A cinquecento metri sotto Gonnesa, in Sardegna, nei pozzi della miniera di Monte Sinni dove per un secolo si è scavato carbone, sorgerà un data center per l’intelligenza artificiale. In superficie, il territorio che lo ospiterà è a secco. L’Alto Cixerri, il sistema di invasi che rifornisce il Sulcis Iglesiente attraverso le dighe di Punta Gennarta e Medau Zirimilis, a fine ottobre 2025 tratteneva il 7,2% dell’acqua che potrebbe contenere secondo le prescrizioni di sicurezza. A luglio 2026 la Sardegna aveva dato il bollino rosso proprio al Sulcis, e il bollettino dell’Autorità di bacino parlava di “grave crisi idrica”.
Il 5 agosto il Consiglio dei ministri ha dichiarato quella vecchia miniera di “preminente interesse strategico nazionale”. Il progetto si chiama Digital Vault Sulcis, lo porta Energy Vault, gruppo quotato negli Stati Uniti e nato in Svizzera, insieme a Carbosulcis, la società mineraria della regione. Investimento da parte dell’azienda: 1,49 miliardi di euro. L’assessore regionale all’industria Emanuele Cani lo definisce “un tassello strategico nel percorso di riconversione e valorizzazione delle aree minerarie dismesse della Sardegna”. Sulla carta è la storia perfetta: la miniera che chiude a fine 2026 riapre come fabbrica dell’AI, i minatori riqualificati, l’energia tutta rinnovabile grazie al fotovoltaico e all’accumulo gravitazionale che Energy Vault sta già installando nei pozzi. Ma questo storytelling si infrange velocemente.
La prima crepa è nei numeri. Il decreto del governo autorizza un data center “fino a 30 MW”. L’azienda, a luglio, parlava di circa 20 MW nella prima fase e di un campus fino a 100 MW su dieci anni. Sono cifre diverse per la stessa opera, e non è un dettaglio contabile: dice quanta potenza è davvero coperta dall’atto che ha saltato la fila delle autorizzazioni. In corsia preferenziale, con un commissario straordinario che ne accelera i permessi, per ora ci sono solo i primi moduli, quei 20 MW iniziali. Gli altri 80 restano un piano decennale da valutare più avanti.
La crepa più larga però è causata dall’acqua. Un data center va raffreddato, e per raffreddarsi consuma proprio questo bene primario ed essenziale. Le stime della società di ricerca statunitense Bluefield, specializzata nel settore idrico, calcolano per il comparto oltre un miliardo di litri al giorno nel mondo; il solo addestramento di GPT-3 avrebbe richiesto circa 700.000 litri in un mese. Dal marzo 2024 la Commissione europea obbliga i gestori dei data center a dichiarare pubblicamente i consumi di energia e di acqua, una norma nata dopo i conflitti idrici scoppiati dal Cile all’Arizona. Ecco la discrepanza. Nei documenti resi pubblici sul Sulcis e nella copertura giornalistica finora disponibile la parola energia rinnovabile ricorre a ogni riga, mentre una stima del fabbisogno idrico dell’impianto non è stata diffusa. In un territorio che a fine ottobre stava sotto il 10% delle riserve, il numero che manca è quello che pesa di più, ed è quello che l’obbligo europeo imporrebbe di scrivere.
Il Sulcis, però, si capisce solo dentro la corsa nazionale, che è essa stessa una contraddizione. Al 31 dicembre 2024 le richieste di connessione alla rete per data center presentate a Terna valevano circa 30 gigawatt. Sono domande di allacciamento alla rete, non impianti costruiti: potenza che i promotori prenotano per progetti in fasi diverse, spesso preliminari, a volte doppi o destinati a essere ridimensionati. A febbraio 2025 erano 39,6, a giugno oltre 50, a inizio 2026 quasi 79, con 449 domande. L’Osservatorio data center del Politecnico di Milano è netto: le richieste presentate a Terna sono “circa cento volte superiori alla capacità realmente installata”.
Tra il 2023 e il 2025 in Italia si sono investiti davvero 7,1 miliardi, il 68% dei 10,5 previsti. Un data center entra in funzione in due o tre anni, una linea elettrica nuova richiede molto di più. La potenza prenotata alla rete non misura gli impianti che nasceranno, misura la pressione degli investitori sul sistema elettrico. E manca perfino la base per contarli: le fonti ufficiali oscillano tra 146, 168, 186 e 216 strutture operative, ci sono discrepanze tra i dati del Politecnico di Milano, dell’ISTAT e del MIMIT, perché in Italia un catasto nazionale dei data center non esiste.
Una strategia, invece, esiste. Il Ministero delle imprese e del Made in Italy l’ha messa nero su bianco nel 2025 con il documento Una strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center, che punta esplicitamente al Mezzogiorno, ai cavi sottomarini, alla fibra, alla ZES unica e alle rinnovabili. Il Sulcis è il primo banco di prova di quella scelta: la Sardegna è approdo del Tyrrhenian Link di Terna ed è candidata a ospitare l’Einstein Telescope. Il vantaggio è che qui si costruisce su un’area già industrializzata e non su campi agricoli come a Bornasco e Arcene in Lombardia, dove i comitati contestano ettari di suolo consumato. Ma tra gli annunci e i cantieri il divario è ampio: a fronte degli 83 nuovi progetti attesi nel triennio 2026-2028, la ricognizione presentata in ambito ISTAT contava almeno 13 impianti effettivamente in costruzione nella pipeline 2025-2026.
Restano i posti di lavoro, l’altra promessa. Il progetto ne annuncia circa 400 all’anno tra diretti e indiretti, una formula che somma il cantiere all’indotto e va scomposta prima di scriverla come occupazione stabile. Quanti contratti a tempo indeterminato, quanti solo per la costruzione, quanti richiedono competenze che un ex minatore non ha? Nessuno può dirlo, così come è senza risposta la domanda che regge tutto, e che è la più semplice: quanti litri d’acqua consumerà il data center del Sulcis, e da quale invaso li prenderà.
In copertina: immagine Envato
