mio ruolo tecnico-istituzionale di presidente della NZSEE (NZ Society for Earthquake Engineering), di sviluppare con il governo e i portatori di interesse (stakeholder) un piano nazionale obbligatorio per la riduzione del rischio sismico. Obbligatorio ma senza incentivi fiscali, suggeriti ma non approvati, e ora invece, a distanza di anni, riconsiderati.

Con opportuni adattamenti lo possiamo e dobbiamo fare anche per il nostro paese. Ne stiamo parlando da anni ormai, si sta allargando la platea di ascoltatori e di stakeholder a supporto, serve un cambio di marcia anche nella comunicazione e nella gestione operativa di una Task Force o cabina di regia speciale, trasversale ai vari ministeri, inclusiva con i vari stakeholder e permanente.

Sappiamo ripetere come un mantra che “il Rischio Sismico è dato dalla combinazione di Pericolosità x Vulnerabilità x Esposizione”, eppure sembriamo non aver compreso che non sono i terremoti a uccidere, ma gli edifici che crollano. Non potendo evitare o ridurre l’esplosione dei terremoti, possiamo e dobbiamo operare sulla vulnerabilità dei nostri edifici fragili.

Abbiamo oggi strumenti e tecnologie ingegneristiche avanzate, per implementare l’intero percorso anamnesi-diagnosi-prognosi-terapia a scala nazionale. Affrontiamo la sfida, in sinergia con i vari portatori di interesse e in co-creazione con i cittadini. Concentriamoci su soluzioni e terapie tecniche ed economiche, non più solo sul problema. Alziamo l’asticella, promuovendo tecnologie di nuova generazione a basso danneggiamento non solo per il rinforzo dell’esistente ma anche e soprattutto per le nuove costruzioni da oggi in avanti. Integriamo riqualificazione sismica ed energetica. Valorizziamo in modo tangibile i criteri e gli obiettivi di sostenibilità. Implementiamo “leggi di guerra in periodo di pace”: siamo di fatto in uno stato di emergenza cronica o massima allerta continua.

Serve un investimento del 5/8‰ del PIL all’anno (circa 15 miliardi di euro) − pari alla più bassa bolletta sismica annuale che stiamo già pagando senza fare nulla − costante e strutturato a lungo termine (trent’anni). Ma dove reperire le risorse e chi paga?

Predisponiamo un piano di finanziamento ad hoc per i disastri naturali (Disaster Risk Financing, DRF) senza precedenti per il sistema Italia, in linea con le indicazioni di UNDRR (United Nation Disaster Risk Reduction). Gli impatti socioeconomici e ambientali di cui sopra possono essere significativamente ridotti tramite interventi di prevenzione. La parte residua di impatto economico diretto verrebbe protetta con trasferimento a schemi assicurativi-riassicurativi avanzati.

Un ecosistema nazionale finanziario ibrido e integrato, che faccia leva sulla combinazione di strumenti finanziari pubblici e privati senza gravare integralmente sulla finanza pubblica. Un modello avanzato di partecipazione privata-pubblica-privata (PPPP), che emuli e adatti alla realtà italiana i migliori modelli internazionali, a partire dall’approccio NZ con EQC (Earthquake Commission) e il piano nazionale di gestione degli edifici earthquake-prone, che già ha influenzato lo schema DASK in Turchia e il cofinanziamento stato-PNRR-cittadini in Romania.

A fronte di un contributo dei cittadini di circa 50 euro all’anno per immobile, si farebbe leva su alleanza assicurazione privata-stato-riassicuratori con portfolio mondiale (per esempio Munich-Re, Swiss-Re, Lloyd’s eccetera), co-finanziamento di fondi dedicati o prodotti finanziari pubblico-privati quali Green Deal, politica e fondo di coesione, Fondo europeo di sviluppo regionale, Fondo sociale europeo, InvestEU, Green Building Council, coinvolgimento di ESCo (Energy Service Company) o predisposizione di un ente statale che agisca e coordini come super-ESCo per interventi di riqualificazione energetica.

La riduzione della bolletta elettrica contribuirebbe a finanziare gli interventi di rinforzo sismico, dunque riducendo nel tempo anche la bolletta sismica. Supporto al PPPP da parte di BEI e World Bank ed altre piattaforme nazionali pubblico-private con prodotti finanziari specifici ed innovativi. Coinvolgimento di Private Investments, come sta già accadendo in Europa in ambito Green Building Council, per l’equity dell’immobile. Emissione di titoli di debito, obbligazioni di stato, innovativi e ibridizzati con i concetti di CatBond (Catastrophy Bond), Resilience Bond e Green Bond.

Ne deriverebbe un volàno economico in grado di accelerare la restituzione del capitale del mutuo sismico, con crescita del PIL, e significativa riduzione del debito pubblico. Il cash-flow diretto sarebbe fornito dalla porzione di riduzione annuale di bolletta energetica o rivendita in rete o comunità energetiche e reinvestita, entrate IVA e IRPEF dovuto a crescita salari, domanda ed offerta, emissione di Bond ibridi mirati, nonché la maggior disponibilità economica legata all’abbattimento delle perdite economiche dirette ed indirette, e alla negoziazione dinamica a livello nazionale di premi riassicurativi a seconda di livelli di intervento di miglioramento e adeguamento sismico.

 

In copertina: il terremoto a Caracas, © Jimmy Villalta / JNA Press/Agenzia IPA