Secondo il Global Industry Analysts Inc. l’industria globale dei fiori recisi vale oggi fino a oltre 30 miliardi di dollari all’anno, con prospettive di raggiungere i quasi 44 miliardi entro il 2027. Tuttavia, la realtà dietro i bei mazzi di fiori non è proprio rosea: tra i petali di orchidee e tulipani si nascondono significativi costi ambientali e umani.

I viaggi intercontinentali dietro un bouquet

L’impronta ecologica dietro un mazzo di fiori è imponente: dalla notevole quantità di acqua sottratta ad altri scopi in territori come l’Africa e l’America Latina, all’uso intensivo di pesticidi e diserbanti che impattano sulla salute di lavoratori e comunità che vivono vicino a serre e campi, fino al grande impiego di sostanze chimiche usate nella conservazione, per permettere a rose e orchidee di mantenersi in buono stato nonostante i lunghi viaggi.
Spesso sono migliaia i
chilometri che i fiori percorrono per arrivare freschi nelle nostre case e alberghi. L’impatto ambientale del loro trasporto è enorme: i fiori recisi importati viaggiano spesso, oltreoceano e non, nelle stive refrigerate degli aerei. I fiori, prodotti in Colombia, Ecuador, Zimbabwe o Etiopia, hanno come principale destinazione l’Europa e il Nord America. Mentre i Paesi Bassi continuano ad essere il centro di smistamento europeo, la maggior parte della produzione floreale avviene in territori più favorevoli dal punto di vista climatico e dove il costo della manodopera è minore.
A ciò vanno aggiunti gli
imballaggi e le decorazioni: oltre alla plastica monouso, materiali usati nel settore, come la schiuma floreale, comuni nelle composizioni, nei bouquet, nelle ghirlande, non possono essere, al momento, compostati o riciclati.
Infine, sono da considerare gli sprechi o la
distruzione di surplus di fiori prodotti e rimasti invenduti negli ultimi anni, soprattutto a causa delle stringenti misure adottate dai vari Stati per arginare il Coronavirus, come raccontato da Reuters a proposito di Leung Yat-shen, coltivatore di fiori di Hong Kong.

Slow Flowers: filiera corta per fiori più sostenibili

Gli Stati Uniti sono il più grande consumatore mondiale di fiori recisi. Gli americani spendono circa 2 miliardi di dollari in fiori - la maggior parte dei quali rose - per San Valentino. San Valentino rappresenta più di un quinto delle entrate annuali dei coltivatori di rose della Colombia, paese tra i primi esportatori al mondo.
Non è un caso che proprio negli USA sia nato lo
Slow Flowers, un movimento che incoraggia le persone a comprare fiori di stagione da piccoli coltivatori locali a km0. Nel solco di Slow Food, lo Slow Flowers è una reazione contro l’agribusiness mondiale e a sostegno della filiera corta e delle piccole fattorie familiari che coltivano in biologico, di stagione e a livello locale. Al dominio delle rose importate, i 700 agricoltori statunitensi e canadesi presenti sul sito web di Slow Flowers contrappongono colture congrue con i primi mesi dell’anno quali narcisi, anemoni, ranuncoli ed ellebori. Il movimento è in continua espansione e a giugno, dal 26 al 28, nello stato di New York, si terrà all’interno dell’American Flowers Week, la quinta edizione dello Slow Flowers Summit,  una conferenza per professionisti creativi e pionieri della comunità Slow Flowers.
L’iniziativa è arrivata anche in Italia con
Slow Flowers Italy che, come afferma nel proprio manifesto, vuole “sostenere la creazione di un mercato italiano di piante e fiori sostenibili, differenziato, riconoscibile e innovativo”. La maggiore coltivazione di fiori a livello locale e la diffusione di fattorie fiorite, laboratori floreali e di potatura e campi di raccolta fai da te a km0 potrebbero avere come ulteriore effetto positivo l’accrescimento della biodiversità delle aree urbane e periurbane, oltre che portare ad un incremento dell’occupazione locale.

Certificazioni di sostenibilità

Al di là dei cancelli dei produttori, il movimento per un settore floreale più sostenibile si sta estendendo con una serie di programmi di certificazione che aiutano gli acquirenti e i fioristi a identificare i fiori coltivati da aziende che soddisfano determinati standard lavorativi e ambientali, una sorta di equivalente delle certificazioni "biologico" e “cruelty-free”. Oltre al più noto marchio Fairtrade, in Colombia, ad esempio, spicca la FlorVerde Sustainable Flowers che opera su un modello business-to-business: il processo di certificazione ha lo scopo di aiutare i distributori a scegliere fiori sostenibili. Lo standard FSF copre tematiche come le condizioni di lavoro, la salute dei lavoratori, le migliori pratiche ambientali e la protezione della biodiversità.

La seconda vita dei fiori

Quando si parla di fiori è difficile, come voluto dai principi dell’economia circolare, eliminare lo spreco e mantenere il prodotto in uso. Un fiore reciso durerà al massimo un paio di settimane e poi diventerà, si spera, compost o energia.
Tuttavia molto lavoro può essere fatto sui
materiali che gravitano attorno alla produzione di fiori e piante, spesso progettati per il singolo uso. In primis, si può partire dai fertilizzanti organici. Poi, si può passare agli imballaggi multiuso. Van der Plas, esportatore olandese di fiori e piante, ha introdotto nel giugno 2021 nella propria catena di distribuzione l’Eco Flowerbox / FECT. Sviluppata insieme a Circular Plastics, si tratta di una fioriera multiuso facile da usare, realizzata con materiali riciclati e con un ciclo di vita di 7 anni, che può essere nuovamente riciclata a fine vita.
Non sono da dimenticare le stesse
serre di coltivazione. Pensando alle prestazioni, dal calore all’acqua, tanti sono i miglioramenti sostenibili possibili in ambito energetico. Il modello di illuminazione circolare di Philips (lighting-as-a-service), ad esempio, può essere adottato anche in questo ambito.
In
Olanda i tulipani sfioriti - che i coltivatori a volte pagano per smaltire - potrebbero essere convertiti in pigmenti per le vernici. Come stima l’azienda olandese Excess Material Exchange,  da un ettaro di terra si possono recuperare 800 kg di pigmento. Questo porterebbe a un mercato totale, per tutti i campi di tulipani presenti nei soli Paesi Bassi, di 1,5 trilioni di euro in pigmenti.
In
Giappone, invece, è nato il termine flowercyclists, per descrivere coloro che danno una nuova vita ai fiori indesiderati attraverso l’upcycling. Si stima, infatti, che dal 30 al 50% dei fiori nei negozi diventi rifiuto. Dal 2019 Haruka Kawashima sovracicla fiori trasformandoli in fiori secchi nuovamente vendibili sul mercato.
Impegnata a dare una seconda vita ai fiori, e anche ad evitare che i pesticidi e gli insetticidi usati per coltivarli finiscano per mescolarsi con le acque del fiume Gange, rendendole altamente tossiche,
Phool è un’azienda indiana che conta 100 persone intente a rimuovere i rifiuti floreali dal Gange a Kanpur e riciclarli. I fiori vengono poi riutilizzati e usati per creare carta, incensi e colori ad acqua.
L’italiana Favini produce la carta Crush Lavanda realizzata da un sottoprodotto della lavorazione della lavanda, che sostituisce fino al 15% della cellulosa proveniente dall’albero. Favini valorizza il principale sottoprodotto della produzione dell’olio essenziale di lavanda, lo stelo della pianta, come materia prima nobile per la produzione di carte ecologiche di alta qualità.

Immagine: Annie Spratt (Unsplash)