Penso che sia il caso di farlo per vari motivi. Innanzitutto quello che colpisce è il livello di maturità delle società di cui stiamo parlando. La Catalogna è una bandiera storica dell’apertura culturale, tecnologica, politica. Un’area che ha legami profondi con l’Italia, come si percepisce immediatamente ascoltando il catalano. Una regione che ha dimostrato nella giornata del referendum di saper usare con sapienza le tecniche della non violenza (sperando che questa affermazione resti valida nelle prossime settimane e nei prossimi mesi).

D’altra parte la Spagna nel suo complesso è un corpo sociale che va oltre le rigidità dimostrate dal governo centrale rifiutando una trattativa sul livello di autonomia della regione che, con ogni probabilità, avrebbe disinnescato il problema. E sono anche evidenti le preoccupazioni per una possibile disgregazione di un paese con una storia così lunga e tormentata. Un atto unilaterale della Catalogna può diventare un sasso nel meccanismo che tiene in piedi non solo la Spagna, ma l’Unione europea. Ma anche un atto unilaterale della Spagna è un sasso nel meccanismo della convivenza fra tradizioni almeno in parte diverse.

La contrapposizione frontale che si è creata sembra destinata a creare un indebolimento di tutte le parti. Le scene di violenza della Guardia Civil nei confronti di cittadini anziani che volevano votare al referendum non hanno giovato all’immagine della Spagna. E la fuga delle banche da Barcellona non ha giovato all’economia catalana.

Serve una mediazione: è evidente. Ma l’Unione europea è un club di Stati che ha difficoltà ad assumere questo ruolo. Le istituzioni non sembrano offrire in questo momento (la situazione è in veloce evoluzione ed è possibile che tra la chiusura in tipografia e il momento in cui leggerete questo articolo il quadro sia cambiato) la necessaria spinta verso la ragionevolezza.

E fin qui siamo a un’analisi largamente condivisa ma insufficiente perché non mette a fuoco le motivazioni che possono permettere di superare la contrapposizione. Cosa si potrebbe mettere in campo? Una ricucitura per esempio potrebbe venire dall’emergere di un punto di vista più ampio che metta al centro gli interessi sociali, economici e ambientali di un’area larga. Non restare nella contrapposizione ma spostarsi di lato, puntare a un salto come quello che Michael Braungart, uno dei padri dell’economia circolare, propone in queste pagine per l’economia circolare: passare da una prospettiva di riduzione dei danni a una prospettiva di incremento dei benefici: “Per prima cosa bisogna cambiare l’assetto mentale di partenza e considerare gli esseri umani come un’opportunità per il pianeta [...] Siamo troppi sulla Terra perché possa bastare ridurre i danni”.

Dunque non limitarsi a un armistizio, ma porre l’attenzione sui vantaggi che vengono da fattori che scavalcano i confini. Crisi economica e squilibri sociali spingono verso chiusure, muri, identità contrapposte; mentre prospettive di crescita con benefici distribuiti rafforzano la tendenza a includere nuovi partner. Solo una crescita ambientalmente e socialmente sostenibile ha possibilità di durare nel tempo e allargarsi nello spazio.

“In un paese dove la disoccupazione è al 18,4% la bioeconomia rappresenta una grande opportunità per conciliare crescita, creazione di posti di lavoro qualificati e sostenibilità ambientale”, scrivevamo nel numero del marzo scorso, nel dossier Spagna curato da Mario Bonaccorso. Uno sviluppo a misura d’ambiente viaggia lungo direttrici che scavalcano i confini politici: segue gli scambi di materia, di energia, di opportunità, di intelligenza, non li ingabbia in rigide caselle geografiche. È una prospettiva che può aiutare a sciogliere in una serie di identità concentriche la contrapposizione tra nazionalismi. Una nuova prospettiva per il Vecchio Continente.

M. Bonaccorso, “Ambizione sostenibile. Dossier Spagna”, Materia Rinnovabile n. 15, marzo-aprile 2017; www.materiarinnovabile.it/art/306/Ambizione_sostenibile