
Istanbul - Alla vigilia del vertice di Antalya si moltiplicano le critiche nei confronti di aziende notoriamente dannose per l’ambiente che però sponsorizzano il vertice e in cui ricoprono ruoli di primo piano. I ruoli assegnati ai grandi conglomerati hanno suscitato polemiche, essendo queste aziende finite sotto i riflettori per l’impatto distruttivo che i loro progetti minerari, energetici e infrastrutturali su larga scala hanno sulla natura e sugli habitat.
Un esempio è Limak Holding, che ospiterà un evento collaterale della Blue Zone dal titolo L’equazione dell’energia sostenibile: sicurezza dell’approvvigionamento, accessibilità economica e rapida decarbonizzazione. Ma l’azienda è nota per aver abbattuto alberi nella foresta di Akbelen a Muğla, sulla costa sud-occidentale della Turchia, per espandere la propria area mineraria.
Anche un altro progetto con sede a Muğla è sotto esame. Sinpaş Holding, un “sostenitore del clima” della COP31, è al centro di una campagna ambientale locale per il suo progetto alberghiero a Muğla, vicino ai confini di un parco nazionale e di un’area forestale.
Una transizione equa è possibile?
Anche l’espansione del settore del carbone è un punto critico. A giugno 2026 è stata avviata la procedura di autorizzazione per l’ampliamento della centrale termica di Cenal, un impianto alimentato a carbone importato situato nel distretto di Biga, a Çanakkale, che passerà da 1.320 MW a 2.370 MW. La società promotrice del progetto, la Cengiz Holding, è stata nominata “Partner per la trasformazione sostenibile” della COP31.
I gruppi ambientalisti chiedono ora un cambio di rotta. Esortano la Turchia ad accelerare la transizione verso l’abbandono dei combustibili fossili, a escludere nuovi progetti legati al carbone, a stabilire un calendario equo per l’eliminazione graduale del carbone e a porre fine al sostegno pubblico a questa fonte energetica, che danneggia l’ambiente, la salute pubblica, le comunità locali e l’economia.
“I piani per nuovi impianti a carbone a Çanakkale, i continui sforzi per espandere la produzione di energia elettrica da carbone ad Afşin-Elbistan e la distruzione di villaggi per l’estrazione del carbone ad Akbelen evidenziano la contraddizione tra la strategia energetica della Turchia e gli obiettivi climatici che intende promuovere in qualità di paese ospitante del vertice”, ha dichiarato a Materia Rinnovabile Duygu Kutluay, attivista di Beyond Fossil Fuels, secondo cui il forte potenziale solare ed eolico della Turchia offre un’importante opportunità per accelerare l’abbandono del carbone e garantire una transizione equa.
L'alternativa: il People's Climate Summit
Il People’s Climate Summit (PCS), organizzato come alternativa alla COP31, si terrà ad Antalya dal 15 al 18 novembre. Il vertice, che riunirà organizzazioni della società civile, movimenti di resistenza locali e gruppi di donne e giovani provenienti da tutto il mondo, affronterà le cause sistemiche della crisi climatica e le soluzioni promosse dalla popolazione.
La dottoressa Ecehan Balta, volontaria del PCS, ha affermato che il ruolo della Turchia come paese ospitante della COP31 rappresenta un’importante opportunità per porre l’attenzione sulle contraddizioni nell’approccio turco alla crisi climatica.
Secondo Balta, le inondazioni che hanno colpito Istanbul il 14 ottobre hanno sottolineato l’urgenza della questione. “Il vero problema dovrebbe essere il cambiamento dell’ordine economico e territoriale che aggrava questi disastri”, ha affermato.
“Zero Waste” è uno dei temi chiave che la Turchia ha promosso in vista della COP31. Tuttavia, Balta ha avvertito che limitarne la discussione esclusivamente alle abitudini di consumo individuali e al riciclo non è sufficiente. “La Turchia è diventata una delle principali destinazioni dei rifiuti di plastica europei, gran parte dei quali giunge nel bacino del Mediterraneo, in particolare ad Adana e Mersin”, ha affermato. “Se l’Europa mantiene ‘pulite’ le proprie città spedendo i rifiuti di plastica in Turchia e nel Sud del mondo, questa non è un’economia circolare.”
Diritti sotto pressione
Le contraddizioni con cui la Turchia deve fare i conti in vista della COP31 vanno ben oltre il danno ambientale. La censura della stampa e gli attacchi più ampi ai diritti umani evidenziano le crescenti restrizioni al dissenso e alla società civile.
La repressione dei media indipendenti prosegue su più fronti. Secondo il Sindacato dei giornalisti turchi (TGS), almeno 19 giornalisti e operatori dei media sono finiti dietro le sbarre, mentre solo nel mese di settembre sono stati bloccati oltre 1.270 account X, compresi quelli appartenenti a testate giornalistiche, giornalisti e organizzazioni per i diritti umani.
Il 14 ottobre la polizia ha fatto irruzione nella sede di Istanbul dell’emittente dell’opposizione Halk TV, interrompendo le trasmissioni in diretta e ponendo il canale sotto l’amministrazione di un curatore nominato dal governo. Halk TV è diventata la quinta grande testata giornalistica in Turchia a essere posta sotto amministrazione controllata.
Le autorità affermano che l’operazione rientri in un’indagine sulla corruzione, mentre l’emittente respinge le accuse. Amnesty International ha condannato il sequestro definendolo “un duro colpo alla libertà dei media”, e ha sottolineato che la perquisizione è avvenuta proprio il giorno in cui il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, attualmente in carcere, avrebbe dovuto testimoniare in un processo che Halk TV avrebbe probabilmente seguito in modo approfondito.
La pressione va oltre i media, poiché le autorità prendono di mira anche il dissenso politico e la società civile. In vista del vertice della NATO ad Ankara a luglio 2026, le autorità turche avevano ordinato la detenzione di 225 persone, tra cui attivisti politici e ambientalisti, con l’accusa di “appartenenza a organizzazioni armate”.
Anche le organizzazioni LGBTIQ+ e i difensori dei diritti umani hanno subìto pressioni crescenti. A settembre, la polizia ha lanciato un’operazione a livello nazionale denominata My Family Is Safe, che ha portato all’arresto di almeno 116 persone a seguito di perquisizioni domiciliari e negli uffici di gruppi per i diritti LGBTIQ+.
Pressioni legali sono state denunciate anche da attivisti ambientalisti. Human Rights Watch ha riferito che le autorità turche hanno arrestato e perseguito arbitrariamente persone coinvolte in proteste ambientaliste. Secondo l’organizzazione per i diritti umani, le indagini penali e gli arresti mirati contro i manifestanti ambientalisti a partire dal 2023 hanno avuto un significativo effetto deterrente sulla libertà di espressione e di riunione.
In copertina: scontri tra manifestanti e forze dell'ordine durante una marcia di protesta a sostegno del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu arrestato, il 21 marzo 2025. Foto di Omer Hamza Yildiz/Depo Photos/ABACAPRESS.COM, Agenzia IPA

